DLC #3: L'esercito di Topolino

Non ero altro che un ragazzino, ancora ignaro di quanto il mondo videoludico fosse vasto e affascinante. Poi, ho visto mio zio giocare a Metal Gear Solid.

 

Ho sempre amato imparare. Non mi è mai piaciuto essere uno dei “secchioni”, ma ho sempre amato saperne sempre “di più” su certi argomenti culturali e sulla cultura in generale. Nella mia vita privata, sono uno di quei poveri str*nzi che non vedono l’ora di cominciare la propria laurea magistrale, per ottenere qualifiche e skill in più rispetto a quelle che già possiedono. Posto che gente così deviata esista davvero.

Per questo motivo, Quora è uno dei miei siti preferiti in assoluto. E l’altro giorno, mentre scorrevo sul mio Digest personale, ho trovato una risposta interessante a una domanda ancor più interessante.

Per videogiocatori: potreste descrivere 5 videogiochi che potrebbero giudicarvi per aver giocato, e perché?

5 giochi? Pfft. Le persone ignoranti tendono a giudicarmi per ogni singolo gioco su cui spendo del tempo, e credo di aver giocato più di 150 – possibilmente più di 200 giochi, ormai.

Quora Question

La verità è che il buon George Kasiouras, qui, ha assolutamente ragione. Il problema è che chi non ha mai giocato un videogioco non potrà mai capire la nostra passione, né le motivazioni che ci spingono a tornare su “quel” gioco (e tutti ne abbiamo almeno uno, suvvia), “sprecando” il nostro tempo dietro mondi immaginari pieni di violenza.

Ma, a me, i videogiochi hanno cambiato la vita. Per davvero.

 

I videogiochi mi hanno cambiato l’infanzia

Vale la pena riprendere la frase di apertura, qui: non ero altro che un ragazzino, ancora ignaro di quanto il mondo videoludico fosse vasto e affascinante. Poi, ho visto mio zio giocare a Metal Gear Solid.

 

Era Una notte buia e tempestosa

Nacqui nell’Estate del ’95, in quella che il buon Charles Schulz descriverebbe come “una notte buia e tempestosa“. Indubbiamente non sono ancora andato troppo lontano, e ho troppo da imparare e vivere ancora, ma ho abbastanza consapevolezza da sapere cosa mi ha fatto arrivare fino a questo punto. Ed è tutto iniziato in un semplice pomeriggio, a casa dei nonni paterni.

Ricordo ancora quando mi regalarono una misteriosa macchina piena di giochi, con grafica 8-bit interamente bianca su sfondo nero, e che sono sicuro potrei non ritrovare mai più. Se fosse un Atari o una versione estremamente più tarocca, ahimé, potrei non saperlo mai. So solo che era deliziosamente Arcade, troppo difficile per un bambino della mia età, ma era comunque un inizio. Poi, vedendo quanto io fossi interessato ai passatempi di mio zio, mio padre decise di regalarmi una PlayStation.

 

 

La nascita di una passione

Mio zio ha sempre avuto una passione per i videogiochi. Da esperienze tipicamente più arcade e a gettoni fino al Commodore 64, un po’ lo invidio per aver vissuto sostanzialmente in quella che è stata l’alba del medium videoludico. Avrò avuto neanche cinque anni, quando ho iniziato a vedere cosa faceva sulla prima PlayStation, e a capire cosa fosse quella misteriosa scatola grigia. Era l’epoca di Final Fantasy VIIChrono Chross, e altri misteriosi JRPG che, a dirla tutta, non mi attiravano più di tanto. Ma era anche l’epoca di Psycho Mantis, di Solid Snake, e di quell’incredibile capolavoro di arte videoludica che è Metal Gear Solid, e che io, nella mia innocenza fanciullesca, snobbavo a favore di più colorati Crash Bandicoot Spyro The Dragon.

