Lunediscord #1: Je suis Valve

Divide et impera, diceva Filippo il Macedone, Re della Macedonia quando ancora la battuta sulla frutta non faceva ridere. E, che sia nato per mano di un appassionato di storia o di un semplice sadico, non c’è dubbio che l’ultimo capitolo della saga di Metal Gear Solid abbia fatto discutere parecchi giocatori, suscitando diverse forme di odio e amore catulliano mescolate tra loro in egual misura.

Allo stesso modo, per affrontare al meglio l’ultimo capitolo della serie di Hideo Kojima, abbiamo deciso di dividerci ed affrontare il discorso su due linee parallele che cercheremo di raccordare alla fine: per questa prima “puntata” di Galeotto fu, rubrica che dedicheremo a tutti quegli argomenti controversi e che fomentano le discussioni tra appassionati, il “redattore in seconda” che si alternerà con me paragrafo dopo paragrafo sarà il nostro Antonino.

Nota: da qui in poi verrà analizzato il finale di The Phantom Pain sotto i diversi aspetti (dalla regia fino al come si inserisce nella linea temporale della serie, con tutte le conseguenze del caso). Va da se che se non avete ancora completato il titolo il rischio spoiler (anche per quanto riguarda gli altri capitoli della saga) è praticamente certo. Se non vi siete mai avvicinati all’opera di Hideo Kojima tornate sui vostri passi e rimediate, altrimenti “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
 
The Man Who Sold the World
La scena della verità è sceneggiata sul modello del pezzo di David Bowie

Non a caso, in fase di recensione, abbiamo definito il finale di The Phantom Pain “uno schiaffo in faccia” al giocatore, che scopre di non aver vestito i panni del Naked Snake del terzo capitolo per tutta la durata dell’esperienza, ma ne ha invece interpretato il fantasma. Venom Snake, ad ogni modo, si intuisce essere a conoscenza della verità già da prima di ascoltare la famigerata cassetta il cui “Lato A” riporta “From The Man Who Sold The World”; e il nastro stesso, non a caso, inizia con Big Boss che chiede al suo spettro se adesso ricorda. La scena richiama a più riprese il pezzo di David Bowie, che l’artista recentemente scomparso ha scritto immaginando un dialogo con un suo doppio, una parte di lui che stava all’epoca ancora cercando. “C’è questa grande ricerca, un gran bisogno di comprendere realmente chi siamo”, citando direttamente l’intervista di Bowie in cui il significato della canzone è stato spiegato, situazione che si adatta perfettamente al contesto che vissuto da Venom Snake. Come perfettamente vi si adatta il testo della canzone, che potrebbe tranquillamente essere scambiato per la sceneggiatura di questa discussa conclusione: Big Boss nel nastro chiama Venom “amico” (“disse che sono suo amico”), e quest’ultimo ascolta la registrazione davanti ad uno specchio (“Parlai ai suoi occhi”, vista la chirurgia plastica facciale subita per assumere i connotati di Big Boss). E ancora, Big Boss, negli anni in cui si è finto morto, ha girato per il mondo preparando il terreno per la Zanzibar Land del secondo capitolo della serie, cercando “una forma ed una terra”.

Big Boss è “l’uomo che ha venduto il mondo”

Venom Snake è quindi “faccia a faccia con l’uomo che ha venduto il mondo” (ricordate che è davanti ad uno specchio), ed in più di un senso Big Boss ha effettivamente venduto il mondo. Ha ceduto allo spettro non solo il nome ed il suo esercito, ma anche Outer Heaven, dove presumibilmente Venom Snake starebbe ascoltando il nastro (l’etichetta del Lato B recita “Operation Intrude N313”, il nome in codice della missione di Solid Snake nel primo Metal Gear). Ha venduto il mondo anche a Cipher (e a quelli che poi diventeranno i Patriot), tornando sotto il loro controllo e accettando la guida dell’unità FOXHOUND. Nessuno però può davvero vendere il mondo: Outer Heaven alla fine è solamente un diversivo, messo in piedi per distogliere l’attenzione di Cipher dalla “vera Outer Heaven”: Zanzibar Land; e anche il ritorno di Big Boss tra le fila dei Patriot era mirato a questa azione di copertura.

Dissociative Disorders (DDs)
Venom Snake è più che un fantoccio in balia degli eventi

Ma Venom Snake è più che un semplice fantoccio in balia degli eventi: la storia e la sceneggiatura delle fasi finali del gioco, in particolare, fanno intuire che siano passati anni interi tra la fuga dall’ospedale e la “rivelazione”; ciò porta a pensare che il cosiddetto “avatar” (come viene denominato dal gioco stesso, e non certo casualmente) abbia avuto un tempo più che necessario per costruire una propria identità e per adattarsi alla sua nuova “condizione mentale”, credendo fermamente nel significato delle sue azioni e imparando a ragionare come avrebbe fatto lo stesso Big Boss. Il capo dei Diamond Dogs non è, dunque, soltanto un soggetto ipnotizzato da Ocelot che crede di essere Big Boss; Venom Snake è “diventato” Big Boss, in tutto e per tutto, e soltanto “la verità” rivelatagli dal “vero” soldato leggendario ha potuto distogliere la sua mente dalla propria, personale realtà che essa stessa si era costruita.

