Ep 38: Podcast has Changed

Puà la dipendenza da videogiochi causare e portare alla morte? Sembra una cosa assurda ma è una cruda verità. “Video games don’t kill people. Stupid people kill people”. Lo speciale non può che partire con questo commento, scritto da un utente online. Sarà vero, ma, malgrado ciò, spesso i videogiochi sono accusati di essere troppo brutali, di portare dipendenza, e di creare disturbi mentali e psicologici e talvolta spingere alla follia; un discorso fatto a suo tempo anche con i cartoni animati e con i film, e probabilmente con qualunque nuovo medium emergente nel campo dell’intrattenimento.

Molto probabilmente è solo una scusa. I videogiochi sono il perfetto capro espiatorio per addossare delle colpe. Sicuramente, l’ascesa della loro importanza li mette sotto riflettori e gogne mediatiche di ogni genere e tipo. Adesso anche le stragi sembrerebbero essere collegate in qualche modo al mondo dei videogiochi. Solo perchè qualcuno si è messo un telecamera in testa e ha filmato tutto in in stile fps. Purtroppo, anche questo, fa parte delle regole del gioco. Vediamo insieme cosa ci riserva la storia recente su questo triste capitolo, quello dei videogiochi che hanno portato alla morte.

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Toc Toc, sono la morte: il caso Pokémon GO
Pokémon GO ha risvegliato un tema che era sopito negli ultimi tempi

Nel corso degli ultimi decenni, in fondo, i videogiochi hanno portato alla morte numerose persone, che, diventate dipendenti, o impazzite, hanno bruciato la propria vita e talvolta quella degli altri. Basti pensare cosa è accaduto recentemente con Pokémon GO, un gioco (rivoluzionario ma non troppo) che ha permesso alle persone di poter catturare i famosi pocket monster all’aria aperta. Ma cosa è accaduto attorno al titolo? Lo sappiamo tutti: critiche al gioco, critiche ai giocatori, critiche agli sviluppatori, critiche ovunque. Ciò è accaduto per due motivi: la voglia di dover criticare sempre e comunque, e il fatto che ci siano stati degli incidenti, talvolta mortali, causati dalla scarsa attenzione dei giocatori, che non si sono accorti dei pericoli che li circondavano.

Già, perché Pokémon GO è per molti colpevole di “aver ucciso” un diciassettenne del Guatemala, Jerson Lopez de Leon, per essere entrato in una casa per catturare un Pokémon, venendo ucciso da un colpo di pistola dagli inquilini della suddetta casa. L’esempio appena raccontato descrive bene ciò che è talvolta accaduto negli ultimi decenni: gente che per un motivo o per un altro non è riuscita a controllarsi e che ha preso decisioni talvolta mortali, un tema che era sopito negli ultimi tempi, ma che è tornato di prepotenza all’interno della cronaca odierna.Le opinioni sull’argomento sono piuttosto contrastanti, e hanno portato anche alcuni organi di informazione nazionale ad esaminare il fenomeno in un servizio TV. Un caso che è già stato esaminato approfonditamente nell’episodio di Luglio di Gameromancer, podcast ufficiale della redazione.

Il primo periodo: autolesionismo tra Arcade e MMORPG

Uno dei primi giocatori vittima dei video games è stato il diciottenne Peter Bukowski nel lontano 1982. Nel corso del mese di aprile di quell’anno infatti, Bukowski morì a causa di un infarto durante i ripetuti tentativi per riuscire a stabilire un nuovo record nel gioco arcade Berzerk, uno sparatutto creato due anni prima dalla Stern Electronics. Pochi mesi dopo, Video Games Magazine, una rivista dell’epoca, riportò che il ragazzo aveva vissuto traumi psicologici durante il gioco, e questo lo aveva portato alla morte.

I titoli MMORPG sono stati in questo senso i titoli più soggetti alle critiche a causa delle loro particolari caratteristiche. Ma se, negli ultimi anni, questi non sono i soggetti primari degli attacchi, qualche tempo fa i giochi che appartengono a questo genere sono stati attaccati a causa della loro “pericolosità”, poiché tendevano a tenere i giocatori incollati agli schermi per far evolvere i propri personaggi. Uno degli esempi più famosi è EverQuest, soprannominato anche “EverCrack” o “NeverRest” a causa del grande numero di persone che non riusciva a staccarsi dal gioco. Un uomo chiamato Shawn Woolley lasciò il proprio lavoro nel 2002 per dedicare il 100% della propria attenzione proprio a questo titolo. Le conseguenze di questo gesto furono catastrofiche: Woolley visse il resto della sua vita ignorando i propri amici e la propria famiglia, e fu ritrovato morto suicida con un colpo di pistola.

