Al secondo giorno di conferenza, E3 2021 ha già dato il meglio di sé. E il peggio. Sotto i riflettori ci sono stati un gioco su Avatar, parecchi DLC (che non se ne hanno mai abbastanza), un po’ di indie da tenere sott’occhio… Insomma, nomi nuovi e noti senza distinzione. Così ci piace l’evento.

C’è anche stata la solita presentazione “un po’ strana” di Devolver Digital. Strana davvero, sia nei temi che nei modi un po’ sarcastici che si fanno beffe del Gamepass di turno. Alcuni di quei titoli fanno davvero gola. Prendiamo ad esempio l’azione concitata di Shadow Warrior 3, da far venire i capogiri solo a guardare un minuto e mezzo di trailer. Corde, pistole, spade, sangue e arti che volano ovunqe… sembra esserci un buon numero di elementi in grado di far gola a una buona fetta di videogiocatori. Anche il setting in un futuristico Giappone feudale.

Peccato, però, che il setting nel Giappone feudale in realtà manca.

Shadow Warriors 3 cavalca pure l'onda del Giappone feudale. Ribaltandosi clamorosamente.

“Eh ma ci sono i nomi in giapponese”. Sì, Hattori, Orochi Zilla. Lo Wang. “Ci sono le katana, e i samurai”. Ma quell’Hattori non ricorda un po’ Raiden di Mortal Kombat? Per dire eh, non c’entra nulla in realtà con le argomentazioni. A voler trovare il pelo nell’uovo il cappello che indossa è un po’ quello tipico dei cinesi che lavorano alle risaie. Storicamente, in realtà, vietnamiti. Ma sì, anche dei samurai – quindi questo non lo consideriamo tra le argomentazioni.

In realtà tutto il resto in Shadow Warriors 3 trasuda Cina, Cina, Cina. Dai colori dell’ambientazione ai “portali” stile torii (sono pailou), fino all’outfit dei nemici che vestono di nuovo gli stessi cappelli conici. E il panorama? Ascoltate bene, che nei primi secondi del gameplay si sente l’eco di un contadino che urla “nihao”. Vuol dire “ciao” in cinese.

Non bastano armi e sangue a coprire un moribondo

Dalla sua Shadow Warrior 3 ha un gameplay in prima persona davvero frenetico, che punta a ciò che sta davanti al giocatore piuttosto che alla distanza. Peccato che quei brevi scorci di panorama tradiscano un tentativo becero di mettere l’etichetta di una vaschetta di sushi pronto su una scatola di carpaccio di scorpione.

Qual è il problema? Di base nessuno, perché chi compra questo tipo di prodotto lo fa per le botte senza badare troppo a cosa c’è attorno. Ma il dettaglio è importante, perché qui il consumatore viene preso abbastanza a pesci in faccia. Pur di cavalcare un’onda che porta risaputamente danaro, Shadow Warrior 3 usa l’etichetta sbagliata – alla fine il Giappone feudale basta nominarlo che sbavano tutti. Tanto non è nemmeno detto che sappiano anche distinguerlo.

Sta qua il marcio: lo spettatore è lasciato a sbavare su qualcosa di doppiamente finto, e considerato incapace di notare differenze importanti. Il prodotto magari non punta a persone che hanno interesse nel dettaglio, ma così sembra far leva sull’ignoranza di chi non vuole neanche colmare le proprie lacune. Il tutto limitandosi a una descrizione prodotto di tre parole: “Blood and gore“. Ma sì, c’è sangue e violenza, chi se ne di dove succede. Giocate! Il che, ripeto, volendo solo giocare va pure bene.

Poi però non vi arrabbiate se nella carbonara mettono la panna e la chiamano comunque “carbonara”.

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