Gli anime ormai sono diventati nella cultura di massa uno dei marchi distintivi del Giappone nel mondo. Il termine deriva da “animeshon” (traslitterazione di animation) ed indica per i giapponesi tutte le opere animate.

Questo neologismo in occidente è diventato poi negli anni un modo per indicare le produzioni animate provenienti dal Giappone. Ma ben pochi si domandano effettivamente quale sia la storia degli anime e come siamo arrivati alle opere odierne.

Il medium non è così recente come può sembrare e risale addirittura agli albori del secolo scorso, riuscendo solo negli ultimi decenni a diventare una vera e propria industria mainstream, al pari delle serie tv. In questo articolo parleremo davvero di molti anime importanti, che abbiamo citato nella nostra lista degli anime consigliati da vedere.

I precursori

C’è da dire che prima di qualsiasi lavoro animato, il Giappone aveva già delle forme di intrattenimento che sarebbero poi state le fondamenta di quest’arte.

Durante il periodo Heian infatti erano molto diffusi gli Emakimono, racconti orizzontali che alternavano scrittura e disegni narrando diversi temi legati alla cultura giapponese.

La cosa che più ebbe successo tra il popolo, grazie anche al fatto che non c’era testo da leggere, erano i Kagee.

Presi ad ispirazione dai giochi di ombre cinesi, i kagee erano spettacoli dove grazie ad un piccolo palco e delle luci, il narratore muoveva sagome di carta riflettendo le loro ombre, raccontando una storia attorno ad essi.

Da tutto questo nacque durante il periodo Edo ma probabilmente anche prima, grazie anche all’ukiyo-e, il kamishibai, un nuovo modo di raccontare storie.

Con un narratore dedito al raccontare si facevano scorrere diverse immagini colorate statiche utili sia ad una descrizione didascalica sia a far immergere gli spettatori, per lo più composti da bambini.

Uno spettacolo kamishibai tra le strade giapponesi.
Uno spettacolo kamishibai tra le strade giapponesi

Primi passi nel medium (Inizio 1900-1922)

C’è da dire che non molto è arrivato a noi di questo periodo. Non per la scarsa diffusione, anzi, quanto più per il processo di distribuzione.

Molti corti animati venivano prima distribuiti nei cinema e poi venduti a diffusori minori nel paese. Per ottenere il massimo profitto i vari produttori spezzettavano il corto ottenendo strisce o singoli frame.

Il primo anime mai prodotto di cui abbiamo traccia risale al 1907, tale Katsudo Shashin. Si tratta di un piccolo filmato di 3 secondi ritraente un bambino vestito da marinaio. Il protagonista viene mostrato di spalle mentre scrive qualcosa su di un muro, per poi girarsi e salutare abbassandosi il cappello.

Dovremmo aspettare un’intera decade, fino al 1917, per avere un concreto corto animato nipponico. Il corto in questione, dal nome Namakura Katana, era ancora troppo breve ma comunque faceva presagire lo stile che poi sarà adottato negli anime.

Era realizzato seguendo la tecnica del cutout animation, muovendo quindi i vari pezzi creando un effetto stop motion. Questo stile adottato era molto meno costoso di quello a celle, adottato dalle altre nazioni al tempo.

Il pre-guerra (1923-1939)

Nel 1923 ci fu una grande battuta d’arresto per l’animazione nipponica. In quell’anno infatti ci fu il tremendo terremoto del Kanto che distrusse molte opere, sia in corso che non, facendo indietreggiare l’industria.

Nel preguerra inoltre il mondo dell’animazione giapponese aveva diversi grattacapi da risolvere. Primo fra tutti era l’ascesa dell’animazione estera, soprattutto di Disney.

I film stranieri venivano comprati a molto meno del costo richiesto per uno autoctono ed avevano una qualità ben diversa. Essi erano a colori, con musiche e suoni, e disegnati in celle.

In giappone a partire dagli anni ’30 quindi si cerca di dare una spinta a quest’industria nel tentativo di mettersi in pari con i concorrenti. Assistiamo quindi alla nascita di opere come Ugokie Kori no Tatehiki e Onna no Yo no Naka, entrambi rilasciati nel 1933.

Anche se ancora non in pari con la qualità Disney fu uno dei passi di svolta del medium, passando finalmente dal cutout animation alle celle di animazione.

Onna no Yo no Naka (1933)
Onna no Yo no Naka (1933)

La seconda Guerra Mondiale e il post-guerra

Gli studi di produzione facevano fatica a tenersi in piedi, e le nuove tecniche di animazione era dispendiose economicamente. Questo portò a far diventare i prodotti animati mere opere di promozione, film educativi per il governo od opere di propaganda militare, mostrando soldati giapponesi alle prese col nemico americano.