Molti hanno speculato che a portare a questo estremo gesto furono proprio i problemi legati al gioco, ancora in funzione quando il corpo dell’uomo fu ritrovato. Le critiche a EverQuest non si fermano comunque qui: furono molte le persone a diventare dipendenti al MMORPG e, per questo, la madre di Shawn Woolley creò un gruppo di supporto per aiutare coloro i quali erano ormai diventati irrimediabilmente dipendenti.

La lista dedicata ai MMORPG è comunque molto lunga: sono tanti infatti i titoli che possiamo citare, come DOTA, Diablo III, ma anche titoli differenti portarono alla morte a causa di lunghe maratone, come Halo e StarCraft. Sono molti infatti i giocatori che hanno provato a portare avanti sessioni di gioco così lunghe, e spesso purtroppo la mente e il fisico non hanno retto allo stress.

Questione di Priorità

Un altro MMORPG ha causato nel 2005 un altro incredibile incidente. Qiu Chengwei e Zhu Caoyuan, due ragazzi cinesi, riuscirono a ottenere una potente (quanto rara) arma all’interno di Legend of Mir 3. Zhu decise in ogni modo di vendere l’arma su eBay guadagnando  l’equivalente di circa 750 €, senza chiedere il permesso al suo amico e compagno di avventura, ma soprattutto senza voler dividere il guadagno a metà. Qiu, in preda alla follia e alla rabbia, uccise Zhu con delle coltellate mentre questi dormiva. La vicenda si è conclusa con l’arresto di Qiu Chengwei e un ergastolo diventato in seguito reclusione fino al 2020.

Un altro caso di omicidio, colposo stavolta, fu commesso a causa dell’ossessione nei confronti di World of Warcraft. Diventata dipendente al famoso titolo, Rebecca Colleen Christie giocò per 15 ore consecutive al famoso titolo creato da Blizzard Entertainment, dimenticando di dar da mangiare alla sua piccola figlia, che morì di fame e di sete. A nulla valse la chiamata al 911, in quanto all’arrivo dei medici, il corpo della bambina fu trovato senza vita. Ma World of Warcraft è anche stato sfortunato protagonista del suicidio di un tredicenne cinese, che viveva nella provincia del Tianjin: Xiao Yi. Il ragazzo infatti si lanciò dal tetto di un palazzo, morendo sul colpo. Yi lasciò delle note, su cui scrisse che voleva riunirsi con i suoi tre amici online che erano caduti in battaglia, pensando di potersi ricongiungere con questi in un’altra vita.

I casi legati a Grand Theft Auto

Ma il genere di cui si è appena discusso non è l’unico ad aver portato problemi. Gli sparatutto sono stati considerati altrettanto pericolosi, e hanno purtroppo ispirato tanti casi di omicidio o, ancor peggio, vere e proprie stragi. In questa speciale lista compare però soprattutto l’action-adventure game: Grand Theft Auto, meglio conosciuto come GTA. La saga è sempre stata soggetta a numerose critiche per le tante regole che possono essere infrante all’interno del gioco: rapine, omicidi, guida spericolata, e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo, proprio per questo motivo, il titolo di Rockstar ha involontariamente portato alcune persone a commettere atti ignobili. È questo il caso di Arnold Strickland, che nel giugno del 2003 cercò di rubare un auto e sparò a due ufficiali di polizia. Dopo essere stato arrestato, il ragazzo disse “La vita è come un videogioco, tutti devono morire a un certo punto”, e affermò in seguito di essersi ispirato proprio a GTA.

Il titolo di Rockstar è stato purtroppo ispirazione anche per due fratellastri del Tennessee, che uccisero Aaron Hamel e ferirono Kimberly Bede con un’arma da fuoco. I due ragazzi dissero che si erano ispirati proprio a Grand Theft Auto III.

Nella vecchia fattoria…

Ma talvolta sono stati anche giochi considerati innocui a portare i videogiocatori a compiere scelte che difficilmente possono essere spiegate. Famoso è il caso di FarmVille, reso celebre grazie a Facebook, e sviluppato da Zynga nel 2009. Durante il mese di ottobre del 2010 infatti, Alexandra Tobias uccise suo figlio di soli 3 anni, Dylan Lee Edmondson. Quel giorno, questi pianse fino a irritare la madre che colpì la sua testa molte volte, reo di volerla interrompere durante la sua lunga sessione di gioco. Il bambino morì a causa dei colpi, e la madre fu arrestata e condannata alla prigione per 25 anni.


