Luca D'Angelo

News+ Ansia da videogiochi, il blocco del gamer

I videogiochi che amavo ora mi danno ansia.

È già passato più di un anno dall’inizio della scomoda situazione chiamata quarantena. Un anno fa, costretti in casa, in molti si rifugiavano nei videogiochi – nuovi e vecchi arrivi che fossero. Di modi per svagarsi ce n’erano vari, ma questo era senza dubbio uno dei più indicati. Lanciarsi in un nuovo mondo, esplorarlo, e magari farlo con qualche amico. Ancora, ancora e ancora.

Un anno dopo non è cambiato granché. Sempre in bilico tra il chiudersi in casa ed il passeggiare con la mascherina, meno quarantenati e meno coperti di fake news (ma sempre ben forniti). Il numero di giochi sullo scaffale è aumentato. Non eccessivamente, ma di sicuro con rispetto.

Qualcosa però non quadra. Quella fila ordinata di dischi e la libreria così piena adesso mi fissano arrabbiati.

Sappi che noi giocattoli vediamo tutto.

I videogiochi che mi hanno allietato una quarantena ora mi danno ansia. Tutte quelle scatole in fila per il piacere di vederle, piene di dischi rilucenti. Troppe storie non finite e protagonisti lasciati ad aspettare, seduti al loro ultimo falò prima dell’Anima di tizzoni. Chissà che un giorno non si ribellino, appostandosi nel seminterrato in penombra e tendendo uno spaventoso agguato. “E perciò, riga dritto!”

È questo il risultato dell’impegnarsi troppo, del metterci troppa anima e davvero troppo corpo in quello che fai. Ma non è colpa di nessuno, perché in una situazione di “non so che cosa fare perché non posso fare nulla” siamo tutti fuggiti altrove. Anche in un mondo digitale. Ed è così che quel “mi impegnerò a fare del fitness VR la mattina e prendermi cura del mio villaggio Animal Crossing la sera” si è trasformato in poco tempo in un dovere autoinflitto. Così nasce l’ansia da videogiochi: fissandone l’utilizzo come fosse un to-do quotidiano.

Tuttavia non sembra una situazione isolata. C’è chi ha trasformato la voglia di provare qualcosa di nuovo in smania di completismo, o l’appuntamento serale con gli amici in uno straordinario lavorativo per il rank più alto in classifica. Quel momento pensato per staccarsi dal mondo è diventato una scusa per essere contattati ogni sera, perché “dobbiamo organizzarci per il raid”.

Allora il rifugio diventa il single player. Ma guardando lo scaffale in cerca della prossima avventura incelofanata il gamer si blocca, e resta lì per mezz’ora.

Non so cosa giocare perché ho troppo da giocare.

Quando colpisce il blocco del gamer c’è bisogno di soluzioni. I videogiochi sono un rimedio naturale per l’ansia, com’è possibile siano diventati essi stessi permeati d’ansia? C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel sentirsi così. Non perché i giochini siano sacri ed intoccabili, intendiamoci. Chiaramente se se ne parla è vero il contrario. Forse ci stiamo rapportando a loro nel modo sbagliato.

In una situazione con le spalle al muro se ne fa un task ripetitivo a morire. Si giocano MMORPG in single player, vagando da soli in una Eorzea sconfinata a guadagnare esperienza circondati da gruppi di amici che cazzeggiano. Si mette su un bellissimo villaggio per farlo vedere a degli amici che non giocano più. Non puoi fermarti, altrimenti il tuo residente preferito se ne va da un’altra parte.

Quando sei patito di giochi mobile poi è peggio ancora. È così semplice portarsi un cellulare appresso per casa e giocare in continuazione, perché c’è da farmare l’ennesimo evento settimanale. Picchietta, scorri, tieni premuto – prima che tu te ne accorga il gacha colorato ti ha prosciugato l’anima (anche se hai salvato il portafoglio, complimenti per quello).

L’immagine di te stesso nello schermo ti sta dicendo che hai sbagliato approccio.

Sappiamo bene quanto i videogiochi possano essere cattivi, e se da svago diventano ansia è innegabile. Ma forse non è tutta colpa loro. Magari a volte è colpa di altri esseri umani – ma sì, quella meccanica che casca a pennello sul gioco sotto sotto è pensata apposta per prosciugarti di qualcosa. Ancora, a volte è tutta colpa di chi sta guardando lo schermo. Voleva sentirsi completo, bravo, il primo del mondo perfino – ma per riempire il platino di completezza ha svuotato sé stesso.

Bloccati, gamer. Non c’è nulla di male a fermarsi per un po’. Non fa solo male agli occhi o alla vita sociale: fa male anche a te stesso dare troppo ai videogiochi. Il blocco del gamer ogni tanto è un bene, anche se sembra un mostrone. Il blocco di qualsiasi cosa lo è – la tua mente ti sta urlando che davvero non ne puoi più. Non serve sentirla, è chiaro sia così. D’altronde non sei impalato in mezzo alla stanza già da un paio d’ore?

Hai provato a te stesso che vuoi bene ai videogiochi quanto loro ne vogliono a te. Hai provato al mondo che se ti impegni la puoi scalare quella cazzo di classifica, puoi arrivare anche primo se proprio vuoi. Forse ne è valsa la pena una volta tanto – ma non esagerare. Bloccati per una volta. Poggia il controller e resta sulla sedia, occhi chiusi ad ascoltare il silenzio. Sentiti vincitore, e libero di scegliere quando entrare e quando fare log out da quel client sbrilluccicante.

Un grazie al pezzo di Wired, che ha ispirato la riflessione dietro questo articolo.

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