Sono passati 21 giorni dall’uscita di Elden Ring. 21 giorni in cui non s’è fatto altro che dipingere l’ultimo From Software come una produzione mastrodontica, irrecensibile anche dopo 80 ore di gioco perché una sola partita, un solo playtrough, una sola vita non bastano. Non bastavano per avere un voto in fondo alla recensione di Elden Ring alla scadenza dell’embargo e non bastano nemmeno adesso che il gioco è già uscito. E allora diamolo per assodato. Elden Ring è troppo per una sola persona? Raccontiamolo insieme. Tutti, chiunque ci abbia messo le mani su, senza fare distinzioni di piattaforma o di opinione. Apostoli o apostati di Hidetaka Miyazaki, e tutto quello che ci sta nel mezzo.

Il segno dei tre

Si scrive Elden Ring, si legge Hidetaka Miyazaki parte terza. Perché Elden Ring è il terzo di un ideale trittico iniziato con Demon’s Souls e poi proseguito con Dark Souls, vero propulsore della retorica dietro la produzione made in From Software delle ultime tre generazioni di videogiochi. I fili conduttori sono il senso costante di pericolo, la fugacità della vita in-game e la sensazione di essere piccoli, spesso inutili, nel grande ordine delle cose. I mondi di From Software sono mondi in cui è già successo tutto, in cui non siamo l’eroe che riunita la Triforza guiderà Hyrule a una nuova pace ma siamo lì, semplicemente lì a fare i conti con i pezzi di quello che resta.

Verrebbe quasi da pensare che il vero filo conduttore siano le meccaniche di gioco. In parte è così, perché il core dell’esperienza è rimasto uguale a sé stesso a prescindere dal design che germogliava attorno. Dungeon Crawler, Metroidvania, adesso Open World: il come viene impiattata la mappa non cambia la sostanza. Ma di capitolo in capitolo i passi avanti diventano evidenti. Specie se ad Elden Ring s’arriva dopo essersi scontrati col remake di Demon’s Souls che ha battezzato PlayStation 5 al suo day one. Di capitolo in capitolo From Software ha limato, togliendo le idee più esagerate e rendendo l’esperienza di volta in volta più accessibile.

Elden Ring è il Souls più accessibile

L’overworld a mondo aperto permette un approccio più morbido ai combattimenti (e di poter arrotondare il proprio livello senza impazzire), le Ceneri evocabili danno una grossa mano anche contro i boss peggiori. Insomma, al di là dei menu claudicanti l’esperienza di gioco è molto meno grezza rispetto ai primi due capitoli di questo ipotetico trittico. È la riprova che il fascino delle produzioni di From Software non passa dall’essere difficili perché sì, ma dall’esserlo con un significato dietro, la sfida al servizio di un messaggio.

Ed è infatti dove la sfida non ha un padrone ma è lì come vuoto status symbol che Elden Ring inciampa. Nelle scelte di design prive di significato. Quando vuole essere punitivo in modo scorretto, mandandoti in game over anche mentre rolla la schermata che dice nemico abbattuto. Qua, più che nella ripetizione interna (ma anche esterna) di asset o in quell’online che fa competizione a Nintendo…

Pietro Iacullo

Cavaliere del Vuoto

A volte mi è capitato di trovarmi invischiato in un videogioco in cui avevo talmente tanto da fare da sentirmi al tempo stesso spaesato e freneticamente voglioso di saltare da un lato all’altro, costruendo mattone dopo mattone la mia run. Negli ultimi anni è successo con alcuni dei giochi che ho amato di più, come The Witcher 3, Hollow Knight e Death Stranding. In queste settimane è successo anche con l’ultima opera di From Software.

Il mondo aperto è al tempo stesso la novità e il cuore pulsante di qualunque discorso che penso si possa fare attorno a essa. Certo: l’anima che muove l’esperienza rimane chiaramente oscura, eppure è l’Interregno a fare da protagonista. È inutile paragonarlo a Zelda o per contrasto al classico open world Ubisoft; bisogna invece concentrarsi su quanto funzioni bene il gameplay loop di questo Dark Souls open world. Se è vero che si tratta di un lavoro che per molti aspetti copia dalle sue precedenti iterazioni, il mondo aperto di Elden Ring cambia in modo sostanziale l’approccio, la narrazione, il roleplay e impatta notevolmente sulla difficoltà.

Al di là dei difetti che ancora From Software continua imperterrita a inserire dopo più di 10 anni, ciò che mi ha sorpreso maggiormente è stato l’utilizzo così maturo di questa struttura ludica, la capacità di sfruttarne i vantaggi per ampliare la formula, renderla più accessibile, più libera, più personalizzabile. Elden Ring non è solo il gioco più atteso e quello più venduto del team di Miyazaki, ma anche quello che prova a parlare a un pubblico più ampio, proprio grazie a un open world così avventuroso, intrigante, denso di scoperte da fare e informazioni da condividere.

