Poteva Sony mostrare PS5 senza partire dai giochi? In ossequio al motto This is for the Players, ovviamente no. E infatti la presentazione della nuova ammiraglia di casa parte dai giocatori, dal loro passato: al netto di Gran Theft Auto 5 che arriva anche su PS5 – attraversando tre generazioni, record – i titoli mostrati sono quelli della storia di PlayStation. Gran Turismo, il campione di vendite che ha fatto la fortuna di PS1 e PS2, e che adesso deve affermare la sua identità spiegando perché è il Real Driving Simulator. Ratchet & Clank, fresco di reboot e acquisizione da parte di Sony di Insomniac, che torna definitivamente a casa e rispolvera una delle poche icone di un brand che non ha mai avuto bisogno di mascotte.

Ma c’è anche spazio per il passato recente, candidato a diventare presente e futuro della macchina. Lo Spider-Man ancora di Insomniac, ma anche Horizon 2 che ci porta nell’ovest proibito. O i contributi da terze parti, grandi e piccole, d’autore o mainstream.

PlayStation 5 sembra dipendere dai suoi giochi, com'è giusto che sia per una macchina marchiata PlayStation.

Gran Turismo 7

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Per approfondire:
Gran Turismo Sport

Il reveal di Gran Turismo 7 è stato uno dei momenti emotivamente più forti di tutto l’evento PS5. Intendiamoci, ho amato Sport e ho apprezzato tantissimo l’intenzione di Polyphony Digital di creare un titolo che insegnasse la netiquette ai suoi utenti, però mancava qualcosa. Le parole di Kazunori Yamauchi hanno rassicurato i fan: Gran Turismo 7 sarà nuovamente incentrato sulla campagna, grande assente in GT Sport.

Sport è stato un tentativo di innovazione per il brand, ma il ritorno di un capitolo numerato dalla forma più classica è la dimostrazione che certi amori non devono e non possono finire. Ve lo assicuro, vedere l’hub della modalità campagna di Gran Turismo 7 mi ha emozionato tantissimo. Colpa di quel look immortale che ricorda da vicino i primi capitoli su PS1 e della colonna sonora jazz. Torneranno le patenti, le auto indistruttibili, le gare al limite della follia come le 24h e quel meraviglioso stridere di pneumatici ad ogni singola curva.

Gran Turismo, nel suo essere un titolo pieno di difetti evidenti, è una serie immortale che ci ha cresciuto come giocatori.

Va detto anche che in molti non sono stati in grado di comprendere Gran Turismo e lo hanno sempre criticato aspramente. Spiace, perché per apprezzare Gran Turismo basterebbe poco: basterebbe rendersi conto che non è un gioco di corse automobilistiche, ma un gioco per automobilisti innamorati. È la celebrazione massima dell’automobile in tutte le sue forme e in tutte le sue epoche. Per rendersene conto basta osservare la luce negli occhi di Kazunori Yamauchi quando parla del suo gioco e quando parla del fatto che in Gran Turismo le auto non subiscono danni perché gli si stringe il cuore a vedere una macchina incidentata.

Bentornato Gran Turismo, bentornata campagna. Per quanto possa aver voluto bene a GT Sport quel feeling urbano da innamorato delle quattro ruote mi è mancato davvero tantissimo, e so già che all’uscita finirà esattamente come quel giorno in cui ho ritrovato la mia copia di Gran Turismo 4 e ho deciso di farmi un giro di prova per ricordare i bei vecchi tempi. È finita che fuori albeggiava e io mi ero scordato della vita reale perché troppo impegnato a sistemare la mia Skyline R32 per limare quei centesimini sul giro secco a Suzuka.

Marvel’s Spider-Man: Miles Morales

Finalmente è confermato. Salvo imprevisti dovremmo poter tornare a dondolare nello skyline di Manhattan già al lancio di PS5, questa volta nei panni di Miles Morales.  

Il giovane Morales è colui che nell’universo Ultimate della Marvel raccoglie l’eredità di Peter Parker dopo la sua morte. Già personaggio di contorno in Spider-Man per PS4 e protagonista del capolavoro d’animazione Spider-Man: Un Nuovo Universo ora avrà anche un gioco tutto suo.

Lo Spider-Man di Miles ha poteri diversi da quello di Parker. Oltre alle abilità da  arrampicamuri possiede la capacità di mimetizzarsi e un tocco venefico, che paralizza e stordisce i nemici. 

Ed è proprio grazie ai nuovi poteri che potremo aspettarci i cambiamenti più sostanziosi, specialmente per quanto riguarda la mimetizzazione.

