Pietro Iacullo

News+ Quanto costa il remake PS5 di The Last of Us?

La domanda più corretta da porsi, in realtà, è chi paga il costo di The Last of Us su PS5.

Abbiamo quasi sempre visto solo una faccia di PlayStation, o meglio dei suoi dipendenti. La faccia di quelli che preferiscono spingere il team di sviluppo, piuttosto che la Proprietà Intellettuale. Quelli che hanno reso Naughty Dog delle rockstar, lasciandogli la possibilità di dire basta a Nathan Drake per cimentarsi in altro. Quelli che hanno preso Guerrilla quando era lo sviluppatore di Killzone e li ha fatti diventare gli uomini dietro l’engine che ha convinto Hideo Kojima a scegliere Sony.

Bloomberg oggi, per chi vuole ascoltare, racconta l’altra faccia.

Quella dove un piccolo team di creativi decide che vuole provarci, ma i salaryman dicono no

Visual Arts Service Group non è propriamente un game studio. Come traspare da diversi annunci di recruiting il team si è sempre occupato delle cinematiche per le premiere dei titoli PlayStation. Uncharted, The Last of Us, Killzone, perfino Death Stranding… Un curriculum di tutto rispetto, che però non conta nessun titolo sviluppato attivamente. Tre anni fa, alcuni membri del VASG decidono che è il momento di fare il grande salto. Ed è qui che iniziano i problemi.

Sony nell’ultima decade è sicuramente tra le case che ha proposto più nuove IP sul mercato. Il già citato The Last of Us ne è un esempio. Ma anche Horizon Zero Dawn è una nuova Proprietà Intellettuale, così come Ghost of Tshushima o l’imminente Returnal di Housemarque. Lo scenario descritto da Michael Mumbauer, fondatore del VASG e a capo di questo team di enfants terribles affamati di avventura, è molto diverso. I titoli portati come esempio di nuove IP, in effetti, sono stati concepiti e partoriti da studi navigati. Naughty Dog ormai è lo studio di punta dell’ecosistema PlayStation. Ma anche il resto del roster di sviluppatori è formato da gente che non deve più dimostrare nulla. Mumander invece doveva dimostrare tutto. E quindi decide di giocare sul sicuro, proponendo alla casa nipponica un remake per PS5 di una vecchia gloria PS3.

Se in un primo momento si pensa all’originale Uncharted, l’idea si sposta molto velocemente sul remake del primo The Last of Us. È il 2019, The Last of Us Part II è ancora in sviluppo presso Naughty Dog e un remake, tra le altre cose, potrebbe essere venduto su PS5 in bundle con il suo sequel abbassando ulteriormente i rischi per Sony. Il progetto viene messo in cantiere col nome in codice di T1X, ma in modo abbastanza freddo. Sony mantiene l’esistenza del team segreta, e non mette a disposizione budget per assumere altri dipendenti. Il remake viene portato avanti dai trenta esuli originali, almeno finché non arrivano ad avere qualcosa di mostrabile tra le mani.

Hermen Hulst, all’epoca promosso capo dei Sony Worldwide Studios dopo l’esperienza in Guerrilla, non resta impressionato da TX1. Non convince in particolare il budget, troppo alto rispetto ai remake in precedenza approvati da Sony. Il riferimento, presumibilmente, è al lavoro di Bluepoint su Shadow of the Colossus e Demon’s Souls.

Il problema di TX1 è che vuole essere un remake vero, non un restauro a la Bluepoint

L’idea è quella di modernizzare il gioco non solo nella grafica, ma anche nelle sue meccaniche. Portarlo in qualche modo ad essere più vicino a quello che poi è stato The Last of Us Part II, capace di far dimenticare l’imbarazzante IA di Ellie vista nel primo capitolo. Un remake nel senso più puro (e cinematografico) del termine, in opposizione al lavoro di Bluepoint che cerca di rimanere per quanto possibile nel solco dell’originale. Molto bello, molto interessante, ma anche molto costoso.

La faccenda si complica ulteriormente perché in parallelo Naughty Dog non se la passa per niente bene. Lo studio californiano è in ritardo con The Last of Us Part II, posticipato intanto al 2020, e ha assolutamente bisogno di una mano. Il team del remake viene quindi assegnato a supporto di Naughty Dog, con la promessa che poi si sarebbero invertiti i ruoli e Naughty Dog avrebbe aiutato a sviluppare il nuovo vecchio The Last of Us.

Problema: i dipendenti di Naughty Dog sono estremamente più navigati di quelli del nuovo studio. Qualcuno ha anche lavorato al The Last of Us originale. TX1 viene tra l’altro accorpato al budget del team guidato da Druckmann. Dal punto di vista di Sony ha assolutamente senso. Se c’è il nome di Naughty Dog dietro l’operazione è più sicura, proprio perché la PlayStation Difference ha portato il marchio a privilegiare gli studi davanti alle IP. Se c’è scritto Naughty Dog, spendere più soldi non è un problema: parliamo di gente che è riuscita a vendere 10 milioni di copie di un titolo politicamente scomodo per la media dei Tripla-A.

Ne fanno le spese però Mumbauer e i suoi, che perdono l'autonomia creativa che tanto avevano anelato

Alla fine dell’anno scorso, molti di questi sviluppatori ha infatti lasciato lo studio – ormai sarcasticamente noto come Naughty Dog South. Dal report di Bloomberg emerge che anche Sony Bend non se la stia passando meglio. Nel 2019, mentre T1X veniva messo in piedi, Days Gone usciva sugli scaffali. Il pubblico in qualche modo s’è affezionato al prodotto, che invece non ha mai convinto più di tanto la critica. Subito dopo il rilascio lo studio ha provato a farsi approvare un sequel, ricevendo una risposta negativa.

Non è una conferma che Days Gone 2 non si farà, attenzione. Vuol dire semplicemente che all’epoca Sony ha deciso di non investirci budget. Considerata la patch next-gen uscita poco tempo fa su PS5 e lo spazio che il titolo s’è ritagliato nel tempo, diventando una sorta di cult per PlayStation, non è escluso che se ne riparli. La notizia dietro questo report non è che c’è (o c’è stato) un remake di The Last of Us in sviluppo, né che s’è pensato ad uno studio dedicato a queste operazioni o ad un sequel di Days Gone.

La vera notizia è che anche la PlayStation Difference, quella che ci parla e ci coccola tramite nuove IP e lasciando in bella mostra il logo dello sviluppatore, ha un rovescio della medaglia. E a farne le spese è chi non è mai riuscito ad emergere davvero.

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