Non c’era spazio per mostrare nessuna qualità artistica, con molte di queste opere pregne di tematiche legate alla violenza ed al razzismo.

Per fortuna però, questo periodo non fu esente dall’avanzata del progresso. Opere come Momotaro no Umiwashi (1943) e Momotaro: Umi no shinpei (1945) anche se non esenti dalla propaganda, furono i primi lungometraggi animati giapponesi.

Nel 1948 nacquero i Japan Animation Studios, ma non crearono molto. Nel 1957 però vennero acquisiti da Toei, che successivamente diventerà poi Toei Animation, tutt’ora operativo.

L’obiettivo del suo creatore, Hiroshi Takahata, era quello di diventare “la Disney dell’Est”. Ci riuscì, facendo diventare la Toei la scintilla che lancerà il Giappone nella competizione internazionale.

Nell’ottobre 1958 nacque il primo lungometraggio a colori, Hakujaden. Questo film segna il punto di svolta, spingendo l’animazione giapponese sempre più vicina agli standard Disneyani.

In quello stesso periodo un uomo comincia quella che poi sarà una scalata al successo. Osamu Tezuka inizia infatti a disegnare manga shonen come Rob no Kishi, che successivamente trasformerà in Princess Knight per poi accontentare anche il pubblico femminile creando gli shojo.

Gli anni ’60

Questi anni furono fondamentali poiché è possibile assistere alla creazione di un’industria attorno agli anime. Nel 1961 Otogi Manga Calander fa la sua apparizione.

Quest’opera è molto importante poiché fu la prima serie animata ad essere trasmessa in televisione. Andò avanti per 4 anni e racconta vari episodi della storia umana grazie all’uso dell’animazione.

Osamu Tezuka in quegli stessi anni lavorava per Toei Animation, ma poi decise di abbandonarla per creare il suo personale studio. Nasce così Mushi Production, che darà i natali ad alcune delle serie anime più influenti della storia. Il primo fu ovviamente Astro Boy, apparso la prima volta nel 1963.

Astro Boy, di Osamu Tezuka.
Astro Boy di Osamu Tezuka

La serie seguiva le gesta in un bambino robot, ed anche se non brillava per complessità, si può facilmente notare la sua influenza nelle decadi a venire. Durante questi anni non c’erano molti studi di animazione che si dedicavano alla tv, e lo stesso valeva per gli anime.

Visto che non esistevano solide realtà prima degli anni ’60, gli autori potevano sperimentare con le storie che più gli aggradavano, creando veri e propri generi.

Sempre nel 1963 appare infatti Tetsujin 28-go, il capostipite del genere mecha. L’anime fu anche esportato con successo un anno dopo in America col nome di Gigantor.

Nel 1965 Tezuka rilascia quello che è il primo anime a colori in tv, Kimba il leone bianco. La serie divenne un successo internazionale grazie anche ad uno stile molto vicino a Disney, venendo trasmesso in tantissime nazioni, dalla Spagna all’Iran.

Nel 1966 appare Sally la maga, il primo anime ad aver dato il via al genere majokko. La serie aveva come protaginista una ragazzina che grazie ai suoi poteri magici risolveva i vari problemi che apparivano negli episodi.

Nello Stesso anno esce anche Cyborg 009, tratto dall’omonimo manga di Shotaro Ishinomori, che sarà influente per anni a venire.

Alla fine di questi anni, Tezuka decide di allontanarsi da Mushi Production per lavorare a progetti propri. La compagnia andò poi in bancarotta nel 1973.

Questa decade si concluse con opere come Tiger Mask (L’uomo tigre) e Dororo, segnando gli anni ’60 come la decade più innovativa fino a quel periodo.

La rivoluzione degli anni ’70

Come detto precedentemente, la Mushi Production in questi anni cade in disgrazia. Dalle ceneri di questo studio nacquereno la Madhouse e la Sunrise. In questa decade il mercato filmico giapponese subisce una caduta a causa dell’ascesa della televisione.

Gli anime beneficieranno molto da questa cosa, ed infatti questi anni iniziano col botto. Nel 1970 esce Ashita no Joe (Rocky Joe) un anime sulla boxe che diventerà importantissimo in Giappone.

Nel 1971 vediamo apparire le avventure di Lupin III. Quest’ultimo riuscì ad aumentare la popolarità degli anime ed a dar spazio ad una grande figura, Hayao Miyazaki, uno dei migliori registi anime della storia.