Il primo capitolo infatti vedeva un insieme di meccaniche stealth che non è riuscito a raggiungere la stessa qualità del resto dell’esperienza. In Spider-Man PS4 affrontare una missione con la furtività si trasformava in un ripetitivo ciclo di isola e elimina che riduceva il gameplay a un semplice esercizio di pazienza.

E qui entra in gioco il potere di Miles. La mimetizzazione del nuovo Spidey è praticamente un potteriano mantello dell’invisibilità. Si spera quindi che questa nuova arma permetterà allo spararagnatele di allontanarsi finalmente dall’infruttuosa emulazione della serie Arkham, e magari creare il suo marchio di meccaniche stealth.
Allo showcase Sony abbiamo visto anche che Insomniac insieme a Marvel’s Spider-Man: Miles Morales sta sviluppando anche Ratchet & Clank: Rift Apart. Nonostante le nuove possibilità create dal nuovo protagonista, diventa difficile pensare che vedremo stravolgimenti in un seguito sviluppato nell’arco di due anni e con metà staff. Quello che ci aspetta più che un sequel vero e proprio è probabilmente un more of the same con uno stealth rinfrescato, che è proprio quello di cui il primo capitolo aveva bisogno.

Solar Ash

Una figura slanciata si alza in piedi sopra il tettuccio di una navicella. Osserva un buco nero a breve distanza. Si sgranchisce le spalle e il collo e impugna decisa una spada fatta di pura energia. Poi, salta. Trascinata da un detrito si lancia in un cono di luce, dove sfreccia fino ad attraversare l’orizzonte degli eventi. Una creatura imponente, fatta di pura luce, la attendeva. Ci attendeva.
Dovremmo avere paura.
Con forza l’esile figura viene scaraventata via, smembrata in gocce di luce.
Al suo risveglio si ritrova nel vuoto, all’interno di un luogo in cui i mondi vengono inghiottiti.

Questo è tutto ciò che sappiamo di Solar Ash, il nuovo gioco di Heart Machine

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Politica? È lecito aspettarsi che i giochi su PS5 parlino di politica. Come facevano già su PS4 e su PS3. Come devono poter fare sempre.

La software house statunitense Heart Machine nel 2016 aveva esordito con Hyper Light Drifter ‒ un RPG in 2D in pixel art. Il titolo cerca di riprodurre concettualmente il percorso di convivenza con la malattia, attingendo a piene mani all’esperienza e alla storia personale del fondatore di Heart Machine, Alex Preston, affetto da un difetto cardiaco congenito fin dalla nascita. Rinunciando completamente alla parola, Hyper Light Drifter trascina il giocatore in una narrazione fatta interamente di segni, simboli e figure; tra carcasse di giganti e altari sacrificali, mentre un morbo divora la terra.

Nonostante nel trailer ci siano numerosi elementi che colleghino nell’immaginario i due giochi – la palette cromatica acida, la spada d’energia, il design di alcune creature, etc… ‒ Solar Ash, ci dice lo stesso Alex Preston, “è basato sulla riflessione e sul progresso. […] Rimane una storia personale, ma si evolve per trasformarsi in qualcosa che va oltre il peso delle difficoltà per offrire un motivo di speranza.”

Stray

Cyberpunk? Nei giochi PS5, quanto ne vuoi. Ma anche nei giochi in generale sembra…

Stray. Osservare una città futuristica con gli occhi di un gatto. Sembra tutto tranne che un’idea del futuro. Perché, allora, mi ha così colpito? Come dichiarato dagli stessi autori la città futuristica abitata da robot trae ispirazione dalla città murata di Kowloon. Insediamento Cinese che, a quanto, pare ha avuto pesanti problemi prima di essere abbandonato, tra cui: sovrappopolazione; costruzione di edifici insensata e non regolamentata; gioco d’azzardo e prostituzione. Io non sapevo niente di niente riguardo alla storia di questa città, ma riguardando il trailer, si vede decisamente lo studio fatto e l’intenzione di riportare il suo degrado in salsa cyberpunk (atmosfera fantastica tra l’altro, se il gioco e’ tutto così… Bello). Sì, ma cosa c’entra? Non siamo ancora al punto, no? Più o meno.

