Ep. 36: Ma ce li ricordiamo gli anni ’90?

Siamo sempre così nostalgici del nostro passato videoludico…

Ogni volta che giochiamo ai videogiochi creiamo dei ricordi digitali, dei frammenti di emozioni. In realtà succede quando facciamo quasi qualsiasi cosa, ma lasciamo stare per un attimo. Avete visto Inside Out, l’Oscar Disney che parla proprio di ricordi? Ecco, immaginate di creare una di quelle sfere dorate di felicità ogni volta che inserite un nuovo videogioco. Poi di crearne un’altra quando la trama del gioco vi smuove le emozioni. Un’altra ancora perché in quel momento avete qualcuno seduto accanto, a godere di quei momenti con voi. Immaginate invece di creare una sfera blu quando uno dei vostri personaggi preferiti vi muore tra le braccia – e lo sapete che è successo. Posso nominarvi almeno un momento videoludico in cui avete pianto di sicuro.

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Fifa è il nostro c*zzo di Calendario Gregoriano

La risposta è scritta poche righe più su: i videogiochi creano ricordi digitali. Sì, anche FIFA, PES o i F1, che per loro natura spesso si giocano in compagnia – anche se di solito fanno arrabbiare e basta. Tutte queste sfere di ricordi ce le abbiamo in testa, ben riposte perché non vadano perse e pronte ad essere guardate con pochi secondi di pensiero. Certe volte, in realtà, vorremmo essere noi stessi a cancellare quei ricordi digitali per rivivere i videogiochi come fosse la prima volta.

Vi è mai capitato? Io per esempio vorrei tanto dimenticarmi di Final Fantasy VII, per rigiocarlo emozionandomi come la prima volta (anche se mi emozionerò comunque). O magari vi ricordate di un easter egg, che senza nemmeno dargli la caccia vi si è parato davanti agli occhi scolpendovi in volto quell’espressione di sincera meraviglia. (Fun fact: ce n’è uno anche tra le righe)

...eppure di come davamo la caccia a quelle emozioni inizia a non fregarci più tanto.

Quei ricordi restano ovviamente ben conservati nella mente, li difendiamo con il nostro stesso corpo da attacchi esterni. Eppure, cresciuti anche se ancora un po’ bambini, cerchiamo sempre nuovi modi di “rushare” i videogiochi verso quei frammenti di emozioni, a tratti barando un po’. Tutto perché vogliamo vedere coi nostri occhi un easter egg troppo famoso, o vogliamo un Pokémon scolorito senza lo sforzo della ricerca. Qual è il punto? Non ci interessa più che un gioco emozioni? O forse non vediamo l’ora che lo faccia, al punto che vogliamo accada al più presto? Qualsiasi risposta abbiano queste domande, non ci rendiamo conto che nella foga di raggiungere quel personalissimo nirvana ci stiamo rovinando un po’ dell’esperienza. Apriamo internet e leggiamo la strada come una mappa. Sappiamo già dove andare a parare, vogliamo sapere come e nel più dei casi all’arrivo sappiamo già cosa avremo davanti.

Certo che lo sappiamo che Sephiroth alla fine del gioco viene sconfitto, anche se nel marketing di contorno alla serie torna sempre in vita come un Lord Freezer qualunque. Tutti vorremmo un gioco in cui per una volta è il cattivo a vincere, ma ottenerlo è difficile (e se ce lo abbiamo già non lo voglio sapere). Desideriamo ardentemente videogiochi che creino ricordi diversi, una sfera blu invece che dorata, perché alla fine il nostro beniamino ci ha lasciato. È triste ammetterlo, ma quando è un personaggio di fantasia a morire la storia è sempre più bella (ho in mente un film molto recente che ne avrebbe giovato). Non sappiamo mai da subito se succede, ma per qualche motivo corriamo verso la meta usando la mappa spesso e volentieri per sapere cosa ci aspetta sul percorso. Poi, arrivati alla fine, siamo sempre delusi: la sfera non è del colore che volevamo. Ma di chi è la colpa?

Ripetete con me: “Non voglio sapere dov’è il tesoro!” -forse Gol D. Roger

Su, poggiate un attimo il pennarello rosso che avete in mano e statemi a sentire (sì, penso la abbiate dipinta voi la sfera). È proprio per quello che i videogiochi non creano le emozioni che vi aspettavate, spargendo ovunque frammenti di ricordi sconnessi. I produttori lo sanno, e alcuni iniziano a nascondere dettagli anche sotto il naso dei giocatori, purché non siano in grado di usarli per disegnarsi la mappa. È “guerrilla marketing” applicato ai videogiochi, un marketing che tesse una tela pubblicitaria pensata al dettaglio piuttosto che sbattervi i manifesti in faccia. Quei cattivoni si tengono tutto per loro, non dicono mai nulla, e alla fine ci lasciano con in mano una scatola di plastica riempita da un disco e da molte aspettative. Cose di cui non sempre sappiamo cosa fare, e per quanto riguarda le seconde anche molto pericolose per la nostra psiche.

Ops, sto facendo anch’io guerrilla marketing.

Il fatto è che il guerrilla marketing di videogiochi come Fortnite, o peggio ancora di Kojima, crea ricordi digitali. Vi ricordate quando di Death Stranding non si sapeva nulla e si giocava sugli indizi? E vi ricordate come la trama di Fortnite fosse pressoché inesistente finché il gioco non è stato risucchiato in un Buco Nero? È vero, degli indizi c’erano nascosti un po’ ovunque, ma non gli davamo peso. È bastato un meteorite, poi un buco nero, ed ecco che tutto ha preso un senso. Finalmente abbiamo potuto disegnare la mappa, ma lo abbiamo fatto guardandoci indietro alla fine del viaggio, e con l’arrivo del nuovo Fortnite potremo far più attenzione agli indizi e disegnarla durante. Grazie al guerrilla marketing o chi per lui non ci dimenticheremo di questi videogiochi, di questi frammenti sparsi che insieme costruiscono emozioni. Potremo farne tesoro usandole come armi per accelerare il viaggio, ma sappiamo bene che non funzioneranno finché non saremo a destinazione.

Prendete l’occasione, e create i vostri sudati ricordi.