Era l’epoca della pirateria fai-da-te con un semplice chip, acquistato dal losco rivenditore di fiducia e installato da mio padre stesso (un tecnico, in ogni caso) sulla mia primissima console da gioco. La mia esperienza videoludica poteva iniziare; e giocai. Dio, se giocai. Esplorai ogni orizzonte, ogni gioco possibile, finendone pochi e iniziandone troppi, un po’ come faccio anche adesso, dopo l’avvento di Steam (che vergogna). Ogni uscita era la promessa di un giocattolo, ancor meglio se un videogioco. Mi si diceva che giocavo troppo, che avrei dovuto andare fuori con gli amici – ma chi aveva voglia di socializzare in un quartiere dove nessuno condivideva le mie stesse passioni?

 

Anni dopo, capii che, con le dovute eccezioni, è possibile scegliere chi mantenere nella propria vita, sia esso un amico o una connessione un po’ più forte. Anche se, spesso, è la vita stessa a farli arrivare a noi.

 

L’amore per Kojima

Quella stessa vita che mi ha fatto arrivare, un giorno, a provare Metal Gear Solid, per curiosità o qualcosa di più. Il mio disinteresse verso tematiche così mature stava iniziando a sfumare, e tutto sommato quella grafica iper-realistica (per i tempi) e matura non mi spaventava più. Ero abbastanza capace, adesso, da poter giocare quel gioco così adulto e misterioso, e lo feci. E fu amore a prima vista, un amore che continuo a riscoprire anno dopo anno, ogni volta che rigioco quel capolavoro.

Venne l’epoca di PlayStation 2, e dell’amato Kingdom Hearts, primo gioco che arrivai a desiderare ardentemente. Fu il mio primo vero console-seller, anche se finanziato dai miei genitori. Non avrò avuto più di otto anni, quando la seconda PlayStation venne rilasciata sul mercato – e nel giro di un annetto o più, riuscii a convincere i miei ad acquistarla, anche se con mille compromessi e patti (mai rispettati, ovviamente). Grazie al cielo andavo bene a scuola.

Anche con PlayStation 2, esplorai più orizzonti di quelli che riesco a ricordare, incluso un meraviglioso Metal Gear Solid 3 e un Metal Gear Solid 2 recuperato con molti anni di ritardo. Iniziai a sviluppare una certa sensibilità per le storie, e, senza rendermene conto, per la bellezza della scrittura dietro i personaggi dei miei giochi preferiti.

La mia infanzia era praticamente finita, e mi avviavo verso un’adolescenza che, come spesso avviene, si apprestava a essere abbastanza problematica. Una leggera tendenza a preferire la solitudine e la mia passione per i videogiochi non aiutavano con le ragazze, ma almeno, stavolta, ero circondato da amici che condividevano i miei stessi interessi.

L’era di PlayStation 3 giunse quando ero alle medie.

 

Alcuni di voi ricorderanno Xenogears, una piccola perla della Quinta Generazione.

 

I videogiochi mi hanno cambiato l’adolescenza
L’era PlayStation 3…

Ricordo ancora il giorno in cui comprai PlayStation 3 con i soldi ricevuti per la prima comunione (Lo Stato italiano è una Repubblica democratica laica e aconfessionale, no?). Il gioco in bundle era Resistance: Fall of Man, classica tech-demo estremamente spinta sul lato grafico per mostrare tutti i muscoli della nuova console. Il livello di dettaglio era strabiliante, e, anche se non amavo ancora gli sparatutto come oggi, fu un’esperienza incredibile da vivere all’alba di PS3.

Ricordo quando lo provai sul divano della cucina, su una TV ancora a tubo catodico e assolutamente non-HD, tra le braccia di mio padre e con mia madre a osservare attenta le mie azioni. Ricordo quando mio padre si stupì di come il mio battito cardiaco aumentasse in base a quello che succedeva su schermo, ma è comprensibile: chi non conosce a fondo i videogiochi non può conoscere il grado di immersione e concentrazione fisica che richiedono. Ma, soprattutto, quel dannato gioco era pieno di jumpscare con le chimeredimmè.

… e l’amore per le storie

Ricordo quando uscì quel meraviglioso LittleBigPlanet, tutt’ora uno dei miei ricordi più cari, e uno dei giochi che misero più a dura prova la mia creatività. Lì scoprii di non avere un grande talento per il level-design – anzi, le mie creazioni facevano anche abbastanza pena. Ma c’era un aspetto estremamente comune a tutte le mie creazioni: i miei livelli avevano una trama, e una storia da raccontare. Sempre.

