Recensione
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Assassin’s Creed Odyssey è un perfetto figlio del suo tempo – del nostro tempo. Un tempo di giocoservizi, contenuti dilazionati e storie sempre meno centrali. E che pad alla mano non è per niente male, se si mettono da parte i pregiudizi.

I giochi Open World sono cambiati, e Assassin’s Creed Odyssey lo sa.

La differenza tra main quest e missioni secondarie è sempre meno evidente, sempre più nominale. Un’etichetta più o meno comoda per distinguere cosa innesca evoluzioni nel mondo virtuale dietro allo schermo e cosa invece vuole solo arricchirlo, aggiungere dettagli e ombreggiature al quadro più generale.

 

Più in generale sono i videogiochi ad essere cambiati, e (anche in questo caso) Assassin’s Creed Odyssey lo sa.

Anche l’esperienza single player è sempre più lontana dal modello classico, dalle storie da una botta e via che si esauriscono in una decina di ore fino all’uscita del prossimo capitolo. E non solo perché – banalmente – i contenuti su disco sono di più (troppi?), ma perché sta cambiando l’approccio al racconto. Chiaro, si parte comunque dal punto 1 e si arriva inevitabilmente al punto 2, ma nel mezzo il giocatore è lasciato libero, quasi abbandonato a sé stesso. Libero di contare tutti i numeri che ci sono tra 1 e 2, che per quanto non possano essere riconoscibili come i numeri naturali esistono.

 

E infine ad essere cambiata è proprio la saga di Assassin’s Creed, sempre più lontana dalle meccaniche e dalla filosofia degli esordi – ma anche, per fortuna, dall’approccio dei capitoli post Assassin’s Creed III e pre Origins –, forse meno identitaria ma più quadrata. Meno parkour ed esplorazione e più gioco di ruolo a la The Witcher 3.

Assassin's Creed Odyssey è il nuovo che avanza, un Open World moderno che evidenzia ancora di più quanto siano vecchi altri titoli

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Versione testata: Xbox One

 

L’aspetto probabilmente più controverso è quello legato alla narrativa. È ormai un paio d’anni che Ubisoft è alla ricerca di uno storytelling meno molesto, che ci possa cucire più facilmente sul giocatore e su come decide di approcciarsi ai suoi prodotti. Il che non vuol dire rinunciare in toto a raccontare qualcosa – anzi, da questo punto di vista Odyssey osa come un Assassin’s Creed non faceva da eoni – ma cercare di stratificare il tutto, lasciando a chi sta davanti allo schermo il compito di decidere se e quanto scavare.

 

Ubisoft punta su una narrazione meno presente, che lascia il giocatore padrone della sua esperienza

La narrativa di Assassin’s Creed Odyssey come risultato avanza su tre strade diverse, che si intersecano occasionalmente ma che hanno ognuna il proprio epilogo. C’è l’odissea di Kassandra/Alexios (il capitolo di quest’anno permette di scegliere se giocare nei panni di uno o dell’altro), la sua ricerca attraverso il mondo greco di una famiglia o di quanto ne resta, il desiderio di ricomporne i pezzi che si scontra con le scelte del giocatore. E che a seconda di come si gioca porta ad una scena finale più dolce o più amara. C’è la caccia ai membri della Setta di Cosmos, ordine proto-templare con le mani in pasta in tutta la Grecia e legato in qualche modo alla discendenza e all’eredità del protagonista. E poi c’è il filone forse più autonomo, quello che fa più direttamente riferimento a questa eredità e che poi va a ripercuotersi anche nel presente, dove Layla (si, di nuovo Layla, in una continuità di protagonista che mancava decisamente) raccoglie più o meno metaforicamente il testimone e si prepara ad essere l’equivalente più prossimo di Desmond che si possa avere oggi, nel 2018, in una serie che è diversa da quella che Desmond aveva lasciato. Quest’ultimo è il filone per i fan nudi e crudi, quello che riprende la teoria della simulazione su cui Origins aveva indugiato negli extra e che porta più a diretto contatto con Coloro che vennero prima, con la guerra tra Assassini e Templari, con insomma tutta la mitologia che è il marchio di fabbrica originale di Assassin’s Creed. È un filone che può essere tranquillamente trascurato, e che chi vi scrive non crede porterà ad un capitolo dove il presente pesa quanto il passato come il già fin troppo citato Assassin’s Creed III (non si vuole più raccontare una storia con quelle modalità, come detto). Ma è anche il filone più interessante, quello che ci fa ricordare perché è ormai oltre dieci anni che andiamo appresso ad una saga che nell’ultima decade ci ha spesso fatto qualche scortesia.

 

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E a volerla dire tutta è anche il filone che osa un po’ di più, non solo perché investe Layla di un’importanza sorprendente o perché da corpo a teorie che daranno da discutere, ma anche perché tenta cose mai tentate prima nella serie. Nonostante la tecnologia Isu, i Frutti dell’Eden e tutti gli elementi da Science Fiction mista a teoria del complotto tipici della saga, alcune cose erano rimaste comunque tabù. Leggende avvolte nel mitologico, oppure illusioni create grazie a questi artefatti. Odyssey sfonda anche queste pareti, intraprendendo una direzione – l’ennesima di questo ultimo capitolo – che dividerà gli appassionati. Che comunque dal punto di vista ludico, ragionandoci a bocce ferme, non potranno che concordare sul fatto che si tratti alla fine del naturale punto di arrivo delle boss fight introdotte l’anno scorso in Origins (che pure in quest’occasione non mancano, legandosi giocoforza alla tradizione ellenica) e che renda il tutto più interessante sotto il versante ludico. Una presenza giustificata quindi, e non solo perché è spalleggiata dalla natura di prequel assoluto di Odyssey (ambientato qualche centinaio di anni prima di Origins) o si ricollega alla perfezione alla teoria della simulazione che è ormai da considerare uno dei temi portanti di questo nuovo corso.