Sono andato troppo velocemente, vero? Riproviamo; seguitemi solo per un istante.

Per lungo tempo, la storia della psichiatria si è ritrovata a dover fronteggiare una serie di cosiddetti “Disturbi Dissociativi”, correlati alla memoria, alla coscienza, ma anche a qualcosa di decisamente più complesso: l’identità.

Il “Disturbo Dissociativo dell’Identità”

Si definisce “Disturbo Dissociativo dell’Identità” (noto anche come “Disturbo di Personalità Multipla”) quel disturbo mentale caratterizzato dal predominare di una particolare identità nei confronti di un’altra, all’interno della mente di un soggetto. Contrariamente a quanto si possa pensare, però, non si tratta di un semplice “sdoppiamento della personalità”, tipico dei più gotici racconti di Robert L. Stevenson; il soggetto è sempre e comunque cosciente delle sue azioni, e arriva a dimenticare un passato non più rilevante costruendo una nuova identità e rendendola propria.

È interessante far notare come un processo del genere abbia spesso inizio in seguito a un forte trauma. Se avete pensato al rapporto tra Cloud e Zack in Final Fantasy VII, siete sulla strada giusta; se avete pensato a Big Boss e Venom Snake, avete centrato il bersaglio senza ombra di dubbio.

Il DDI è caratterizzato da due o più identità che si alternano per il controllo

C’è, tuttavia, ancora un tassello che occorre piazzare per cercare di comprendere al meglio la figura di Venom Snake e il suo rapporto con Big Boss: secondo la stampa medica specializzata, il Disturbo Dissociativo dell’Identità è caratterizzato dalla presenza di “due o più identità” che si sovrappongono tra loro, e che prendono saltuariamente il controllo all’interno della mente del soggetto. Un tale meccanismo è più che evidente per buona parte dell’avventura in Metal Gear Solid V, un po’ per la presenza di un Venom Snake tendenzialmente taciturno (non esattamente tipico di Big Boss), un po’ per l’apparizione occasionale di quella parte “demoniaca” del protagonista che, probabilmente, avrebbe lo scopo di indicare quel lato di sé che la sua mente preferisce tener soppresso.

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Ma, se Hideo Kojima è l’uomo che tutti conosciamo e che abbiamo imparato a venerare, c’è persino un altro possibile elemento da poter inserire in questo vasto e complesso puzzle che va a comporre il finale di Metal Gear Solid V, elemento che noi, in veste di potenziali soggetti da ospedale psichiatrico, non ci sentiamo certo di ignorare: la volontà dell’avatar stesso.

La teoria dell’Avatar

Ci sono momenti, nel corso della trama, in cui l’azione è regolata da quelle lunghe cutscene e da quegli spettacolari momenti cinematografici cui la serie ci ha sempre abituati nel corso di tutta la sua durata. Ma cosa succede quando l’azione torna nelle nostre mani? Cosa succede quando il gioco ci consegna lo scettro del controllo sul nostro avatar?

È forse azzardato pensare ai continui accenti posti da Kojima sulla cosiddetta “infiltrazione libera” e sulla possibilità di svolgere le missioni come il giocatore riteneva più opportuno? È forse troppo considerare il fatto che eliminare tutti i nemici che ci sbarrano la strada, senza preoccuparsi delle conseguenze, sia possibile e, alle volte, addirittura incentivato? E non è forse lecito, a questo punto, far notare come uno stile di gioco più “esplosivo” e “frenetico” porti alla comparsa del Demon Snake, una versione più “brutale” e di certo più psicologicamente disturbata del Venom Snake “ordinario”?

E se tutto ciò non fosse un caso? Se il “vero” Venom Snake (o, per meglio dire, l’avatar) fosse il giocatore stesso, quello al di là dello schermo, quello che possiede tutti i mezzi per imporre la propria personalità sulla mente del protagonista? Se Kojima e il suo team di sviluppo avessero ribaltato su noi giocatori il controllo della vera personalità di Venom Snake, spingendo sulla libertà di esplorazione proprio perché ognuno di noi potesse imporre il proprio stile e il proprio, personale approccio? Una teoria azzardata, sì, forse arrogante e precipitosa; ma non per questo meno plausibile.

“Kojima e i suoi piccoli colpi di genio”

E se l’associazione tra “Cani di Diamante” e “Disturbi Dissociativi” non fa ancora suonare alcun campanello, non preoccupatevi; probabilmente, fate ancora parte di quella porzione di popolazione che può definirsi “sana di mente”. Proviamo, però, a tradurre entrambe le “sigle” in lingua originale, ed ecco che ai nostri occhi si rivela un’altra, curiosa coincidenza: “Diamond Dogs” e “Dissociative Disorder(s)” presentano persino le stesse iniziali, quasi costringendo a pensare all’ennesimo tocco di stile da parte di Kojima e del suo team. Come sempre, il buon Game Director sembra non saper resistere alle piccole chicche cui ci ha sempre abituati.