 

 

E poi arrivò Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots, che tutti gli amanti della saga attesero con trepidazione. Fu uno dei primi giochi che acquistai al Day One, dal GameStop di fiducia, e fu lì che accadde qualcosa di veramente speciale: sulla mia nuova TV Full-HD, in uno splendente 1080p, avevo ormai una connessione a banda larga abbastanza stabile da permettermi di giocare online. Scoprii la bellezza del fare amicizie a distanza.

Metal Gear Online 2, seconda versione dell’online di Konami dopo MGS3: Substance, era un capolavoro, e tutt’ora uno dei comparti online meglio strutturati di tutta la mia carriera videoludica. Clan, server dedicati, matchmaking e partite con modalità classiche ma divertenti, e competitivo da morire. Anche le espansioni erano meravigliosamente divertenti da giocare, e aggiungevano mappe straordinarie.

Il Maestro Hiratoshi

Mi iscrissi al clan “Italian Snakes”, da cui un gruppo di poveri str*nzi disertò per fondare gli H.D.B.M, un clan il cui nome portava le iniziali dei quattro fondatori. Erano tutti ragazzi più grandi di me, ma mi integrai bene: feci amicizia con un certo Hiratoshi, che arrivò a scrivere sul defunto Matt’s Games (predecessore spirituale di questo stesso sito) e con cui sono in amichevole contatto anche adesso.

Arrivarono i tempi delle superiori, e con essi una certa volontà a guadagnare qualcosa per pagarmi i videogiochi da solo. Se c’è una cosa che i videogiochi mi hanno insegnato, è che l’indipendenza va guadagnata e gli ostacoli possono essere superati col duro lavoro; se c’è una cosa che i videogiochi mi hanno insegnato, è che non c’è limite ad ambizione e determinazione. Un concetto che porto con me ancora oggi, quando mi guardo allo specchio e penso al mio futuro.

 

I videogiochi mi hanno dato mille lezioni e insegnato duemila concetti. Determinazione e ambizione sono solo due gocce in un oceano.

 

La scoperta della scrittura

Feci una cosa che non avevo mai fatto: aprii un foglio di Word, e iniziai a scrivere. Iniziai a scrivere i miei pensieri, le mie frustrazioni, le mie preoccupazioni, in un infinito flusso di coscienza estremamente intimo, e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ma lo feci leggere alla mia migliore amica, e lei mi disse qualcosa che non mi sarei mai aspettato: “Hai un talento naturale per la scrittura e per le storie.

Realizzai quanto mi piaceva scrivere, battendo tasti su una tastiera, e quanto mi piaceva raccontare. Ero sempre stato un amante di film e libri, ma solo dopo avrei capito il valore di cinema e letteratura, che sono sostanzialmente due cose molto diverse. Soprattutto, amavo vivere delle storie all’interno dei videogiochi – e solo in questo momento, mentre scrivo, mi rendo conto che quei livelli in LittleBigPlanet rispecchiavano già quello che sarei diventato, quello che sono ancora oggi.

I videogiochi mi hanno aiutato a uscire dal guscio, sviluppando un amore latente per le storie che, adesso, fa parte della mia vita ogni singolo giorno, mentre lavoro per diventare uno scrittore pubblicato.

Ma la mia storia non era ancora finita.

 

I videogiochi mi hanno cambiato i primi anni da maggiorenne
I Love Videogames

Convinto da un amico che conosceva la mia passione per la scrittura, iniziai a scrivere per un sito di tecnologia, guadagnando poco e sudando tanto, ma vedendo ottimi risultati quando ricevevo feedback dal capo-redattore. Quando il sito andò a picco, iniziai a cercare fonti di guadagno altrove – ma decisi di iniziare a scrivere di videogiochi per passione, collezionando esperienza per un futuro prossimo. Decisi di rivolgermi ai ragazzi di Matt’s Games, di cui il buon Hiratoshi mi aveva parlato, e che sapevo non mi avrebbero retribuito – ma sapevo anche che, con loro, avrei imparato tanto.