In realta questa particolare scelta e il primo indizio per svelare il misterio dietro alla volonta di portare un gioco simile su PS5

Il secondo indizio e il protagonista: il gatto. Il gatto è un essere piccolo, sgattaiola e, sempre come dichiarato dagli autori, ti permette di osservare luoghi da punti di vista proibitivi per il corpo decisamente più importate di un essere umano. Se due indizi non fanno una prova, allora un terzo indizio ci porterà alla soluzione: Il titolo. “Stray” vuol dire diverse cose (per una volta la ligua barbara inglese ha un’utilita) tra cui vagante, randagio e sperduto. Tutti termini che racchiudono il cuore del gioco: osservare.

Ecco quindi perché’ c’è bisogno della next gen per un titolo del genere: per i dettagli. Sì, per carità, ci saranno rompicapi e sessioni action frenetiche, ma saranno i dettagli a dominare secondo, insieme ai i suoni. Grazie al fatto che impersoneremo un gatto, potremmo vagare in questa città invasa dalle luci e da imponenti edifici, vagabondando e passando inosservati. Come fossimo reporter di una città del passato la cui storia si ripete nel futuro (cicli, ultimamente se ne vedono tanti, non mi stupirei). Su PS4 perderemmo la maggior parte dei dettagli e, grazie al particolare sistema di audio 3D di PS5, secondo me avremo anche molti stimoli sonori che descriveranno ancora meglio il mondo immaginato dai ragazzi di BlueTwelve.

Posso essere sincero con voi? Sono convinto che se un gioco è fatto bene lo si vede dai dettagli. Io spero davvero tanto in una svolta piu verso le piccole cose, che verso la spettacolarità a tutti i costi per la next gen. Chissà che Stray non sia l’incarnazione di questo mio desiderio.

Ghostwire Tokyo

Il mio primo pensiero davanti alla conferenza Bethesda dello scorso E3 è stato che, nella vita, Shinji Mikami avrebbe meritato di più. Era su quel palco con il suo immancabile cappellino a presentare Ghostwire Tokyo, ennesima fatica di una carriera incredibilmente prolifica, ma agli occhi di tutti era “solo” il creatore di Resident Evil e padre dell’horror su console alle prese con un progetto interessante ma probabilmente dimenticabile. È dura quando ti sbatti per tutta la vita per dimostrare a tutti che sei un autore a tutto tondo ma la gente si ricorda solo della tua opera prima e ti percula per God Hand.

Mikami però è un autore di quelli veri, di quelli che ci hanno sempre provato, anche a costo di fallire in maniera spettacolare. Non è un caso che abbia lavorato fianco a fianco con Suda51 ed Hideki Kamiya e che abbia messo le mani in quasi tutti i progetti più rivoluzionari delle ultime quattro generazioni. Quella presentazione di Ghostwire Tokyo era stata molto interessante, ma sotto sotto lo abbiamo pensato tutti che fosse un tentativo di riciclarsi con l’ennesimo gioco horror per cavalcare l’unico genere in cui avesse mai avuto successo. In un periodo storico in cui, diciamocelo, spaventarsi pad alla mano è diventato molto difficile, tra le altre cose.

Poi è arrivata la presentazione di Playstation 5, e Mikami ha calato definitivamente la maschera

Ghostwire Tokyo ci è esploso in faccia come una bomba impazzita, molto più vicino a Rez e ai giochi di Goichi Suda che all’horror classico. Un novello LSD Dream Emulator in chiave j-horror che assomiglia molto più ad un bad trip che ad un incubo, ambientato in una Tokyo folle condita da novelle Samara e altre mostruosità made in sol levante totalmente fuori controllo. Ghostwire Tokyo sembra essere l’acuto di un autore duro e puro, pronto ad oltrepassare ogni confine pur di lasciare nuovamente la propria impronta sulle pagine della storia.

Da Ghostwire tokyo non mi aspetto un horror classico ma un’esperienza lisergica, potente e drasticamente divisiva. In pieno stile Mikami, che sotto quel cappellino ha sempre nascosto un cervello schizzato e geniale. E se dovesse essere un fallimento, che sia un fallimento spettacolare, di quelli che fanno male perché in trasparenza si vedono la mano e il cuore di un autore che danno il sangue pur di esprimersi a modo proprio, senza dover scendere a compromessi con nessuno.

Kena: Bridge of Spirits

Ember Lab si batte per creare una storia immersiva attraverso innovazione tecnica, personaggi avvincenti e mondi cinematografici“. Kena: Bridge of Spirits si presenta così ai miei occhi, un’avventura action dallo stile semplice, old school mi verrebbe da dire, ma con tutte le carte in regola per funzionare. Partiamo dall’inizio del trailer. Troviamo Kena, la protagonista del nuovo titolo Playstation, che medita all’interno di una foresta. Intorno a lei, tantissime creature dolcissime. Simpatici questi peluche mi dico. Si chiamano Rot e sono gli spiriti che ci aiuteranno nel corso della nostra avventura. La voce del probabile villain rimbomba nelle mie cuffie. “Pensi di poter guidare i Rot, ma io conosco tutte le tue debolezze…non hai nessun potere qui”. La ragazza cade nel vuoto. Stacco. Si passa improvvisamente al gameplay.

