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Recensione One Piece: Burning Blood

Nel bene e nel male, è innegabile che l’approccio alle licenze in salsa Shonen Jump mostrato da CyberConnect2 con la serie Ultimate Ninja Storm si sia rivelato vincente: gameplay estremamente divertente e alla portata di tutti (pur con qualche accenno di tecnicismo per non scontentare troppo i più esigenti), aspetto visivo d’impatto e, soprattutto, roster ricco e pieno di contenuti tratti dal manga originale. Era solo questione di tempo quindi, specie dopo l’esperimento di J-Stars Victory Vs, prima che Bandai Namco provasse a replicare la formula con qualche altra licenza, magari storicamente più a digiuno di picchiaduro. Se avete sbirciato il voto in fondo però saprete già che nel caso di One Piece: Burning Blood non è andato esattamente tutto secondo le aspettative: scopriamo cosa è andato storto.

Versioni testate: Playstation 4, Xbox One

 

3D 2Y

 

Azzardata la scelta di limitare la campagna alla sola battaglia di Marineford…

La modalità storia di One Piece: Burning Blood, chiamata Guerra Suprema, si concentra interamente sulla battaglia di Marineford, teatro dell’ultima grande saga dell’opera di Eiichiro Oda prima del salto temporale di due anni. Il giocatore dovrà quindi affrontare gli eventi della saga da quattro punti di vista diversa (oltre a Rufy, la Guerra Suprema permette di impersonare Ace, Barbabianca e l’allora ammiraglio Akainu), con ciascuna campagna ad includere all’incirca una decina di missioni e sfide a difficoltà crescente. Iniziano già qui i primi problemi di Burning Blood: in primo luogo bisogna ricordare che si è di fronte ad un prodotto pensato innanzitutto per gli appassionati di One Piece, per di più ad un capitolo uno di un’ipotetica serie, per cui sarebbe stato certamente più indicato un approccio magari più “lineare” nel racconto ma capace di raccontare il viaggio della ciurma di Cappello di Paglia dagli esordi fino agli eventi attuali (o, quantomeno, fino alla battaglia di Marineford). In seconda battuta, la scelta non paga perché al netto di eventuali problemi causati dalla difficoltà della sfida (qualche avversario più ostico sarà infatti in grado, ingiustamente, di infliggere gravi danni al giocatore con relativamente pochi attacchi andati a segno, costringendo chi gioca al game over anche solo in un paio di colpi) la longevità finale risulta decisamente risicata, richiedendo dalle tre alle cinque ore per portare a termine una campagna che, di fatto, mostra poi gli stessi eventi più volte.

Ma per fortuna non mancano le modalità extra

Fortunatamente Spike Chunsoft ha cercato di sopperire a queste mancanze con le altre modalità presenti: oltre alle battaglie libere in locale o online (che permettono anche di dar vita a scontri 9 contro 9, dividendo i personaggi in tre squadre) è possibile cimentarsi nella modalità Vs Ricercato, che in buona sostanza permette di vestire i panni del cacciatore di taglie raccogliendo avvisi (e cercando di riscuotere le ricompense) abbattendo altri personaggi, spesso legati tra loro da un filo conduttore, in incontri di diversa natura (dal “singolar tenzone” uno contro uno fino a sfide contro tre ricercati). Bandiera Pirata invece, ispirandosi alla Guerra tra Fazioni di Mortal Kombat X, consente di scegliere sotto quale vessillo schierarsi con lo scopo di accumulare punti e conquistare territori sconfiggendo online giocatori di ciurme pirata diverse. Insomma, alla fine della fiera la sensazione è quella che la campagna sia stata pensata come una sorta di “palestra” prima di lanciarsi nelle sfide con gli altri giocatori, in locale o in rete, dedicando più attenzione a questi contenuti.