È un'esperienza che ti risucchia e ti tiene incollato per un'eternità, ricompensando a dovere ogni minuto speso a svelare i suoi misteri

Resti sempre lì, con la curiosità di scoprire cosa si cela dietro il prossimo promontorio, quali insidie si nascondono nell’ennesimo panorama mozzafiato di lande esplorabili, quali orrori toccherà affrontare. La massima espressione di una poetica e un modo di narrare e fare videogiochi unico di From Software.

Andrea Scibetta

Senza Voce

In un contesto in cui l’eroe non ha corde vocali, l’aspetto che più mi colpisce di Elden Ring è la comunicazione.

A partire dai messaggi di cui il mondo di gioco è tappezzato. Un coacervo di consigli fuorvianti e battute triviali, ma anche di preziose indicazioni e incoraggiamenti. Ed ecco che un tetto spoglio diventa terrazza dal quale ammirare un panorama che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra. Il messaggio di un giocatore diventa il dito che indica la Luna. E un corridoio che funge da semplice raccordo acquisisce la sua dimensione ludica, mentre si rotola distruggendo gli asset di arredamento. Sapendo che non siamo soli in quello stupido gesto e di conseguenza non siamo davvero soli in questa terra ostile e pericolosa in cui anche un’orchidea cerca di ucciderci in sedici modi diversi.

È il risultato di un sistema di comunicazione che nel corso della passata generazione è diventato quasi un linguaggio, assumendo forme e utilizzi probabilmente diversi da quelli per cui era stato partorito ma che, come giocatori, abbiamo continuato a sfruttare e ad ampliare. È la nostra quota di cifra stilistica nei giochi From Software.

E come i Senza Luce che calcano le lande dell’Interregno, a più riprese la direzione di From Software si rivela imprecisa, consumata, ossidata. Eppure, al netto di delittuose mancanze verso il giocatore e una cripticità non sempre sotto controllo, che rende la mappa di gioco ancora più dispersiva, la comunicazione diventa nuovamente strumento di raccordo, per colmare le fratture dell’Anello.

Da quando gioco a Elden Ring ho cominciato non so quante discussioni; fatte di consigli, teorie, indicazioni date e ricevute, riscoprendo quel senso di condivisione fra giocatori che avevo dimenticato da tempo. Messaggi presi a a penna o sul blocco note del telefono, screenshot per salvare frammenti di dialogo altrimenti impossibili da riascoltare, vocali per fermare un concetto fugace. Tutto poi da condividere, rielaborare e sezionare per colmare i vuoti lasciati – intenzionalmente o meno – dal team di sviluppo. Per cercare di non perdersi neanche una quest, un personaggio e riuscire a battere il nemico più forte del gioco: la narrazione. Un mostro sgusciante e dotato di dozzine di arti e volti, una creatura sfuggente e letale, un enigma che sembra impossibile da comprendere appieno, da risolvere.

Ma come già detto, in questo scontro non siamo soli: la comunicazione fra giocatori è la spada che può sciogliere il nodo gordiano di From Software.

Lorenzo Stabile

For the novice

Elden Ring riesce a rendere il gameplay di un souls decisamente più accessibile e digeribile per i giocatori inesperti e lo fa utilizzando un concetto tanto semplice quanto incredibilmente funzionale: l’esplorazione è indirettamente farming.

A differenza dei titoli precedenti di From Software, se si rimane bloccati a causa di un boss che per ora è troppo difficile per noi, non c’è più bisogno di impuntarsi su quello scontro o di passare noiose ore di farming per aumentare il nostro output di danni.
Se la sfida è troppo difficile si può lasciare il boss dove sta e tornare a perdersi nei meandri di una mappa realmente immensa e che offre centinaia di possibilità di esplorazione, la quale a sua volta ci farà accumulare esperienza e materiali per gli upgrade o armi più forti senza aver perso un solo minuto a ripetere per due volte lo stesso tragitto.

Oltre a questo Elden Ring mette anche a disposizione del giocatore delle evocazioni speciali da portare con noi in (quasi) tutte le battaglie, che ci permetteranno di distrarre i boss per riprendere fiato o danneggiarli quel tanto che basta per aiutarci a vincere lo scontro.

Senza dimenticarci poi il nostro fido destriero Torrente, una manna dal cielo per scontrarsi con i boss presenti nell’open world

Insomma, tante scelte e possibilità per rendere la vita meno difficile ai neofiti, che comunque dovranno ancora scervellarsi per capire come funziona lo scaling o come si migliora un’arma (mettiamoli dei tutorial decenti From!), scelte le quali rimangono comunque in mano al giocatore che potrà decidere se utilizzare questi nuovi strumenti a sua disposizione o se rendersi l’esperienza più hardcore e difficile, perché ricordate che avere più scelta non è mai un male.

