Andrea Sorichetti

Speciale Fortnite contro Apple, ma la colpa è di TikTok

A meno che non viviate sotto un sasso, saprete sicuramente che la notizia che ha infiammato il mondo – e non solo quello dei videogiochi – è che Fortnite è stato rimosso da App Store. Non solo: a poche ore di distanza è arrivata la comunicazione che anche Google ha rimosso il titolo di Epic Games dal Play Store. A seguito di questi annunci, Epic ha risposto pubblicando in rete un video che scimmiotta lo storico commercial con cui Apple ha lanciato sul mercato il Macintosh durante il Superbowl del 1984. Il video è servito agli autori di Fortnite per lanciare la campagna #freefortnite contro il colosso di Cupertino, annunciando così una causa legale contro Apple.

La situazione è complessa, complessissima, e potrebbe non ridursi alle “semplici” pretese di guadagno di entrambe le parti. Ci sono innumerevoli interessi in gioco, non solo di natura economica, ma di natura prettamente politica. Infatti l’attacco di Fortnite contro Apple e Google potrebbe essere una mossa politica della Cina contro gli USA. Stiamo assistendo ad un comportamento pericoloso da parte di tutte le aziende coinvolte, nessuna esclusa. Francamente credo che ciò che sta succedendo sia agghiacciante per tanti motivi, e che le vittime di tutta questa confusione, in definitiva, siamo noi. Proverò ad analizzare la situazione da vicino, punto per punto, provando a dare un ordine al caos che si è scatenato negli ultimi giorni. Andiamo per gradi.

Perché Fortnite è stato rimosso da App Store?

Apple ha deciso di bandire Fortnite da App Store per tutelarsi. Epic Games, infatti, ha inserito una nuova forma di pagamento all’interno di Fortnite che aggirava la tassazione di Apple sugli acquisti in app. Apple, infatti, obbliga chiunque pubblichi sul suo store ad usare il suo sistema di pagamento, che trattiene il 30% fisso su tutte le transazioni. Epic ha quindi deciso di aggirare questa imposizione implementando un metodo di pagamento che converta il 100% della spesa direttamente nelle sue casse, senza passare dallo store Apple. Apple ha giustamente rimosso Fortnite perché questa scelta era un chiaro infrangimento del regolamento dello Store. Se non avesse preso questo tipo di provvedimento si sarebbe creato un precedente pericolosissimo che avrebbe portato virtualmente chiunque ad imitare Epic, togliendo di fatto ogni forma di guadagno legata allo store.

Le accuse di Epic (che sono elencate in questo documento) sono molteplici e di varia natura. L’azienda si lamenta del fatto che Apple abbia adottato politiche monopolistiche che obbligano le aziende ad alzare i prezzi per poter sostenere i costi della loro infrastruttura. In un certo senso, Epic ha incolpato Apple del costo delle microtransazioni. Inoltre, Epic lamenta il fatto che il sistema di pagamento di Apple va a peggiorare l’esperienza degli utenti, che sono costretti ad uscire dall’app per ogni acquisto in game. Sulla carta, quello che chiede Epic è concorrenza leale da parte di Apple, che invece continua a comportarsi da monopolio. Il video di denuncia di Epic contro Apple va a pungere sul vivo la casa di Cupertino, accusata di essere diventata peggiore della stessa IBM che criticava nel 1984, accusata da Steve Jobs di essere l’incarnazione del Grande Fratello del libro di George Orwell.

it appears IBM wants it all. Apple is perceived to be the only hope to offer IBM a run for its money . . . . Will Big Blue dominate the entire computer industry? The entire information age? Was George Orwell right about 1984?”

Steve Jobs al lancio di Macintosh nel 1984

Fortnite contro Apple – hanno ragione tutti, quindi hanno tutti torto

La mossa di Epic Games è stata studiata come un vero e proprio casus belli per muovere guerra ad Apple. Legalmente parlando, ciò che ha fatto Epic è profondamente sbagliato. È una forma di protesta piuttosto furba (ne parleremo più avanti), ma è una chiara violazione dei contratti stipulati con Apple per la pubblicazione su App Store. Il ban di Fortnite da parte di Apple, quindi, è sacrosanto. Allo stesso tempo, però, le accuse di Epic nei confronti di Apple sono fondate. Sono da sempre un detrattore dell’azienda di Steve Jobs, e le mie motivazioni sono pressoché le stesse sollevate da Epic nel suo documento di accusa. Eticamente parlando Apple è un’azienda dalla forte matrice monopolistica, e ho sempre visto il tanto decantato ecosistema Apple più come una prigione per la sua utenza che un valore aggiunto.

