Recensione Virtuaverse e il Cyberpunk reazionario

La recensione di Virtuaverse, che parla di futuro glorificando il passato senza aver capito il senso del Cyberpunk

Stiamo assistendo, da un annetto a questa parte, ad una polarizzazione estrema del mercato. Da quando CD Projekt Red ha mostrato al mondo il primo vero trailer di Cyberpunk 2077 il mondo indie ha drizzato le orecchie e ha tentato di salire sul carrozzone futuristico tutto luci al neon e megalopoli oscure che ha attirato l’interesse del pubblico. Virtuaverse è un avventura grafica tutta italiana, uscita su Steam, che si inserisce esattamente in questa nicchia di mercato sempre più affollata ed assetata di cyberpunk.

Il gioco è sviluppato da Theta Division ed è edito da Blood Music. Curioso che quest’ultima sia in realtà un’etichetta discografica legata all’ambiente Synthwave che ha deciso di buttarsi nel mercato videoludico. In questo senso, è fondamentale la colonna sonora firmata da Master Boot Record, che è uno dei suoi artisti di punta. Virtuaverse è un’opera prima per tutti, dagli sviluppatori all’editore. E, francamente, si vede.

Un’avventura grafica vecchio stile

Virtuaverse è un’avventura grafica punta e clicca che riprende lo stile e le meccaniche che hanno fatto la fortuna di Sierra e LucasArts. Potrei fare una lista infinita di titoli dello stesso genere che hanno fatto la storia del medium, ma basterà citare Monkey Island per capirci. È una dichiarazione d’intenti implicita ma comunque molto forte: Theta Division ha voluto riprendere un genere scomparso e difficilmente conciliabile con i gusti del pubblico odierno ibridandolo col Cyberpunk. Ammiro la determinazione ed il coraggio che stanno dietro ad una scelta del genere, ma c’è un grosso problema di fondo. Virtuaverse è un gioco nato vecchio.

Theta Division ha voluto puntare su un genere del passato senza interrogarsi del perché quel genere sia quasi sparito dalla circolazione. Nonostante non sia mai stato un grandissimo amante delle avventure grafiche, dispiace anche a me che siano scomparse. Sono state un baluardo del videogioco e lo hanno aiutato a crescere come medium, soprattutto dal punto di vista della narrativa. Le avventure grafiche, però, sono morte perché hanno rifiutato di evolversi, fingendo quasi che fuori dalla finestra non ci fosse un mondo in fermento che stava cambiando.

Virtuaverse soffre degli stessi identici problemi del genere a cui fa riferimento e non cerca in alcun modo di limarli. Il gioco è lento, macchinoso e in certe situazioni terribilmente tedioso. Non è mai stato divertente o interessante l’essere obbligati al backtracking, soprattutto quando il movimento è lento come quello di un pachiderma appena uscito dal letargo. Per qualcuno sarà una questione di gusti, per me è il rifiuto categorico di riconoscere i limiti di un genere dimenticato soprattutto a causa degli stessi.

Virtuaverse racconta l’ossessione di Theta Division per il passato, non il Cyberpunk

Virtuaverse è un gioco reazionario che parla di Cyberpunk senza averlo compreso. L’ossessione per il passato di Theta Division è così ingombrante che oscura il futuro che hanno tentato di raccontare. Virtuaverse soffre tantissimo della nostalgia che esprime e che tenta di vendere, spesso senza quasi rendersene conto. La scelta di rifarsi ai titoli che hanno fatto la gloria del genere tradisce in partenza la fascinazione per il passato di chi lo ha concepito, ma è solo il primo passo verso una visione un po’ troppo bacchettona del futuro. Virtuaverse racconta il futuro con diffidenza, quasi con paura, e si rifugia continuamente nella celebrazione di un periodo storico che, anche se rapportato al nostro presente, è vecchio di quarant’anni.

Non è un caso che nel menù ci sia in bella vista un joystick del Commodore 64

Non si tratta quindi di un videogioco cyberpunk, ma di un videogioco che del cyberpunk ha colto solo l’estetica e certe atmosfere, non l’anima. Lo si capisce dal fatto che troppo spesso, in maniera davvero fastidiosa, la tecnologia del futuro venga sottoposta ad un giudizio moralistico ingiustificato.