Stefano Greppi

Il gioco di ruolo è un genere dove i giocatori prendono le parti di un personaggio e si comportano diversamente. E questo non vale solo per ciò che il nostro personaggio può dire, ma anche come questo deve agire, come deve muoversi, come può combattere.

E per quanto se ne dica, i soulslike, e in particolare Elden Ring sono giochi di ruolo.

Non ho intenzione di parlare di come le nostre scelte in Elden Ring influenzino il mondo o diano carattere al nostro Senzaluce, perché francamente non lo so, quindi mi limiterà a parlare del roleplay nel gameplay. Trovare un’arma che i numeretti d’attacco più alti non significa che sia migliore di quella che già abbiamo, questo nuovo oggetto significa nuovi movimenti, un playstyle diverso da quello che si è utilizzato finora, dove bisogna riflettere attentamente su quelle che sono le decisioni all’interno del combattimento. Se in Dark Souls il roleplay era limitato ai tantissimi, ma semplici moveset delle armi, in Elden Ring questo è sotto steroidi, e all’ennesima potenza. Tutte le armi speciali hanno delle abilità pazze, che permettono di creare le build più uniche, ma anche di ispirarci ad altri personaggi.

Voglio giocare Elden Ring come Kratos, e allora ecco che c’è un’ascia di ghiaccio che congela tutto ciò che si erge dinanzi a me. Voglio essere Goku, beh FromSoftware ha messo letteralmente una Kamehameha come stregoneria. E se nel caso voglio essere Gatsu, lo studio ha pensato anche a questo, in ogni minimo dettaglio, letteralmente. Il prendere ispirazione da oggetti e mosse iconiche appartenenti ad altri elementi della cultura pop permettono a Elden Ring di farci vivere un’avventura nei panni di chi preferiamo, senza neanche toccare la narrazione. La meccanica della ‘’Rinascita’’ che fornisce la possibilità di cambiare l’aspetto del nostro personaggio è la conferma che From vuole farci fare dei cosplay digitali mentre moriamo nell’Interregno. Ma che ci aspettavamo, sono dei nerd incalliti, proprio come noi.

Loris Lo Masto

Signore dell’Anello

Un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e… Nella luce richiamarli.

Ciò che rende Elden Ring il punto d’inizio di una nuova From Software non è la mappa open world. Non è neanche il sistema di combattimento, lo stesso da ormai troppi anni. No, ciò che rende Elden Ring qualcosa di fresco è quella voglia di non essere da solo.

I titoli From da sempre ti spingono a chiamare qualcuno in tuo aiuto. Dai messaggi, alla community, alla “jolly cooperation”; ma non sono mai stati pensati davvero per essere giocati insieme. Stanze troppo piccole con nemici al limite dell’idiota, cunicoli così stretti da farti tirare giù il calendario ad ogni fendente… I Souls vanno giocati da soli e con gli altri in modo asincrono e distaccato.

Elden Ring no. Con tutti i problemi che ha la componente multiplayer, tra server che non funzionano e un sistema di evocazione che è troppo vecchio; comunque Elden Ring ti fa sentire veramente a casa solo quando chiami qualcuno al tuo fianco. Solo quando quei dannati doppi boss subiscono le ire di tre senzaluce incazzati come delle faine.

E se per caso non riesci ad evocare qualcuno, ecco che hai al tuo fianco l’unica ancora di salvezza in quel mondo ostile: gli spiriti. Lupi, maghi, tizi con due spadoni che mamma mia che figo; non sai mai quando evocarli perché come al solito From Software fa due passi avanti e dodici indietro, ma quanto è bello quando senti il suono di quella campana e finalmente riesci a combattere un solo nemico all’arma bianca, e non orde che ti accerchiano e mandano in tilt quella telecamera scadente.

Tutto questo senza dimenticare che la community esiste e qui, più che mai, chiamare un amico su Discord perché non sai bene dove andare è la quintessenza della cooperazione.

L’Elden Ring è un enorme abbraccio. Problematico, ripetitivo e sbagliato molte volte, ma un abbraccio che mi mancava e da cui mi staccherò a fatica.

Francesco Alteri

Voto e Prezzo
9 / 10
70€ /70€
Commento
Se Elden Ring è davvero un'esperienza comunitaria, una sua recensione non può esimersi almeno dal provare a riforgiare l'Anello Ancestrale insieme
Pro e Contro
I soliti pregi alla From Software (ma in un contesto più accessibile)

x I soliti difetti alla From Software

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