Un’altra grande hit arriva nel 1972, Mazinger Z. La serie aveva il primo robot pilotabile dall’interno, ed ha influenzato tutti i successivi anime mecha.

Il 1974 segna il definitivo debutto di Isao Takahata e Hayao Miyazaki nel settore, grazie alla loro serie Heidi. La serie, anche se molto differente dal solito anime al tempo, fu un grande successo sia in Giappone che nel mondo.

il Mazinger Z, di Go Nagai.
Il Mazinger Z, di Go Nagai

Nello stesso anno vede la luce Space Battleship Yamato, di Leiji Matsumoto. La serie esce dai soliti canoni, proiettando lo spettatore in un contesto cupo e con personaggi più vicini a lui. Durante questo periodo, il Giappone comincia ad esportare in Europa numerose serie, come i Barbapapà o Vicky il vichingo.

Il basso costo che veniva richiesto, rendeva queste serie molto ben volute, soprattutto in mercati quali Spagna, Francia ed Italia.

Durante il 1978 Matsumoto ritorna con un’altra grande serie, Capitan Harlock, che ebbe enorme successo nel mondo. Alla fine di questi anni Takahata e Miyazaki lasciano lo studio per cui lavoravano, Nippon Animation. La cosa però non lo scoraggiò dal produrre nel 1979 uno dei suoi più grandi lavori, Il castello di Cagliostro.

Alla fine di questi anni esce una delle più importanti serie di questa decade, Mobile Suit Gundam. L’anime in verità fu un flop all’inizio, venendo addirittua accorciato per scarso interesse. Successivamente però ebbe una rinascita grazie ai giocattoli che vennero prodotti. Alla serie possiamo dare il merito di aver creato il genere Real robot.

L’epoca d’oro degli anni ’80

Gli anni ’80 si può considerare la decade più importante nel medium. Gli anime cominciano a diventare più complessi, venendo esportati anche in altre parti dell’Asia. In questi stessi anni assistiamo alla nascita della cultura otaku, grazie a rivista come Animage e Newtype.

Nel 1981 arriva l’opera Urusei Yatsura (Lamù) di Rumiko Takahashi. La serie ebbe molto successo anche tra gli otaku grazie al suo secondo film, Beautiful Dreamer, diretto nel 1984 da Mamoru Oshii. Nel 1982 nasce il franchise di Macross, molto importante poiché fu uno dei fautori del genere space opera negli anni ’80.

Captain Tsubasa fa la sua comparsa nel 1983, diventanto l’anime sportivo più famoso al mondo. La serie è tutt’ora così popolare che giocatori come Messi la citano ad ispirazione. In questi anni l’America comincia anche ad investire nel mercato dell’animazione, ingaggiando studi nipponici. Vengono quindi create serie come Robotech e Transformers.

Durante l’anno 1984 si assiste alla nascita dello studio Gainax. Partiti come un gruppo appartenente alla cultura otaku, riuscirono a farsi notare ed a creare il loro primo lungometraggio, Royal Space Force.

Nello stesso anno Miyazaki ritorna con Nausicaa della valle del vento, che fu molto importante nel dare nuovo prestigio al settore. Questo permise inoltre a Miyazaki e Takahata di ottenere abbastanza fondi da creare il loro studio personale, il Ghibli.

Una scena di Akira, diretto da Katsuhiro Otomo.
Una scena di Akira, diretto da Katsuhiro Otomo

Nel 1985 arriva il sequel di Gundam, Mobile Suit Z Gundam. L’anime quando uscì divenne la più influente opera real robot, restando poi una delle migliori serie del franchise. Un anno dopo esce finalmente l’anime di Dragon Ball, una delle opere shonen più importanti e tutt’ora influenti.

In questa decade molti OVA comincia a venir prodotti, con un discreto successo. Gli OVA cambiarono il modo in cui gli anime venivano prodotti, in un mercato molto più sperimentalista. Infatti durante questi anni molti più film vennero creati e molti più riuschi vennero presi.

Dall’ormai creato studio Ghibli, nel 1986 uscì Laputa: il castello nel cielo, un film molto diverso e che creò una solida base per lo studio.

Alla fine di questi anni, nel 1988, esce il film Akira di Katsuhiro Otomo. Quest’opera fu la più costosa mai creata al tempo, che non ebbe molto successo in patria e segnò uno stop alle produzione di film ad alto budget in favore di opere più sicure da vendere.

Akira però ebbe un grande successo nel mondo, diventando un cult ed uno dei film sci-fi più influenti della storia.

