Videogiochi tra infanzia e nostalgia: ricordi videoludici di quando ero bambino.

Tutti hanno ricordi d’infanzia chiarissimi anche a distanza d’anni, e i miei, chissà perché, riguardano i videogiochi. Ricordo un uomo di mezza età, capelli grigi e sigaretta, che sta imprecando perché, ora, dovrà essere lui il capo. Il ragazzo biondo, purtroppo, sta male e giace su un letto in una stanza asettica, perso nei suoi confusi ricordi. Una formosa giovane gli sta accanto, ansiosa e preoccupata. L’uomo con la sigaretta sta urlando parolacce così volgari che, su schermo, queste gli vengono censurate. Un altro uomo, uno vero, questa volta, dall’altra parte dello schermo, è imbarazzato, perché non sa come tradurre a voce tutti quegli insulti senza scandalizzarmi. Io, intanto, cerco di capire cosa sta succedendo sulla TV di casa.

Ricordarmi i nomi dei personaggi è difficile. Io, l’inglese, non lo so: quella lingua mi sembra tanto complicata. Perciò è più facile dire «ragazzo biondo», anziché Cloud Strife.

Perché io sono un bambino di 4 anni sulle ginocchia di un papà che gioca a Final Fantasy VII. I miei ricordi d'infanzia sui videogiochi iniziano da qui.

Correva l’anno 1997 e Antonio, mio padre, si recava in un negozio, con le sue lire in mano, per il grande acquisto. Il gaming gli piaceva, e quella nuova PlayStation sembrava promettere bene. Oggi diciamo che i videogiochi costano di più, ma la nostalgia ci inganna: anche allora, i prezzi erano da paura.

E qui venne la grande idea di papà: quel gioco mai visto, Final Fantasy VII, aveva ben 3 CD-ROM. «Bene», pensò lui, «così con una spesa sola avrò da giocare per mesi». Però, per sicurezza, comprò anche la guida ufficiale e un vocabolario. Perché all’epoca i videogiochi erano tutti in inglese e lui stava ancora imparando la lingua.

Seguì l’abbonamento alla mai troppo compianta PlayStation Magazine, che riempì la mia infanzia di videogiochi da provare in versione demo.

Ricordi videoludici: videogiochi e lingua inglese.
In effetti, la lingua dei videogiochi poteva essere tosta per un bambino. Oggi, una censura simile non sarebbe certo gradita.

Nei miei ricordi d’infanzia, l’impatto dei videogiochi fu fortissimo. Ricordo quale magia fosse vedere il filmato d’apertura di Final Fantasy VII, e l’emozione di vedere il quadrettoso Cloud Strife muoversi su schermo.
Mio padre se ne accorse subito, anche perché il mio stupore era anche il suo. Rimanevo letteralmente stregato da quel mondo fantastico che si srotolava davanti ai miei occhi al tocco delle mani di papà sul joypad.

Eppure, per un uomo di 34 anni poco pratico con l’inglese, capire come gestire il primo dei suoi videogiochi JRPG non era semplice. Era difficile capire dove andare, come livellare e come gestire le meccaniche di gioco. Per quanto nei miei ricordi videoludici fossi basito, giocare con me usando la guida non era certo comodo.

Per un uomo che approccia il suo primo JRPG a 34 anni, senza un'esperta conoscenza dell'inglese, Final Fantasy VII rappresentava una sfida. A maggior ragione se voleva farlo capire anche al figlio di 4 anni.

E fu così che papà ebbe la migliore delle idee.

Papà spegne il gioco, senza salvare. Perché vuole vivere Final Fantasy VII con me.

Una di quelle idee così potenti, che genera uno dei miei più bei ricordi d’infanzia legati al mondo dei videogiochi.

Se ci ripenso adesso, che di anni ne ho 26, mi sembra di tornare bambino ancora una volta. Nella nostalgia, ho di nuovo 4 anni, e mio papà sta vivendo con me l’avventura più bella che i videogiochi ci abbiano mai regalato.

È tardi. Sono le nove di sera e io vengo messo a letto dopo il solito latte caldo della buonanotte. In silenzio, in punta di piedi, Antonio scende la rampa delle scale, entra in salotto e schiaccia il tasto d’accensione della prima PlayStation. In una mano il joypad, nell’altra la guida e, sul tavolino, il vocabolario d’inglese per capire la lingua dei videogiochi degli anni ’90.

Un po’ alla volta, non senza fatica, papà procede nella trama. Fa esplodere il primo reattore, combatte i primi boss, arriva al primo incontro fra Cloud e Aerith. Grazie alla guida, scopre tutti i segreti, apre tutti i forzieri.