Si sono dimenticati Pandaman
Oltre 40 personaggi, che si traducono in tanta abbondanza. Non mancano però delle scelte azzardate

Uno dei metri di giudizio più immediati per valutare l’interesse che può generare un picchiaduro, a maggior ragione se si tratta di un titolo su licenza, è quello di andare a spulciare il roster e capire quali e quanti personaggi sono presenti. Da questo punto di vista, quantomeno sulla carta, Spike Chunsoft non ha sicuramente lesinato: Burning Blood include più di quaranta pirati utilizzabili direttamente in-game (oltre agli ormai immancabili DLC, che hanno già iniziato a far capolino con i vari bonus preordine), assieme ad una sessantina di personaggi dedicati alla funzione di supporto indiretto, elargendo ed attivando bonus nel corso delle partite. La maggior parte dei personaggi inclusi è presa di peso da quanto mostrato nel manga originale dopo il salto temporale di due anni, includendo quindi non solo le versioni post-time skip di tutti i membri della ciurma di Cappello di Paglia, ma anche delle vere e proprie new entry d’attualità come Bartolomeo, Sabo o l’ammiraglio Fujitora, non dimenticandosi comunque di qualche personaggio storico come Crocodile, Buggy il Clown o Orso Bartolomew. Sulla carta, si diceva, approccio indovinato e senza dubbio a misura di fan: in realtà, lista alla mano, purtroppo qualche defezione illustre c’è, ed alla luce della presenza di personaggi “minori” come Koala o di cui in realtà si è visto poco all’opera (X Drake, ma volendo anche Shanks il Rosso) è difficile per l’appassionato digerire l’assenza di Rob Lucci o di Arlong, visto che con le dovute proporzioni la scelta fatta corrisponde un po’ a realizzare un picchiaduro di Dragon Ball eliminando Raditz o l’Androide 17 per far posto ad Arale o Yajirobei (e al danno si aggiunge la beffa, se si pensa che altri “cattivi di fine saga” come Ener sono invece presenti). Dispiace inoltre anche per l’assenza delle versioni pre-time skip dei Cappello di Paglia, con l’eccezione di Rufy (inserito in questa forma per esigenze di campagna), che portano inevitabilmente all’assenza di alcune tecniche di combattimento mostrate durante le saghe precedenti dai protagonisti dell’opera. Da questo punto di vista quindi, tirando le somme, Spike Chunsoft si è mossa bene e ha mostrato anche un discreto coraggio (come vedremo anche a breve parlando del battle system), ma per questa prima uscita forse sarebbe stato più saggio correre ai ripari inserendo qualche personaggio più noto, piuttosto che cercare la novità a tutti i costi esagerando con le facce (relativamente) nuove.

Con Fujitora sono botte da orbi
Tanta fedeltà al manga originale dal punto di vista ludico…

Ma alla fine dei conti, l’aspetto più importante per stabilire la riuscita di un picchiaduro è uno solo: il gameplay. Sotto questo fronte Spike Chunsoft è ripartita dalla base già vista in J-Stars Victory Vs, cercando di adattarla il possibile al folle universo creato da Eiichiro Oda. I tasti quadrato e triangolo quindi si occupano degli attacchi di base, rispettivamente permettendo di sferrare colpi normali e pesanti, mentre X è dedicato al salto e cerchio alla parata e, in luogo della tecnica della sostituzione di Naruto e del “teletrasporto” di Dragon Ball, se premuto assieme alla levetta sinistra in avanti al momento giusto, ad un contrattacco in stile Metal Gear Rising. L1, in combinazione dei tre tasti frontali, permette di utilizzare invece le mosse speciali del personaggio, mettendo in scena le varie tecniche viste nel manga originale. Il moveset si va poi a completare con i due attacchi spezza-guardia a disposizione (cerchio+triangolo o quadrato+X) e dalle immancabili mosse finali, utilizzabili una volta caricata l’apposita barra e premuto R3 per attivare la forma potenziata di ogni personaggio (dai semplici power up a vere e proprie forme alternative, come il Gear Fourth per Rufy). La particolarità di Burning Blood è quella di mettere sul campo, finalmente, anche le caratteristiche dei Frutti del Diavolo di tipo Rogia e dell’Ambizione dell’Armatura: utilizzando infatti un personaggio che ha ingerito un Rogia è possibile, premendo il tasto R1, fargli assumere temporaneamente la forma legata al suo elemento, rendendolo di fatto intangibile ed immune agli attacchi normali, manovra utile per evitare le tecniche più devastanti o sfuggire alla combo avversaria. I personaggi che possono utilizzare l’Ambizione però possono neutralizzare, con lo stesso tasto, il bonus, andando a colpire il “vero corpo” dell’avversario e rendendo comunque efficace l’attacco. Entrambe le abilità sono dotate di un’apposita barra, che ne permette l’utilizzo finché non si svuota; raggiunto lo zero è necessario riempirla di nuovo completamente, prima di poter contare sulla forma Rogia o poter sperare di bypassarne la difesa. Il tutto conferisce al prodotto un’aura di fedeltà al fumetto che viene poi ulteriormente incrementata da alcune chicche, come l’impossibilità per chi utilizza Sanji di colpire un personaggio femminile (esattamente come avviene nel manga).