Iniziai a scrivere qui, su I Love Videogames, ben tre anni fa. Qui compresi ulteriormente quanto mi piaceva scrivere, che fossero storie o articoli sui videogiochi in generale. Qui iniziai diverse rubriche, tra cui i preziosi Racconti Ludici, che non sono altro che racconti di vere esperienze videoludiche resi in forma letteraria.

Ben presto, riuscii a coinvolgere anche qualche altro folle, nell’impresa di scrivere letteratura su un sito di videogiochi.

 

 

Qui conobbi la mia attuale compagna di vita, all’inizio una “semplice” news reporter ora avviata in una carriera tutta sua insieme a me, in Inghilterra. Qui capii che i miei orizzonti potevano andare molto più in là dell’Italia; e qui, in questi anni, presi la decisione di andare finalmente all’estero, a seguire il mio sogno di vivere e lavorare in un Paese anglofono. Sogno che si era sviluppato già agli anni delle medie, e che è rimasto latente finché non ho trovato la forza di realizzarlo per davvero.

Qui, videogioco dopo videogioco, esperienza dopo esperienza, capii quanto ulteriormente avevo imparato ad amare le storie. Fu un videogioco a farmi commuovere per la prima volta, quel The Walking Dead: Season One con un finale troppo straziante per lasciare impassibili. Vennero poi To The MoonUnchartedThe Witcher, e infiniti altri titoli che porterò nel cuore per sempre. Venne PlayStation 4, in poche parole, e anche il gaming su PC non fu da meno.

E iniziò tutto in quel caldo pomeriggio di quasi vent’anni fa, mentre guardavo mio zio giocare a Metal Gear Solid.

 

I videogiochi Metal Gear Solid mi ha cambiato la vita

I videogiochi, mio zio, i miei genitori, e indirettamente le mie esperienze di vita mi hanno portato fin qui. Le storie interattive che ho vissuto, i miei contatti col mondo, il mio carattere, tutti questi elementi mi hanno fatto sviluppare un amore per le storie senza precedenti, che si è concretizzato sempre di più da una generazione hardware all’altra.

 

Ma, alla larga, è tutto partito dai videogiochi; alla larga, è tutto partito da quel caldo pomeriggio dai nonni, con mio zio che giocava a Metal Gear Solid.

 

Senza quel pomeriggio, non avrei mai conosciuto la saga di Kojima. Senza quel pomeriggio, non avrei mai giocato tutta la saga fino a Metal Gear Solid 4, non avrei mai giocato online, non avrei mai conosciuto Hiratoshi online, e non sarei mai entrato su I Love Videogames. Forse non avrei mai conosciuto neanche la mia compagna, forse non avrei mai voluto neanche trasferirmi qui a Londra, dove sto per iniziare un Master of Arts in Scrittura Creativa. E chissà quante altre cose succederanno nei prossimi anni.

La scrittura è diventata parte della mia vita, le storie e i personaggi vivono nella mia testa costantemente, ogni giorno, evolvendosi e crescendo insieme a me.

In una recente intervista che ho personalmente fatto a David Hayter, il meraviglioso doppiatore della nostra infanzia si meravigliava di come molte persone gli dicessero che Metal Gear Solid ha cambiato la loro vita in meglio. Non ne hai idea, caro David; non ne hai idea.

Per cui, se una qualunque delle persone citate in questo ultimo paragrafo, dai miei genitori ai miei amici, leggerà questo articolo, sappiate che non ci sono parole per ringraziarvi. È grazie a voi che sono arrivato fino a questo punto, e, anche se molti non lo ammetteranno mai, è grazie a voi che i videogiochi mi hanno fatto crescere in questo modo.

È grazie a voi che i videogiochi mi hanno cambiato la vita. Soprattutto a chi me li ha fatti conoscere per primo.

Ed è una verità troppo evidente per essere dimenticata.

 

I videogiochi mi hanno dato mille lezioni e insegnato duemila concetti. Determinazione e ambizione sono solo due gocce in un oceano.


 

Zio e nipote, in una delle giornate più importanti della mia vita.