La verità che chiude la saga

Dopo aver visto quindi gli effetti di questo finale a sorpresa all’interno dell’economia del singolo The Phantom Pain, è doveroso spendere qualche parola sulle conseguenze della “sequenza della verità” sul resto della saga. Big Boss, come accennato, prima di tornare sotto l’ala di Cipher viaggerà per il mondo per gettare il seme di quella che sarà Zanzibar Land, presumibilmente legando a sé, in questo periodo, alcuni personaggi che compariranno nei capitoli (temporalmente) successivi a Metal Gear Solid V, come Frank Jaeger (che nella FOXHOUND di Big Boss si guadagnerà il nome in codice di Gray Fox) e Sniper Wolf. Venom Snake invece continuerà a guidare i Diamond Dogs in parallelo, facendoli poi convergere nel “sogno” di Outer Heaven e portandoci direttamente agli eventi del primo capitolo della saga.

La figura di Venom Snake riesce a giustificare (a posteriori) alcuni aspetti dei primi due capitoli

Sarà infatti Venom Snake il “Big Boss” sconfitto in Metal Gear da un giovane Solid Snake, come specificato nella cronologia che segue immediatamente il filmato conclusivo di The Phantom Pain. Questo “dettaglio” va ad incastrarsi quasi sorprendentemente con alcuni degli eventi raccontati nei due capitoli bidimensionali della serie: in primo luogo, ad un certo punto di Metal Gear, Big Boss – che sappiamo quasi per certo star facendo il doppio gioco a vantaggio del suo fantasma (la cassetta Intrude N1313 di cui abbiamo parlato più su) – cambia la sua frequenza del Codec da 120.85 a 120.13, e, man mano che ci si avvicina alla resa dei conti, inizia a dare ordini contraddittori (addirittura dicendo a Snake di abbandonare la missione). In seconda battuta, ad essere più credibile è la “resurrezione” di Big Boss, che in Metal Gear 2 sarà ancora l’antagonista principale (questa volta a Zanzibar Land); non essendo mai stato davvero sconfitto dal suo figlio/clone, il tutto appare decisamente meno forzato.

Metal-Gear-Snake-Timeline
The Phantom Pain si collega anche al primo Metal Gear Solid grazie a Kaz Miller e ad Ocelot

Grazie al classico “dialogo post-finale” cui Kojima ci ha abituati da Metal Gear Solid in poi, The Phantom Pain riesce a collegarsi anche al primo capitolo tridimensionale dell’opera, oltre che ai due precedenti: Kaz Miller, scoperta la verità, decide infatti di patteggiare per il fantasma di Big Boss e per i suoi due figli nati dal progetto Les Enfants Terribles, andando a giustificare sia la sua assenza nel primo Metal Gear che la sua comparsa nel secondo (nel primo caso preferisce non schierarsi visto che il nemico sul campo è in realtà Venom Snake, nel secondo scende invece in campo più direttamente dando supporto a Solid Snake contro l’antico alleato). Nello stesso dialogo alla fine di The Phantom Pain sentiamo poi Ocelot immaginare uno scenario in cui Eli e David, i due cloni di Big Boss, arrivano al confronto faccia a faccia. Scontro che potrebbe vedere Ocelot e Kaz impegnati su fazioni opposte, costretti a combattere e magari a cercare di eliminare l’altro: praticamente lo scenario che viene a realizzarsi in Metal Gear Solid, dove Master Miller (sempre dalla parte di Solid Snake) viene eliminato “dietro le quinte” da Liquid Snake (alleatosi, o, meglio, manipolato da Shalashaska).

il richiamo a Sons of Liberty riguarda il “valore” di Big Boss per i Patriot

Si tratta sicuramente di collegamenti che all’epoca dei fatti non erano stati previsti (è più probabile il contrario, ovvero che l’idea del doppelganger sia stata suggerita da alcune di queste considerazioni), ma che ad ogni modo vanno a chiudere il cerchio quasi alla perfezione lasciando veramente poco di non raccontato. Per questi motivi, la famosa critica rivolta a The Phantom Pain sulla mancanza di un vero finale ci sembra ingiustificata. Soprattutto considerato il numero di capitoli cui ci si collega direttamente e il fatto che, ancora una volta, venga messo in chiaro che Cipher (e poi i Patriot) non sono interessati a Big Boss in quanto super-soldato, ma piuttosto come a un simbolo che hanno cercato prima di controllare e poi di sostituire con delle loro creazioni: come ricorda Big Boss stesso alla fine del quarto capitolo, i Patriot sono comunque macchine e per questo tenderanno sempre alle stesse soluzioni, spiegando perché abbiano cercato di “replicare” Big Boss prima con il progetto Les Enfants Terribles e poi cercando di creare un eroe “a tavolino” con il Raiden di Sons of Liberty.

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