Recensione The Last of Us Parte 2 tra politica e recensioni

Ci hanno raccontato di un The Last of Us Parte 2 politico, “di sinistra”.
È vero?

Non so quanti leggeranno questa recensione di The Last of Us Parte 2 in ordine, senza schizzare in fondo a guardare il voto. Ormai è così, o sei schiavo del sistema e gli dai 10, o sei un dissidente che gli da di meno solo per fare rumore. È l’ennesimo caso di politica attorno a The Last of Us Parte 2, che ci viene raccontato già da ben prima dell’uscita come un prodotto scomodo, schierato. La realtà dei fatti è diversa, nel senso che il lavoro di Druckmann e soci non fa attivismo da radical chic, ma vuole raccontare una storia. Una storia che tocca tematiche impegnate e impegnative, ma che non le mette al centro di tutto e non le strumentalizza.

The Last of Us Parte 2 è un gioco che fa riflettere e si prende il rischio di far riflettere chi sta davanti allo schermo, mentre dall’altro lato del vetro Ellie soffre e lotta contro una narrativa che non fa sconti, come un mondo finito a gambe all’aria dopo un’apocalisse.

Non ho dato a The Last of Us Parte 2 un 10 in questa recensione. Ma spero che giocherete comunque il gioco, invece di disquisire sul mezzo punto in più o in meno

Non riconoscere il coraggio in The Last of Us Parte 2 sarebbe folle. Troppo facile e riduttivo cavarsela dicendo che è il sequel di quella che è riconosciuta come la più grande esperienza della passata generazione. C’è modo e modo, di realizzare un capitolo 2 pad alla mano, e Naughty Dog ha sfidato le convenzioni. Non si può sperare di capirne il lavoro senza aver giocato il primo capitolo. Nessun bignami, nessun trucco di sceneggiatura “alla The Witcher”. No, se ti sei perso The Last of Us, non puoi giocare il seguito. Non è casuale che infatti la copertina reciti “Parte 2“.

E non è l’unico Salto della Fede a cui lo studio californiano chiama il giocatore, perché la vita di Ellie viene sconvolta già nelle prime due ore di gioco, ed è con questa consapevolezza che si giocano le altre (circa) 28 necessarie per arrivare in fondo. Può succedere di tutto, in The Last of Us Parte 2, e anche se in una recensione non sarebbe giusto esporre i fatti, posso provare a raccontarvi come li ho vissuti io. 

Ora, Naughty Dog ha lo stigma di chi vuol fare cinema nei videogiochi. Non sempre a torto, perché è una tendenza che si respira nei loro prodotti. E che si ritrova anche in The Last of Us Parte 2, con la differenza che ogni tanto il gioco va oltre. Le animazioni così dettagliate, così realistiche. Quella mano che va alla bocca, quel tremore dato dalle emozioni. L’evidenza di quanto è successo che frana su Ellie e ci riporta in un punto casuale dello spazio-tempo dove abbiamo provato quello che sta provando lei. È così che ci proiettiamo in Ellie e non ne usciamo fino alla fine dell’esperienza. Proviamo insoddisfazione e poi ce ne vergognamo qualche ora dopo, quando Naughty Dog ci mette davanti al baratro.

Perchè in un modo o nell’altro abbiamo sbagliato anche noi, ad un certo punto. E ci indigniamo, ci incazziamo con uno studio di sviluppo che ha confezionato un memento di trenta ore che ci ricorda quanto possiamo cadere in basso per nulla. Abbiamo empatizzato così tanto con Ellie che quello che Naughty Dog le fa, lo sta facendo a noi. È uno schiaffo, quello stesso schiaffo che troppe poche volte chi fa videogiochi ha avuto il coraggio di darci. È qui che capisco i 10 volati in fondo alle recensioni, li condivido pur non essendo miei. Un gioco capace di farci questo, che non ha paura di farci riflettere, se solo decidiamo di metterci a nudo, è qualcosa che va giocato senza se e senza ma.

Si, ci sono dei difetti.