 

Al di là dei raffinamenti comunque – l’introduzione del sistema dei mercenari, il ritorno delle battaglie navali libere sulla falsariga dei capitoli americani  – la struttura ossea di base è quella di Assassin’s Creed Origins.

 

Il che vuol dire che il tutto assomiglia sempre più a The Witcher 3 e sempre meno ai precedenti capitoli della serie

 

È il tanto invocato cambiamento, che non lascia più alibi a chi accusava la saga di essere sempre troppo uguale a se stessa per colpa delle uscite annuali. Un j’accuse entrato nel DNA della serie anche quando non era sincero fino in fondo (vedasi Assassin’s Creed Unity), ma che adesso dovrà fare i conti con questo nuovo corso.

 

Un raffinamento ludico di quanto visto in Origins

L’anno scorso lamentavamo un platforming meno centrale, specie nei contesti dove avrebbe invece dovuto fare la differenza. Le tombe egizie erano enigmi più logici, quasi dei quesiti posti da una Sfinge, laddove Ezio,Altair e anche Arno in queste fasi puntavano su parkour ed esplorazione. Alexios e Kassandra non devono nemmeno ragionare, quando scendono in queste cripte. La difficoltà maggiore è scoprire il punto sulla mappa – che se si gioca seguendo i consigli degli sviluppatori diventa più di un semplice accessorio, visto che le missioni non piazzano un localizzatore in interfaccia ma richiedono un minimo di ricerca –, dopodichè basta non farsi mordere troppo spesso dai serpenti nascosti (che comunque seguono un certo pattern) ed evitare le semplici trappole presenti. Insomma, se già nei panni di Bayek era venuto meno un riferimento ludico caratterizzante, con Assassin’s Creed Odyssey non si inverte la tendenza. Anzi. Il focus giocoforza si sposta maggiormente sul GDR, sull’importanza delle abilità sbloccabili (disposte su tre rami) da cui il giocatore attinge per costruire il suo stile di gioco. Lo stealth è un’opzione ma non è più l’opzione principe, il parkour non è un obbligo – ed il level design è costruito di conseguenza, anche tenendo conto del contesto storico. È la deriva figlia di CD Projekt Red di cui abbiamo già parlato spesso, diventata un modello di riferimento da cui attingere a piene mani (non solo Ubisoft con Assassin’s Creed, ma per esempio anche Sony con Horizon Zero Dawn) o comunque da cui lasciarsi contaminare, come ci ha fatto vedere qualche mese fa Santa Monica. Un modello che calza alla perfezione sul nuovo approccio di Ubisoft, che cerca di lasciare quanta più libera iniziativa al giocatore e di raccontare una storia fuori dalla tradizione, senza portare il giocatore di peso dall’inizio alla fine. Scegli come giocare e gioca di conseguenza.

 

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Una cosa però non è cambiata: la rifinitura

 

Se Origins era grezzo, Odyssey – partendo dal presupposto che abbiamo avuto il piacere di spendere 70 ore sul titolo nella sua incarnazione Xbox One (di prima generazione) – a tratti fa anche di peggio. Freeze e crash hanno costellato il nostro lungo giocato, costringendoci anche a ripetere un paio di spezzoni di gioco perché purtroppo non inclusi nell’autosalvataggio automatico (comunque molto puntuale, e con la possibilità di creare rapidamente anche slot manuali). Un peccato, perché il dettaglio visivo è sicuramente buono e dal punto di vista artistico Ubisoft si è sbizzarrita, approfittando di uno scenario così suggestivo ma anche delle novità di cui parlavamo qualche paragrafo più sopra. Da questo punto di vista un supporto più a lungo termine, con un capitolo veramente inedito ogni due anni, può essere la soluzione migliore per la serie: non perché ci sia bisogno di tirare il fiato, ma semplicemente perché le dimensioni del prodotto diventano sempre più mastodontiche uscita dopo uscita.

Assassin's Creed Odyssey

Al momento su Amazon: 39,60€
Lo consiglio a: 50€ (perchè? )
In conclusione...
8.5
“Zeus gratias”
Assassin's Creed Odyssey è il perfetto gioco di ruolo del 2018: tanti contenuti, con l'etichetta tra elementi secondari e missioni principali sempre più flebile. Sta al giocatore scegliere quanto e come impiegare il suo tempo, sapendo che non rimarrà incastrato in attività di secondo piano banali o fuori contesto, ma che qualunque cosa faccia sta giocando la sua personale Odissea. E non solo perché può scegliere tutto del suo personaggio, dal sesso alle abilità, ma sopratutto perché può decidere fino a che livello di profondità giocare. Un approccio 2.0 che da la spalla al Game as a Service e che non piacerà ai fondamentalisti della narrativa tradizionale, quelli che vogliono dei binari che li portino da A a B per mano. Ma un approccio che funziona, che Ubisoft ha realizzato con competenza (e anche con coraggio: non era da tutti introdurre una modalità più incentrata sul roaming, evitando di piazzare subito i localizzatori degli obbiettivi sulla mappa). E che al netto dei problemi tecnici ci ha convinto quanto se non più dell'anno scorso.
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due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. È il magnaccia a capo degli aspetti creativi del progetto, dal layout fino alle questioni autorali: la sezione Speciali è la sua Mother Base, e Gameromancer - il podcast videoludicamente scorretto il mezzo con cui terrorizza anche l'etere.
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