Nello stesso anno esce la serie OAV Gunbuster. Anche se non eccelsa in termini tecnici, catapulta lo studio Gainax nel mondo delle serie anime e servirà a far conoscere un altro grande nome, Hideaki Anno.

Alla fine di questi anni ci fu inoltre il crollo dell’economia nipponica. Questo ebbe gravi effetti anche sull’animazione, con molti studi costretti a chiudere, influenzando molto le produzioni successive.

La depressione economica degli anni ’90

Durante questi anni l’industria dell’animazione giapponese ha un declino, insieme alla loro economia. Questo porta ad avere poco o niente di incisivo per i primi anni ’90.

Uno dei movimenti a cui si assiste è una breve rinascita del genere mecha, con Brave Exkaiser nel 1990. La serie non diede una grande spinta al genere, a causa dello stato dell’industria, relegando i mecha nel dimenticatoio per qualche anno.

Nel 1993 arriva l’atteso Dragon Ball Z, sequel animato della prima serie di Dragon Ball. Lo show ebbe un enorme successo, sia in patria che nel mondo, grazie anche alla vendita di molto merchandise.

Nonostante la domanda del pubblico verso il genere real robot era andata a scemare, c’era ancora voglia di vedere altro su Gundam. Nel 1994 quindi approva Mobile Fighter G Gundam, diventando uno dei pochi show real robot del tempo, anche se con bassi ascolti.

Dragon Ball Z
Dragon Ball Z ed il super saiyan fanno ormai parte del nostro immaginario collettivo

La Golden Age

Nel 1995 però assistiamo ad un punto di svolta grazie al film Ghost in the Shell di Mamouru Oshii. Acclamato sia dal pubblico che dalla critica, Ghost in the Shell spinse di nuovo l’industria ai tempi d’oro degli anni ’80.

Il film cambiò il modo in cui gli anime venivano prodotti, riaccendendo una speranza su tutte quelle opere sperimentaliste. Ebbe così tanto successo fuori dal Giappone da influenzare altri film prodotto fuori dal suolo nipponico, come Matrix.

Nello stesso anno debutterà il controverso Neon Genesis Evangelion, di Hideaki Anno. La serie darà un ulteriore spinta al medium grazie al suo successo, facendo capire ai produttori che dare molte più libertà ai director ed agli scrittori sia la scelta giusta.

Gli anime cominciano a diventare molto più artistici e meno commerciali, ed assistiamo alla nascita di opere come Serial Experiments Lain (1998).

Eva fu anche molto influente per il genere mecha, cambiando radicalmente la struttura di esso. Aiutò anche ad un ulteriore boom della cultura otaku, che contava un aumento di persone coinvolte notevole.

Un anno dopo, nel 1996, arriva Sailor Moon. La serie andò in onda settimanalmente per ben 5 anni diventando fin da subito molto popolare in Giappone, specialmente sul merchandise.

Nel 1997 lo studio Ghibli fa uscire Princess Mononoke. Il film fu costosissimo ma venne ampiamente ripagato dalle ottime vendite al botteghino, diventando molto popolare anche in America e restando uno dei film con più incassi fino all’uscita di Titanic.

Il film Princess Mononoke
Il film di Mononoke venne distribuito in occidente dalla Disney, con numerose censure

Nello stesso anno assistiamo alla nascita di un anime che tutt’ora è molto popolare. Tratto dall’omonimo videogioco Pokémon divenne da subito un successo, con numerosi sequel, lungometraggi e speciali negli anni a venire.

Dopo le varie controversie dovute al finale della serie, Hideaki Anno in quest’anno ritorna con un film dedicato alla sua serie di punta, The End of Evangelion. Ancora oggi il film è uno dei più discussi, avendo un impatto così forte da creare tutta la serie di “anime post-Evangelion”.

Perfect Blue e Cowboy Bebop

Sempre nel 1997, Satoshi Kon fa il suo debutto alla regia con Perfect Blue. Il film fu davvero rivoluzionario e diverso dai soliti lungometraggi animati, ottenendo un successo internazionale.

Durante il 1998 assistiamo alla prima uscita di Cowboy Bebop. Anche se attualmente è molto famoso, quest’anime non ebbe grande successo inizialmente. Distribuito inizialmente da TV Tokyo che censurò alcuni episodi, venne poi rilasciato su un diverso canale un anno dopo senza ancora abbastanza successo.

Il successo di Bebop risiede al di fuori del Giappone. Nel 1999 approda in Italia grazie all‘MTV Anime Night ottenendo subito molti estimatori, come li ottenne anche nel 2001 quando approdò in America con Adult Swim.