Grazie al vocabolario d’inglese, segue una delle migliori storie che i videogiochi abbiano mai prodotto, fattore nostalgia o meno. Poi, dopo essere finalmente uscito da quella famosa chiesa, spegne il gioco. Senza salvare. Perché papà non vuole negarmi il piacere di vivere con lui Final Fantasy VII come fosse la prima volta per entrambi.

Sapendo già cosa fare, papà può mostrarmi la complessità di un gioco come Final Fantasy VII come se stessimo guardando un film.

Il giorno dopo, la magia. Papà mi chiama a sé, dicendo che ha qualcosa da farmi vedere. E riparte tutto da capo. Ma lui sa già benissimo cosa fare, perché, in realtà, l’ha già fatto. Corre spedito nella trama, sblocca tutti i segreti senza indugi, gestisce bene le meccaniche, non esita mai.

Nei miei ricordi, il primo dei miei videogiochi scorre con la naturalezza di un film. Antonio è un regista d’eccezione, perché ha già girato tutte le scene più volte, ormai conosce bene i suoi attori, cui fa fare quello che vuole. Seduto sulle sue ginocchia, mi sembra di essere dentro uno studio di produzione, dietro una macchina da presa.

E, come se non bastasse, papà mi traduce tutto in tempo reale. All’età di 34 anni, sta imparando l’inglese proprio grazie ai videogiochi, e io con lui. Il legame tra apprendimento della lingua e videogiochi è dimostrato da più studi, e la storia di me e mio padre ne rappresenta un esempio lampante.

Addirittura, Final Fantasy VII mi ha pure insegnato qualche parola di francese. Se so che rendezvous significa «appuntamento», lo devo solo a Barret che, dopo il reattore, chiede al gruppo di dividersi prima di saltare sul treno.

Disegni fatti da me a 8 anni, su un quaderno che conservo con gelosia. Passati a PC hanno perso dei dettagli, ma forse è meglio così.

Nostalgia di un’infanzia spesa sui videogiochi

videogiochi e lingua
Imparare giocandoPurtroppo, a oggi, la localizzazione italiana dei giochi rimuove un’importante componente educativa. Chi conosce gente nata prima dei 2000, sa bene come imparare l’inglese giocando, anziché a scuola, non fosse una rarità.

Non solo papà mi traduceva i videogiochi dall’inglese all’italiano, ma mi faceva persino le voci. Così, nella mia testa, i personaggi di Final Fantasy VII hanno ancora questa caratterizzazione che li fa risalire ai miei primi ricordi videoludici. C’è chi oggi si lamenta della mancata localizzazione italiana del remake; be’, io posso dire di averla avuta già da bambino!

Il fattore nostalgia mi porta a rievocare due ultimi grandi ricordi legati al mondo dei videogiochi e, in particolare, a Final Fantasy VII.

Ricordiamo tutti il grande momento topico alla fine del primo disco. Personalmente, non dimenticherò mai quelle lacrime versate da bambino, sulle ginocchia di un padre che a sua volte tratteneva a stento l’emozione.
Quella scena l’aveva già vissuta da solo la sera prima, ma era troppo forte, anche per un uomo adulto, per non commuoversi ancora. Difficile, impossibile dimenticare il leggendario Aerith’s Theme.

Momenti finali della Fantasia Finale

Infine, un brusco salto all’età di 8 anni. Papà, alla fine, non era riuscito a completare il terzo disco, lasciando la mia infanzia incompleta di fronte al mio videogioco dei videogiochi. Quando, alle elementari, raggiunsi una maturità sufficiente per affrontare Final Fantasy VII con le mie forze, riuscii a portarlo a termine.

Ricordo che chiamai a gran voce papà, che stava al piano di sopra. «Papà! Papà! Presto, ho battuto il boss finale!» Antonio si precipitò giù dalla rampa di scale, giusto in tempo per godersi insieme a me il filmato finale.
E così, chiudevamo il grande capitolo della mia infanzia legato ai videogiochi così come lo avevamo iniziato: padre e figlio, insieme.

Final Fantasy VII: Dad of Light

Nel 2017, fu realizzata una serie TV di 8 puntante dal nome Final Fantasy XIV: Dad of Light. La serie racconta di un padre che, caduto in depressione dopo il pensionamento, si rifugia nel secondo MMORPG della saga di Sakaguchi.

Allora il figlio, forte del legame che nell’infanzia aveva instaurato col padre grazie ai videogiochi, si crea un account online. E, dentro il gioco, riallaccia il rapporto con un padre divenuto assente, guarendolo dal suo male interiore.

Quella serie TV ha forte analogie con la mia storia. Non perché Antonio sia mai caduto in depressione, per fortuna. Ma perché, nel frame di Dad of Light in cui padre e figlio giocano insieme sul divano, ho rivisto i miei ricordi videoludici d’infanzia.
E la grande lezione che, senza che io lo sapessi, papà mi impartì.

Perché, alla fine, i videogiochi sono un po’ come la musica: uniscono le persone.