Giochi in musica Giocare ai videogiochi non è come leggere un libro. E nemmeno come guardare un film. È più simile al comporre musica.

Sequenze filmate che se fossero state rese interattive sarebbero state più ludiche, e invece sono prestiti non necessari. L’equivalente dell’usare parole come call o meeting. Un gameplay tutt’altro che assuefacente, dove si vede qualche contaminazione con Uncharted 4 ma a dominare è ancora l’ombra del primo The Last of Us. Forse per rafforzare il concetto di “secondo tempo” dello stesso film, forse perché semplicemente a Druckmann e soci non interessava aggiustare qualcosa che non era rotto, The Last of Us Parte 2 assomiglia terribilmente alla parte 1. Ne risolve buona parte dei problemi di IA, che anzi guardando dalle parti dei nemici umani è sorprendente. Routine comportamentali, nomi, anche dinamiche sociali e richiami tra di loro, tutti elementi che rendono quei poligoni meno virtuali e un po’ più difficile premere il grilletto. Ma per il resto è quasi un more of the same.

Non che fosse lecito aspettarsi il contrario, ma chi ha trovato indigesto l’esperienza su PS3 difficilmente cambierà idea. A meno che in questi 7 anni non abbia cambiato punto di vista. Giocare The Last of Us Parte 2 è come riprendere in braccio una chitarra lasciata a prendere polvere in una soffitta per anni. Qualche giro armonico, qualche accordo strimpellato, e si torna inevitabilmente indietro. Chi riduce i problemi alla politica però sbaglia. Chiunque si sia scagliato contro Abby in quanto “Nadine sotto steroidi” e quindi poco femminile non ha capito il personaggio, non ha capito il punto. Abby è assolutamente umana e ha tutte le fragilità che abbiamo anche noi.

Chi pensa che sia stata messa lì per compiacere un certo tipo di pubblico, allergico alle classiche belle da copertina nei videogiochi — critica nonsense, se rivolta chi ha scolpito Chloe Frazer poligono per poligono — non ha davvero voluto capire il personaggio, si è fermato alle apparenze. Stesso discorso per la tematica omosessuale. È solo un mezzo per mostrare un paio di spaccati di vita a Jackson, in quella comunità che sta cercando un angolo di normalità in un mondo alla deriva. Anzi, vedere temi così tabù trattati alla luce del sole, con una naturalezza che ai videogiochi sembrava preclusa, è bello. Mi dice che forse riuscirò a vivere abbastanza da vedere i videogiochi crescere e legittimarsi, abbandonare i loro pudori adolescenziali e magari isolarne le cellule cancerogene.

Per questo posso dire solo grazie a The Last of Us Parte 2. E spero che se ne parli ancora, che almeno questa volta non si rincorra la scia dell’hype di chi è capace solo di guardare avanti senza capire che la vita è l’oggi, è oggi. Quindi ecco, l’ennesima recensione di The Last of Us Parte 2. A 10 giorni dal day one, a 30 ore di gameplay. A 24 ore da un finale che ancora non va giù, e di cui avrete bisogno anche voi di parlare.

Non posso che congedarmi così, dicendo che ci vediamo tra 30 ore. Ovunque voi vogliate…

Verdetto
9.5 / 10
Più che Craxi, D'Alema
Commento
Non so che altro aggiungere. Davvero. Ho scritto la solita non-recensione che cerca di dire tanto non dicendo nulla, seminando briciole per chi è arrivato in fondo e ha fame che spero ingolosiscano chi è ancora a digiuno. Non posso davvero fare altro, non so fare di meglio. Non dopo che il gioco è già stato messo sotto la lente di ingrandimento di chiunque. Posso solo ribadire che The Last of Us Parte 2 è da giocare, a prescindere dagli schieramenti, dai 10, da tutto.
Pro e Contro
Cura dei dettagli pazzesca
Alcune sequenze sono devastanti
Non ha paura di farti incazzare...

x ... E ci riesce pure
x Gli apostati del primo non cambieranno idea