Kena non ha alcuna intenzione di sottomettersi alle parole della malvagia figura che appare sul mio monitor

Se devo esser sincero, all’inizio ero titubante. I movimenti della protagonista li ho trovati un po’ legnosi, soprattutto i salti. Questi mi sembravano piuttosto innaturali. O per meglio dire impacciati. Dopo alcuni secondi però, il filmato decolla e diventa molto interessante. Ci viene mostrata l’interazione fra la giovane eroina e gli spiriti. Funzionale, soprattutto in combattimento. Sono curioso di vedere fino a che punto verrà implementata, specialmente quando imbracceremo il nostro arco.

Probabilmente, questi esserini carinissimi avranno anche un ruolo molto importante per superare i quasi certi enigmi che il gioco ci proporrà. Ci vengono poi mostrate alcune sequenze corpo a corpo. Bello il design di questi nemici. Schivata classica e poi un colpo assestato come si deve. Manca ancora qualcosa però per ritenermi soddisfatto appieno. Eccolo lì, il parry. Urlo con il mio amico in cuffia, neanche stessi vedendo il testa a testa Rossi – Gibernau di tanti anni fa. No. non sto gridando al miracolo innovativo eppure sono a mille. Il gioco sembra avere tutti i tasselli per funzionare a dovere.

Tanti mostri, un combat system frenetico, veloce e che si combina con i simpaticissimi Rot. Tutto questo, all’interno di un mondo bellissimo da vedere. Sì, proprio quell’universo cinematografico capace di farti ritornare bambino e che Ember Lab vuole portare all’interno del suo nuovo videogioco. Lo studio si affaccia per la prima volta al gaming grazie ad un trailer perfettamente riuscito. Nel portfolio spiccano alcuni spot per Coca – Cola e per la MLB. Lo stile grafico è il medesimo. Avete la mia attenzione. Kena: Bridge of the Spirits, l’avventura action che seppur apparentemente classica, spero si dimostrerà capace di farmi divertire. E addirittura sognare.

Horizon 2: Forbidden West

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Pisciare Hai pisciato Horizon per Zelda? Ti sei perso un prodotto di una profondità pazzesca.

Immaginate di essere pieni di talento e ambizione, ma che ogni vostro tentativo per affermarsi si traduca in un nulla di fatto. Che il vostro Killzone per quanto ci provi sia sempre e soltanto al massimo il clone scemo di Halo, che anche se da solo regge i primi mesi di PS4 alla fine rimane un giochino. Immaginate che poi in questo scenario esca Horizon Zero Dawn e diventi un classico instantaneo. Di più, il game designer più quotato del mondo decida addirittura di chiederti l’engine per realizzare la sua visione, qualcosa che aveva l’ambizione di cambiare il mondo e non ce l’ha fatta per colpa nostra.

Potrei dire tanto altro su Horizon e su Horizon 2: Forbidden West. Parlare di quanto il poco che si è visto sia molto parlante, di come racconti un mondo ad occidente che in realtà è immerso in un immaginario orientale, pucciato in una salsa teriyaki che rimanda ad un altro dei nostri fallimenti, Okami. Ma sarebbero parole al vento, speculazioni. Forse ci sarebbe molto che in realtà non c’è al di fuori della mia testa, la testa di qualcuno che si è innamorato di Aloy perchè Aloy lo ha fatto sentire meno solo, si è posta delle domande che nei videogiochi non ci si pone mai.

Potrei parlare di che colpo al cuore è stato vedere quel trailer, quel drago. Sylens che compare a schermo, minaccioso come può esserlo solo una persona che cede al lato oscuro del sapere rendendolo una ragione di vita, un’ossessione. La verità è che molto più semplicemente Horizon Zero Dawn è stato uno dei giochi più soprendenti su PS4 e non vedo l’ora di tornare in quel mondo su PS5, sfruttando tutte le meraviglie promesse da PS5. Dai grilletti aptici di DualSense al pluricitato audio 3D, passando per il disco a stato solito e a tutte le altre buzz word utilizzate nella lotta tra PlayStation 5 e Xbox Series X.