In ogni caso, però, ciò che vedo guardando a questa situazione è una guerra tra aziende plurimiliardarie che tentano di guadagnare ancora di più, in maniera sempre sleale. Epic sta facendo la parte della piccola casa indipendente schiacciata dalla zaibatsu degli iPhone, ma parliamo pur sempre di un’azienda del valore di mercato di 17 miliardi di dollari. Fortnite, da solo, genera guadagni per circa 3000 dollari al minuto, mica bruscolini. Stiamo assistendo allo scontro tra due colossi che, all’apparenza, stanno litigando per rendicontare qualche miliardo in più a fine anno.

E se il vero motivo dello scontro fosse un altro?

E se dietro la guerra tra Epic Games ed Apple ci fosse…TikTok?

Facciamo un passo indietro. Poche settimane fa, dopo mesi di accuse, Donald Trump ha bandito TikTok dagli Stati Uniti. Al celebre social cinese si sono aggiunti in breve tempo WeChat e, negli ultimi giorni, Alibaba. La motivazione dietro all’estromissione di queste applicazioni dagli Stati Uniti è la stessa che ha portato alla controversia con Huawei dell’anno scorso. Il governo USA infatti ha accusato più volte queste aziende di spiare gli utenti americani, ponendosi come un grave pericolo nei confronti della sicurezza nazionale. Non mi interessa approfondire il discorso in questa sede, ma la questione TikTok è molto importante per comprendere lo scenario in cui ci stiamo muovendo.

C’è un motivo, se sono convinto del fatto che dietro a questa diatriba ci siano interessi politici. Quella tanto criticata tassazione del 30% sugli acquisti imposta da Apple e Google, infatti, è uno standard del mercato. Chiunque, a partire da Sony fino ad arrivare a Nintendo, passando per Gog, Amazon e Game Stop, impone una fee del 30% sugli acquisti. È molto strano che Epic Games se la sia presa solo con Apple e Google. O meglio, se fosse vero che la causa scatenante di questa guerra tra Apple ed Epic è l’atteggiamento monopolistico della casa di Cupertino, allora perché Epic si sarebbe dovuta schierare apertamente anche contro Google? Se invece il problema è davvero la tassazione, perché scagliarsi contro Apple e non contro Sony, Microsoft e Nintendo?

L’ombra della Cina dietro alle accuse di Epic Games

Nel Giugno 2012, Tim Sweeney annunciò al pubblico di aver stretto un accordo storico per Epic Games. Gran parte delle quote di partecipazione vennero infatti acquistate da Tencent, che ad oggi detiene il 40% di Epic. È un decennio che il colosso cinese investe nel mercato videoludico, non a caso detiene quote in tutte le principali aziende del settore, come Riot Games, Platinum Games e Activision Blizzard. Ciò che ha sempre fatto molta paura dell’ingerenza di Tencent nel mondo tech sono i suoi strettissimi legami con il governo cinese. Manca un’ultima informazione per comprendere lo scenario: WeChat è di proprietà di Tencent. Esistono prove del fatto che il governo cinese abbia libero accesso a tutte le conversazioni private degli utenti. WeChat, come dicevamo poco fa, è una delle applicazioni colpite dal ban del governo americano assieme a TikTok.

Forse non è un caso che a pochissimi giorni dal ban ordito da Trump nei confronti di TikTok e WeChat, Epic Games (il cui 40% è detenuto da Tencent stessa) si sia scagliata contro due aziende che sono al 100% americane. Sembrerebbe quasi che dietro alla campagna #freefortnite si nasconda un attacco economico-politico di dimensioni sconosciute. Una sorta di vendetta contro il ban di TikTok e WeChat. I forti legami tra Tencent, ByteDance (detentrice di TikTok) e il governo cinese hanno messo in allerta il governo USA, che in una mossa davvero dubbia ha lanciato la sua battaglia alla censura cinese bandendo le applicazioni dal paese. La si è chiamata in maniera differente, ma pur sempre di censura si parla.