… Ma viene tutto vanificato dalla totale assenza di equilibrio tra i personaggi

Ma è a questo punto che entra invece in gioco, come contraltare, il difetto principale del pacchetto, che vanifica in pratica quanto di buono confezionato da Spike Chunsoft: pad alla mano infatti l’esperienza è estremamente sbilanciata, tanto da sfociare in alcune circostanze nel frustrante. Non ci sono per esempio limiti di sorta all’utilizzo di mosse speciali, nessuna barra da riempire o tempo di cooldown da aspettare. Inevitabilmente questo si traduce in un abuso selvaggio di questa meccanica, con i personaggi dotati di attacchi a distanza (citiamo su tutti Kizaru) che possono tranquillamente tenere lontano l’avversario continuando a “spammare” il calcio di luce a distanza dell’ammiraglio, e con invece i personaggi più letali corpo a corpo (qui l’esempio calzante è Rufy con il suo Gom Gom Gatling) capaci di infliggere tantissimi danni una volta che riescono ad inanellare una serie di attacchi. Altri personaggi poi godono di bonus ai limiti dell’ingiusto, con per esempio il citato Rufy in versione Gear Forth (presente anche come personaggio stand-alone come DLC) dotato di uno spezzaguardia, quindi non parabile, che riesce a colpire il bersaglio anche da una discreta distanza. Il tutto va in buona sostanza a banalizzare il giocato tarpandole le ali, visto che risulta estremamente più profittevole utilizzare alcune mosse ed alcuni personaggi a discapito di altri e compromettendo l’intera esperienza di gioco con Burning Blood.

Il liquore di Binks
Non è Ultimate Ninja Storm 4, ma sul fronte visivo Burning Blood dice la sua

Dal punto di vista visivo Burning Blood si comporta egregiamente, e pur non raggiungendo le vette di eccellenza scalate qualche mese fa da CyberConnect2 riesce a regalare un’immagine pulita e ben resa, con qualche eccezione quando si guarda dalle parti degli elementi minori presenti nelle arene. Anche sul fronte tecnico il numero di fotogrammi al secondo è grossomodo costante, andando in difficoltà solo nelle situazioni estremamente concitate dove a schermo l’arena diventa una vera e propria bolgia di magma, fulmini e altre abilità sguinzagliate dai lottatori. Al solito non si può che spendere belle parole per il doppiaggio, che porta come ormai d’abitudine il cast di doppiatori originali anche alle nostre coordinate geografiche, mentre (soprattutto visto il materiale originale presente nell’anime o nelle opere derivate dalla serie) si poteva forse fare qualcosa in più a proposito dell’accompagnamento sonoro.

Verdetto
6.5 / 10
Il miglior gioco di One Piece, escludendo gli altri giochi di One Piece
Commento
One Piece: Burning Blood insomma ci ha lasciato davvero l'amaro in bocca e con la sensazione di essere davanti ad un titolo dalle molte potenzialità, che però faticano a concretizzarsi a causa di alcuni marcati difetti della produzione. La scelta di limitare la campagna alla sola saga di Marineford condanna la modalità storia ad una longevità non eccezionale e a diventare presto ripetitiva, oltre a limitare l'offerta escludendo saghe e scene memorabili che ci sarebbe piaciuto rivivere con l'occasione. Anche sul fronte ludico non mancano ombre, con lo sbilanciamento pressoché assoluto del roster che limita indirettamente il moveset dei personaggi alle sole mosse utili e impedisce all'ottima idea del sistema "Rogia contro Haki" di dire la sua come avrebbe potuto in un contesto studiato meglio
Pro e Contro
Tantissimi personaggi
Ottima l'idea "Rogia vs Ambizione"...

x ... Ma l'assenza di bilanciamento la uccide
x Campagna ripetitiva e poco longeva
x Qualche defezione nel roster