Recensione Demon’s Souls, remake di una recensione su PS5

Una recensione del remake di Demon’s Souls dovrebbe iniziare così, spiegando che non si tratta davvero di un remake. Piuttosto di un restauro. Bluepoint Games, ormai vera autorità in materia di operazioni simili, ha riportato il titolo che ha sdoganato il fenomeno Souls sulla nuova ammiraglia PlayStation e…

No, così fa schifo. Non mi piace. Da capo...

Anima della mente, chiave della vita
Anima perduta, dal suo involucro partita
Che la forza sia concessa così che il mondo sia curato
Che il mondo sia curato…

Remake. Di nome, ma non di fatto. Per banale che sia questa recensione di Demon’s Souls deve iniziare così. Potremmo analizzare il lavoro di Bluepoint con l’occhio inflessibile di un tecnico, confrontarlo con l’originale From Software del 2009 e scoprire che sì, tantissimo è stato rifatto. Remake. Nuova interfaccia, nuovo impianto sonoro, nuova grafica. Boletaria era bellissima anche 11 anni fa, sotto le crepe dei limiti di un progetto in cui non credeva nessuno, e forse è proprio per questo che Miyazaki è riuscito a crederci. Remake. Adesso ci credevamo tutti. Perché 11 anni e milioni di copie vendute è facile saltare sul carro, poco importa poi si rompa quando gli rotoli addosso. È successo esattamente questo.

Sono saltato sopra Demon’s Souls 11 anni dopo. E si è rotto. E rompendosi mi ha mostrato quanto sono cambiato io. Quanto mi sia rimasto dentro lui…

Demon's Souls: remake o remastered?

Demon’s Souls vive in quella perversa terra di mezzo tra le due cose, in realtà.

È un remake, perché il gioco è stato rifatto da zero. E basta aprire un video qualunque su Youtube per vedere, per sentire, l’urto tipico dell’essere scagliati all’improvviso nel futuro. PS3 e PS5 non potrebbero essere più distanti. Demon’s Souls non è un ponte tra le due, non è quel filo rosso su cui tanto piace romanzare, a noi che giochiamo con le parole. PS3 era boriosa, complicata, spesso poco originale nei contenuti. PS5 è d’autore già dal design, con quel bianco che vuole avvolgere il nero come Sony vuole avvolgere giocatori e sviluppatori sotto la stessa cappa.

È una remastered, perché il gioco è lo stesso. Bluepoint lo ha detto subito, chiamata alla console di sviluppo ha sentito il peso della responsabilità della memoria. Sono diventati i custodi dell’esperienza originale di Demon’s Souls, e hanno fatto di tutto per tutelarla. Padri spiantati che pur di nutrire loro figlio rubano il pane. Sviluppatori innamorati che pur di restituire lo stesso feeling, le stesse sensazioni, restaurano anche gli stessi errori. L’IA continua avere gli stessi problemi. Qualche glitch è stato risolto, ma molti altri ci sono ancora.

Demon's Solus remake recensione: il cavaliere Phate carica il boss Avanguardia come 11 anni prima.
11 anni fa, la prima volta, l’Avanguardia mi aveva fermato. 11 anni dopo, la seconda prima volta… Uguale.
Non dovessi scrivere la recensione, ricomincerei Demon’s Souls finché non la batto.

Demon’s Souls aveva bisogno di un remake. Un remake vero, capace di prendere un gioco con mille limiti e rendere giustizia all’idea originale. Magari anche di aggiungere, finalmente, quella sesta arcipietra che continua a tormentare i cacciatori di demoni a 11 anni di distanza. Oppure forse era quello di cui avevo bisogno io, non lo so. Oppure non ne avevo nemmeno bisogno, perché queste prime giornate nella nona generazione sono state strane. Non è nostalgia, è memoria muscolare.