Il tono adottato è molto simile a quello di Black Mirror, quindi quello di chi pubblica sui social immagini che raccontano quanto gli facciano schifo i social. Non c’è nessun tipo di coerenza però nel denigrare la tecnologia del futuro glorificando ciecamente quella del passato.

C'è tanto cuore in Virtuaverse, ma a mancare è la sua anima

Virtuaverse cade troppo di frequente nella trappola che ha piazzato da solo sul suo percorso. Non si spiega quindi come mai Nathan, il protagonista, si lamenti costantemente della società in cui vive denigrando la realtà aumentata e gli impianti cibernetici come un novello Carlo Calenda, salvo poi ricordare con nostalgia i cabinati del passato e il Power Glove Nintendo. La narrazione si impantana spessissimo in questa palude retorica che ammicca vistosamente al passato di chi sta dall’altra parte dello schermo. Il risultato è che l’immersione si sbriciola di continuo sotto i colpi della nostalgia di chi ha sviluppato Virtuaverse, infarcendolo di riferimenti alla cultura pop degli anni ’80.

Anche l’occhio vuole la sua parte

C’è una cosa che Virtuaverse ha compreso davvero bene: l’estetica retrofuturistica del cyberpunk. È il livello più superficiale dell’analisi del genere, oltre che quello più inflazionato, ma quanto fatto da Theta Division a livello estetico è lodevole. La pixel art è piena di fascino e le ambientazioni della prima parte di gioco richiamano da vicino quel look oscuro e sporco delle ambientazioni urbane di Blade Runner e Ghost in the Shell. Il mood, quando non incrinato dall’ennesima battutina su quanto fossero belli gli anni ’80, viene inquadrato in maniera davvero convincente dalla colonna sonora. Master Boot Record suona freddo, lercio e spietato, incastrando synth spigolosissimi a riff gelidi che ricordano il metal sintetico di Doom.

La colonna sonora è così di ottima fattura che sembra quasi che Virtuaverse sia nato come tie in del disco in uscita sui canali ufficiali di Blood Music. Un prodotto esteticamente bellissimo e pieno di cuore che però tradisce un po’ la sua natura di scatola vuota ornata di luci al neon e grattacieli pixelosi. Virtuaverse, di fatto, si rivolge al pubblico di Blood Music e ai seguaci del movimento retro e synthwave. Non c’è niente di male, ma rende chiaro il perché il titolo faccia così tanto leva sulla nostalgia e si interroghi così poco sulle sfide e i drammi di domani.

Il potenziale c’è, ma va sfruttato meglio. Nonostante tutto ho fiducia nel fatto che Theta Division sappia imparare dagli errori di Virtuaverse per arrivare ad un nuovo titolo più coerente con sé stesso che sappia capitalizzare al meglio le capacità del team. Sono pronto a cambiare idea.

Verdetto
5.5 / 10
Un videogioco cyberpunk nato vecchio che parla della tecnologia con lo stesso timore di Carlo Calenda
Commento
Virtuaverse è un avventura grafica che del cyberpunk ha compreso al meglio l'estetica ma non i contenuti. L'esordio di Theta Division tenta di raccontare il futuro senza rendersi conto di essere terribilmente legato al passato. È una storia dai toni oscuri che racconta la tecnologia come il male assoluto glorificando parallelamente la tecnologia del passato. Bello il Power Glove, per carità, ma è ora di guardare avanti e proporre qualcosa di nuovo che sia quantomeno stimolante. Il suo essere reazionario è figlio del fatto che si tratta di un videogioco troppo debitore delle opere di LucasArts, da cui eredita pregi e, soprattutto, difetti. Le avventure grafiche sono quasi scomparse e quel poco che esce ancora sul mercato ha tentato di evolversi, Virtuaverse no.
Pro e Contro
Estetica curatissima e convincente
Colonna sonora pazzesca

x retorica passatista fastidiosa
x belli gli anni '80, ma magari basta
x backtracking lento e frustrante