I videogiochi come campo di battaglia tra Cina e America

I videogiochi stanno avendo un ruolo quasi centrale in questa nuova guerra fredda tra America e Cina. Tencent si è infilata ovunque sia riuscita ad accaparrarsi una quota di mercato nel mondo del gaming, e oggi si ribella usando Fortnite come un arma da usare contro il dominio di Apple e Google. La questione diventa ancora più spinosa se si tiene conto del fatto che la politica americana si è mostrata sempre più interessata al potere comunicativo dei videogiochi, in particolare di Fortnite, dopo il clamoroso concerto di Travis Scott. Oggi parliamo di Fortnite contro Apple, se invece la politica USA dovesse decidere di sbarcare ufficialmente sulla piattaforma detenuta da Tencent, cosa impedirebbe al governo cinese di intromettersi?

Sweeney è stato chiaro, Fortnite cambierà drasticamente entro l’anno prossimo. Quello appena visto è forse un primo passo volto a portare Epic a competere davvero con i big del settore. Se dovesse davvero diventare una nuova versione più riuscita di Second Life, non è detto che non possa diventare anche un’arena politica. In questo caso, l’ingerenza cinese potrebbe diventare un problema ancora più serio agli occhi del governo americano. È una situazione in divenire, ma è innegabile che il legame che c’è tra videogiochi, Cina e America nasconda molto più di quanto non sembri. Le prime avvisaglie si erano viste all’epoca del caso Blitzchung.

Apple contro Fortnite e la militarizzazione del pubblico

In tutto questo caos la risposta del pubblico è emblematica. Abbiamo reagito come tifosi esagitati, subito pronti a scendere in campo e a schierarci a difesa della bandiera che abbiamo scelto. Da un lato gli estimatori di Epic Games e gli amanti di Fortnite, dall’altra i paladini Apple e gli utenti Steam sempre pronti ad attaccare ciò che orbita attorno a Tim Sweeney. L’aspetto più grave è che stiamo venendo militarizzati da aziende miliardarie, che usano il pubblico fidelizzato come arma per colpire il competitor. Ci stiamo cascando in pieno. Lo ripeto: sono quasi totalmente d’accordo con le accuse mosse da Epic ad Apple, ma trovo davvero agghiacciante il contesto in cui le aziende si sono mosse.

Non era mai successo prima che un’azienda annunciasse una causa legale con un video su YouTube, tantomeno che lo facesse incitando il pubblico a sostenerla nella sua crociata costruita palesemente a tavolino. Non è accettabile che lo scontro Fortnite vs. Apple si trasformi in uno scontro tra i fan di Fortnite e quelli di Apple, non se davvero ci sono in ballo questioni politiche molto più profonde e delicate di quanto non si creda. Abituati dalla stampa di settore alle console war, sembra quasi che siamo anestetizzati di fronte a quello che sta accadendo e alla pluralità di letture che se ne possono dare. Ci interessa schierarci per portare acqua al nostro mulino, senza accorgerci che quel mulino alimenta un azienda multimiliardaria. Non siamo di fronte all’ennesima iterazione di quel Genesis does what Nintendon’t che ci ha esaltato negli anni ’80. Stiamo applaudendo delle pratiche da guerra fredda.

Stiamo applaudendo una menzogna

Epic è riuscita a far passare il messaggio che se le microtransazioni costano così tanto è colpa di Apple. Anzi, ha incolpato chiunque segua il modello dettato da Steve Jobs. È una menzogna. Lo ripeto: parliamo di un’azienda del valore di 17 miliardi di Dollari e di un videogioco che genera 3000$ di incasso al minuto. L’insostenibilità dell’industria è dovuta a tantissimi fattori, in primis dalle pretese assurde di guadagno delle principali aziende. Le stesse aziende che pur di guadagnare ancora di più sottopagano i dipendenti e li costringono a ritmi di lavoro micidiali. Non è colpa di Apple, non solo. Se a questo aggiungiamo che il legame che c’è tra i videogiochi, la Cina e l’America sta assumento contorni esplicitamente politici mentre noi stiamo a guardare da casa applaudendo e tifando la fazione che più ci aggrada, il gioco è fatto.

Stiamo attenti.