“Stupid people kill people”

Come si può evincere da questi esempi, è difficile trovare una – e una sola – motivazione precisa che spinge le persone a compiere determinate scelte. Spesso si è pensato che alcuni giochi fossero troppo violenti e troppo crudi, ma, proprio per questo motivo, sono intervenuti enti importanti, che oggi classificano i giochi in base all’età, come il Pan European Game Information (meglio conosciuto come PEGI), che suddivide i giochi in cinque categorie diverse. Come però si evince dal grafico che riportiamo di seguito, nella maggior parte dei paesi che riconoscono il PEGI sono pochissimi quelli che la impongono per legge: sono i genitori, o chi fa le veci dei più piccoli, a dover controllare che l’età del bambino/adolescente gli permetta di poter giocare a un determinato titolo.

Nazione Formalmente
riconosciuto
Imponibile
per legge
Classificazione
locale
Note
Austria Austria Parzialmente L’Austria usa il sistema PEGI da aprile 2003.
Belgio Belgio No
Bulgaria Bulgaria No
Cipro Cipro No
Danimarca Danimarca No
Estonia Estonia No
Finlandia Finlandia VET/SFB Il VET/SFB è usato se manca il PEGI.
Francia Francia No
Germania Germania No No USK L’USK è legalmente utilizzabile. Il PEGI può essere trovato su alcuni giochi assieme all’USK.
Grecia Grecia No
Islanda Islanda No
Israele Israele No
Irlanda Irlanda No IFCO
Italia Italia No
Lettonia Lettonia No
Lituania Lituania No
Lussemburgo Lussemburgo No
Malta Malta No
Norvegia Norvegia
Paesi Bassi Paesi Bassi
Polonia Polonia No
Portogallo Portogallo No IGAC
Regno Unito Regno Unito Il PEGI è adottato dal settembre 2009. In precedenza erano usati il BBFC e, fino al 2003, l’ELSPA.
Rep. Ceca Rep. Ceca No
Romania Romania No
Russia Russia No No Usato solo per giochi da console o da PC pubblicati da case produttrici straniere.
Slovacchia Slovacchia No
Slovenia Slovenia No
Spagna Spagna No
Svezia Svezia No
Svizzera Svizzera No
Ungheria Ungheria No
I videogiochi hanno vissuto le stesse critiche già fatte a film e cartoni.

Ma il problema sembra essere un altro. Se escludiamo i casi di dipendenza, nei tanti esempi riportati si può notare come ad aver compiuto questi atroci atti siano stati essenzialmente personaggi con problemi che si sono semplicemente ispirati ai videogiochi, così come avrebbero potuto ispirarsi a un film o a un cartone animato. Non dimentichiamoci per esempio che, nei mesi successivi all’uscita di Scream al cinema, vi furono delle uccisioni ispirate proprio al film, o ancora Taxi Driver, a cui alcuni delinquenti si ispirarono per uccidere (senza però riuscirci) due ex presidenti degli Stati Uniti (Carter e Reagan); e tanti ancora sono i casi da poter citare.

Ciò che risulta chiaro è che molte delle persone citate hanno perso di vista quello che è il senso dei videogiochi: divertimento e piacere. Per loro tutto era diventato un’ossessione, che li ha chiusi in se stessi e che spesso, purtroppo, ha portato via anime innocenti. Da parte nostra è difficile trovare soluzioni, ma ciò che sembra chiaro è che i videogiochi non hanno il potere di portare alla morte se presi per quello che sono. Non bisogna, però, dimenticare quei casi in cui i videogiochi sono nell’occhio del ciclone a causa dei titoloni dei quotidiani nazionali, come accadde nel 2013 a Udine: L’Unità riportò “Ucciso come nel videogame”, solo perché un testimone udì due ragazze, colpevoli di un omicidio, pronunciare “Sembrava di essere in GTA, il videogame. Ci siamo sentite come l’eroe del gioco”. Quale eroe? Quale azione ha ricordato GTA? Il fatto di aver rubato un auto? Allora forse è il caso di ripeterlo: Video games don’t kill people. Stupid people kill people. Ma stiamo attenti, perché tra le persone stupide e quelle con problemi c’è una grande differenza.