È quella linea di dialogo che era rimasta in un cassetto della memoria che si apre istantaneamente quando ti perdi – di nuovo, come 11 anni fa – nella Prigione delle Speranze. Uno spazio liminale lovcraftiano che ti confonde nel suo ripetersi quasi proceduralmente, nel non lasciarti nessun punto di riferimento. Poi però si aprono i cassetti, inizi a ricordare i pattern e gli incastri e le strategie. E quella guida completa scritta dai tuoi colleghi non ti serve nemmeno più. Riaffiorano alla mente dettagli che s’erano persi chissà dove, e a volte non sono nemmeno così affidabili. No, quel suggerimento di Lore era di Bloodborne, quell’altro era di Dark Souls. Non è esattamente come andare in bicicletta o giocare a Tetris, quelle skill che anche se non le eserciti per mesi e anni sono sempre lì.

È un po’ più complicato, un po’ più profondo. Però ci assomiglia, però ci fai pace, alla fine. L’urto passa, e alla fine anche chissenefrega che un remake così è concettualmente sbagliato.

Chissenefrega se Demon's Souls è un gioco PS5 che non sfrutta PS5

Perché Astro’s Playroom è così next-gen da essere un gioco per DualSense, prima ancora che per PS5. Demon’s Souls no, ma ve l’avrà già detto qualche altra recensione più tecnica. I grilletti non si bloccano né fanno resistenza. Ogni tanto c’è qualche pigro tentativo di far funzionare la vibrazione, ma quasi non ci si fa caso presi dal gioco, attenti a non sbagliare i tempi per un parry o per la schivata che fa la differenza tra vittoria e sconfitta. Tra un trofeo sbloccato – e relativa clip audio pregna di bestemmie – e il dover riattraversare il livello dall’ultima arcipietra, per di più con l’handicap di aver perso pure il corpo mortale.

E nelle prime ore ci si chiede perché. Ci si chiede addirittura se sia giusto che il titolo di punta della lineup di lancio sia qualcosa che, semplicemente, se ne frega di esserlo. Ma è come 11 anni fa: Demon’s Souls si prende il suo tempo, ma dopo un po’ sotto le stesse crepe si intravede la stessa bellezza. E si capisce che a far di più semplicemente si sarebbe mancato l’obiettivo che s’era prefissa Bluepoint. Tramandare quello che su PS3 era un titolo improbabile su cui non credeva nessuno. Con la stessa IA che si incastra negli angoli assieme alla telecamera, gli stessi escamotage per ammazzare i Cavalieri Occhi Rossi facendoli cadere giù dalle scale. Lo stesso immaginario pazzesco che poi alterna idee di level design da schiaffi.

Undici anni dopo Demon’s Souls è di nuovo qui, salvato dalla prigione tecnologica che era l’architettura hardware di PS3 e confezionato perché sembri un titolo per PlayStation 5. Non so se sia giusto. Non so se sia sbagliato. So che non riesco a staccarmici, come undici anni fa. Nonostante i problemi, nonostante sia stanco di dover sbattere la testa davanti ad errori che si potevano (dovevano?) risolvere ma non si potevano (dovevano?) eliminare. E se chiudo gli occhi, immagino di sentire una voce che esce dalll’SSD di questa nuova console. Perché quelle celle di memoria rimarranno occupate dagli stessi byte per tantissimo tempo.

Attenderò il vostro ritorno, cacciatori di Demoni.
Sono qui per voi e voi solo…

Verdetto
8.5 / 10
Restauro, laddove serviva un remake. Ma serviva un remake?
Commento
Apro il gioco, mi faccio strada per i tunnel di Stonefang. Arrivo di nuovo in quel maledetto punto dove devo calarmi per andare avanti stando attento a non calarmi troppo. Muoio. Ragequitto. La vita è troppo breve. E allora perché nemmeno un quarto d'ora dopo sono ancora lì, insultando a mezza bocca le idee di design di Miyazaki, ben consapevole che ha ragione lui da undici anni?
Pro e Contro
Fedelissimo all'originale
Un'opera seminale
Non riesco a staccarmene...

x Fedelissimo all'originale
x Un'opera seminale
x Sono così stanco...

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