Con la chiusura del PlayStation Store per PS3, PSP e Vita Sony cancella in un colpo solo buona parte della nostra memoria storica. E possiamo farci davvero ben poco.

Mancava solo la conferma ufficiale: tra luglio ed agosto Sony staccherà la spina a quel che resta delle sue vecchie console. Il 2 luglio PlayStation Store non sarà più accessibile su PS3 e sarà disattivata la funzionalità di acquisto su PSP. PS Vita avrà una… vita più lunga, ma dal 27 agosto in poi lo Store sarà disattivato anche sulla sfortunata portatile di casa. La pagina dedicata sul sito PlayStation è molto chiara su quanto si potrà fare e quanto invece non sarà più possibile. In buona sostanza, una volta chiuso PlayStation Store non sarà più possibile acquistare prodotti presenti nel catalogo, ma solo riscattare eventuali codici. E ovviamente scaricare i titoli già associati al proprio account.

Chiudere PlayStation Store vuol dire condannare all'oblio tutti quei titoli distribuiti solo in digitale

La famigerata retrocompatibilità con PS3

La mossa di Sony è chiaramente dettata da logiche industriali. Nelle mail inviate agli utenti viene addotta come motivazione della chiusura il voler concentrare le risorse su PlayStation Store per PS4 e PS5. A questo punto i giocatori in rete si sono chiesti perché il catalogo PS3 non sia mai stato reso compatibile con le macchine successive di casa, un po’ sull’onda di quanto fatto anche da Microsoft. La motivazione è principalmente tecnica. L’architettura hardware proprietaria di PS3 (in particolare la CPU Cell) oltre a non essere compatibile con quella x86 di PS4 e PS5 è difficilmente emulabile. Per garantire la retrocompatibilità con PS3 su PS4 e PS5 sarebbe stato necessario inserire dell’hardware ad-hoc, col risultato di far alzare i costi delle due macchine.

Va anche puntualizzato che Microsoft, a suo tempo, si è cimentata in quel miracolo ingegneristico che è l’emulazione di Xbox 360 su Xbox One perché aveva un disperato bisogno di rendere più appetibile la sua offerta. PlayStation Plus offriva due titoli PS4, due PS3 e due per PS Vita, surclassando Games with Gold. La retrocompatibilità ha permesso alla casa di Redmond di pareggiare l’offerta e contemporaneamente di accentrare tutta la sua offerta su un’unica piattaforma. Adesso la situazione, se guardiamo ai servizi, si è invertita.

PlayStation Now può essere la risposta?

PlayStation 5 vende più di Xbox Series S|X. Anche mediaticamente la scena ha i riflettori puntati a casa di Sony, al punto che si parla di scarsità e bagarinaggio attorno alla macchina anche se Xbox è grossomodo nella stessa situazione. Ma a Microsoft non interessa vendere hardware – e guadagnare sulle royalties generate dalla piattaforma – da tempi non sospetti. A Redmond si è andati all-in sui servizi, quegli stessi servizi che su PlayStation stentano a decollare. Game Pass sta annichilendo PlayStation Now, sia perché mentre Microsoft rilascia i suoi first party in abbonamento già dal day one Sony si guarda bene dal farlo, sia perché buona parte della softeca è giocabile solo in streaming. Che è quella tecnologia che ci ripetiamo ossessivamente essere il futuro, ma dove intanto i due maggiori player sono degli outsider dei videogiochi a cui platealmente manca il know-how necessario per sedersi al tavolo dei grandi.

Sony, con PlayStation Now, è nella posizione di chi insegue. Quella in cui era Microsoft quando poi ha deciso di puntare sulla retrocompatibilità. L’assist potrebbe arrivare da qui, visto che PlayStation Now – sempre facendo riferimento alle faq sul sito PlayStation – non verrà toccato da queste chiusure. Tradotto: sarà ancora possibile giocare ai titoli PS3 presenti a catalogo. Solo in streaming, visto che appunto si tratta di software non eseguibile su PS4 e PS5, ma comunque giocabili. Se a questo punto Sony decidesse di espandere il catalogo includendo anche le librerie di PSP e PS Vita, rendendole compatibili con PS4 e PS5 e magari rilasciando anche un’app per smartphone dove questi titoli avrebbero sicuramente più ragion d’essere che su un televisore 4K da 50 e più pollici, la partita sarebbe meno a senso unico.

Ma a Sony interessa conservare la nostra memoria storica?

La vera domanda da porsi è questa. A Sony interessa preservare la storia di PlayStation o ci dobbiamo accontentare delle strizzate d’occhio alla Astro’s Playroom? La risposta sembra essere no. PlayStation 4 è stata la prima macchina della casa non retrocompatibile con i titoli della prima PlayStation, giocabili sia sulle altre console domestiche che sulle portatili. Su PS3 sarebbe stato possibile emulare PSP, come dimostrano diversi tentativi fatti nella scena homebrew, eppure l’emulatore non è mai arrivato ufficialmente. Portare la softeca di buona parte delle vecchie console Sony su PS5 non sarebbe impossibile, anche perché di emulatori x86 per quelle macchine ne esistono a bizzeffe, specie per PS1 e PS2.

Tutti segni inequivocabili che a Sony, alla fin fine, interessa guardare avanti. E ai giocatori pure, visto che PlayStation è la piattaforma più venduta in praticamente tutte le generazioni in cui è comparsa e che l’esperimento di mercato di lanciare una versione di PS3 retrocompatibile (via hardware) con PS2 si è rivelato un flop commerciale. Ne paga lo scotto la nostra memoria storica, condannata all’oblio perché l’industria in questi casi si comporta come un’industria, ignorando il suo bagaglio culturale e le responsabilità che ne derivano.

A noi non restano che le iniziative dei privati o le zone grigie della legislazione.

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