Alla fine di questa decade, oltre mille anime vennero trasmessi in Giappone. Molte serie vennero esportate, come Dragon Ball e Sailor Moon, venendo tradotte in una dozzina di lingue nel mondo. A discapito di un brusco inizio, questi anni si concludono ottimamente per il medium.

Gli anni 2000 e l’epoca contemporanea

Durante questi anni la percezione degli anime cambia radicalmente, grazie anche all’evoluzione della loro distribuzione. Grazie alla diffusione di internet queste serie non sono più opere che vengono solamente trasmesse in tv.

Questi sono anche gli anni dei film ad alto budget. Infatti nel 2001 viene rilasciato La città incantata, dello studio Ghibli. Fu un grande successo, incassando 30 miliardi di yen all’uscita, diventando il film animato con più incassi della storia.

Nello stesso anno anche Satoshi Kon ritorna con Millenium Acterss. Acclamato dalla critica, non fu però un successo come La città incantata.

Nello stesso anno, arriva Cowboy Bebop: Knockin’ on Heaven’s door. Il film, anche se arrivava da una serie di non così tanto successo, incassò oltre 3 milioni di dollari nel mondo. Questo fu un ulteriore passo avanti nella produzione di lungometraggi animati, non più ancorati dagli standard del settore.

Durante gli anni ’90 avevamo assistito ad un piccolo ritorno del genere real robot, ma non fu abbastanza dal far risorgere il genere.

Nel 2002 però arriva Mobile Suit Gundam Seed, che fu un grande successo sia in tv sia in edizione homevideo. Ancora oggi è uno dei migliori anime in termini di incassi e riuscì a spingere il genere real robot in una nuova era.

Nacquero inoltre serie come Eureka Seven (2005), Code Geass (2006) e Macross Frontier (2008). Questi sono anche gli anni in cui le trasposizioni animate la fanno da padrone. Manga, light novel ed eroge venivano tutti adattati, con una delle prime hit ritrovabile in Kanon (2002), uno dei primi esempi di anime moe.

Questi furono anche gli anni del ritorno di Ghost in the Shell. Nel 2002 infatti esce la serie Stand Alone Complex, vendendo molto bene ed accaparrandosi una seconda serie. Un sequel del primo film uscì poi nel 2004 Ghost in the shell 2: Innocence, molto più famoso nel resto del mondo che in patria.

Shingeki no Kyojin
Shingeki no Kyojin, una delle ultime grandi hit ad entrare nell’immaginario collettivo

La nascita dello streaming e molto altro

In questi anni la cultura otaku comincia ad allargarsi sempre di più, grazie anche a diversi anime moe. Nel 2006 infatti esce Lucky Star e Harui Suzumiya, quest’ultimo resta uno degli anime con più incassi nella storia. Harui inoltre spinse la cultura otaku in tutto il mondo, grazie ai numerosi fan che ottenne in tutto il globo.

A contrasto, nello stesso anno uscì Welcome to the NHK. L’anime metteva sotto i riflettori molti problemi del Giappone moderno, come gli hikikomori, i gruppi suicidio e i tanti giochi con cui i giovani si alienavano.

In questa decade assistiamo anche ad un altro grande ritorno. Nel 2007 Hideaki Anno, col suo nuovo studio Khara, torna con un nuovo film su Evangelion. Il film fu il primo di una tetralogia che solo recentemente nel 2021 è finita, ma comunque ha ottenuto un grande riscontro nei fan.

Questi sono anche gli anni del boom delle opere shonen. Dopo il grande successo di Dragon Ball, la rivista Weekly Shonen Jump aveva puntanto molto su delle nuove serie, e a ben vedere. Assisitamo quindi alla nascita dei “Big 3” di Jump e alla loro trasposizione, Bleach (2004) Naruto (2003) e One Piece (fine 1999).

I tre riuscirono a portare ancora di più nel mainstream gli anime, complice anche il nuovo modo di fruizione. I fan oltreoceano non dovevano più aspettare di vederli in tv od in edizioni homevideo.

Grazie ad internet e gruppi di fansub si poteva avere il prodotto in contemporanea col Giappone, restando così aggiornati su nuovi episodi e trend di pari passo.

Grazie a ciò si assisterà successivamente alla nascita di piattaforme mirate alla fruizione di anime in streaming. Nascono quindi realtà internazionali come Crunchyroll, insieme a quelle nostrane come VVVVID.

È proprio grazie alla nascita di queste piattaforme legali che si assiste al successo definitivo, con opere come Shingeki no Kyojin (2013) entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo occidentale.

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