Vorrei essere nato negli anni ’80. Avevano bella musica, un’estetica fantastica. Era tutto così bello. Perché non posso tornare indietro?” Cyberpunk 2077 non la pensa così.

Perché non è per quello che è fatto il cyberpunk. Non è un museo del bello. Né è pieno di oggetti polverosi da osservare sbalorditi per scappare dalla realtà. Non è vaporwave. Non è synthwave. Neanche sovietwave, se per questo. È quello che ci sta cercando di dire la colonna sonora di Cyberpunk 2077. Perché sì, i videogiochi ci parlano. In ogni loro meccanica, in ogni linea di codice, c’è un’idea. Un’opera d’arte trasuda sempre idee. E noi siamo qui per respirarle. Dopotutto, ormai è anche l’Italia stessa che ha riconosciuto che quello che stiamo giocando non è tanto diverso da un Michelangelo o un Picasso.

Un gioco dagli ideali forti mostra questi ideali anche nelle cose più marginali. Che forse una persona meno attenta potrebbe non notare. Eppure si fa sentire. Rimbalza su tutto il resto del gioco. Con Cyberpunk 2077, CD Projekt Red vuole farci pensare che, forse, dovremmo smetterla di nasconderci nel passato per scappare dal presente. Per evitare di vivere la nostra vita come dovremmo e, soprattutto, vorremmo. Perché sì, i videogiochi parlano anche di quello. È ora di svegliarsi, Samurai.

Smettila di pulire la polvere da quelle mensole. Abbiamo una città da mettere a fuoco e fiamme. Quella città è il nostro futuro.

Una colonna sonora uscita da una macchina del tempo

Run The Jewels · No Save Point (From “Cyberpunk 2077”)

No Save Point” è il nome di una delle tracce del gioco. Una canzone strana, le cui inusuali melodie risuonano dentro l’ascoltatore. Che riportano ricordi. Che fanno pensare al futuro. Una sorta di ossimoro sonoro. Ma quello che senti non è quello che ti aspettavi di sentire. Non sono le pesanti ed epiche melodie di Carpenter Brut. Non è il suono di “Macintosh Plus” che fa pensare a scenari assurdi che non sono mai stati possibili. Quello che “No Save Point” riesce a trasmettere è una sensazione inusuale. La sensazione di essere tornati nel futuro. Questa canzone è il prodotto di una macchina del tempo – figlia di un genere musicale che non esiste ancora, in un mondo che è stato creato solamente all’interno della nostra PlayStation 4.

Che non esiste ancora perché è stato creato. Hanno preso e incapsulato il nostro presente, e gli hanno fatto fare un viaggio nel futuro. Quella è la nostra musica, ma all’ennesima potenza. I suoni delle nostre giornate trasfuse in un mondo che è andato avanti mentre noi siamo ancora indietro. Un’evoluzione di stilemi di oggi, ma applicato a Night City. Ci stiamo guardando da uno specchio nello spazio. La luce riflette ciò che siamo.

Non ci sono più punti di salvataggio. Siamo passati al salvataggio automatico. Benvenuti nel 2077

Non è solo questa canzone. Vale per tutta la colonna sonora. Per ogni singola canzone. Che spazia dal misticismo futuristico e i suoi suoni tribali al Death Metal più estremo. Non sono generi del passato. Non come li intendiamo noi. Sono generi del presente, e sono generi, soprattutto, del futuro. Cyberpunk 2077 non ha bisogno di cavalcare l’onda del successo di Blade Runner 2049. Non ha bisogno di riproporre una versione del futuro che conosciamo. Non ha bisogno di tirare fuori dalla cassetta del padre i floppy disk. Soprattutto, non ha bisogno di farci sentire contenti, di farci sentire a casa. Perché il futuro non è casa nostra. Non ancora. Siamo solo la causa per cui quel mondo è diventato così com’è. Hanno deciso che dovremmo smetterla di evitare il presente. Lo schiaffo morale è nella musica.

Tornare alle origini del cyberpunk – Il nostro futuro

Tutto questo serve a un solo motivo. Per tornare alla radice del cyberpunk. Non è possibile che quello che era nato un genere di denuncia sociale, di rifiuto di caratteristiche del presente, diventi una sterile glorificazione del passato. Non è a quello che ci serve avere il cyberpunk. È per ricordarci che siamo fautori del nostro destino. Siamo la mano invisibile che disegna il futuro in cui gang di teppisti con protesi tecnologiche fanno gare motociclistiche. Se serve cambiare le carte in tavola, così sia.

Perché il presente è cambiato. È inutile pensare al futuro se in verità quello che guardiamo è nel passato.

Cyberpunk 2077 è un ponte tra il nostro presente, il nostro passato e il nostro futuro. Perché ci ricorda un vecchio modo di guardare il nostro futuro a partire dal presente che stiamo vivendo. Quella musica è trap. Quella che per noi è la musica più becera, spopola a Night City. Forse quello che ci vogliono dire è che è una conseguenza delle nostre azioni. Quegli artisti che hanno composto delle canzoni per il gioco, non hanno il loro nome. Lo nascondono dietro a uno pseudonimo. Certo, hanno lasciato un’impronta. Ma il 2077 non è così lontano. Quelli che dovranno cambiare saremo noi.

Questi artisti hanno cambiato nome perché loro sono già cambiati. Sono diventati parte di quell’esagerazione che è il fulcro del cyberpunk. Cyberpunk 2077 non ci mostra un’utopia, ma ci parla del presente. Così come i cantanti di questa canzone non hanno fatto altro che parlare della stessa America che vivono ogni giorno, dentro, però, al contesto di questo mondo futuristico. Forse dovremmo tutti farci delle domande sul futuro, e stavolta senza avere rose e fiori in mente. La realtà non è (quasi) mai solo raggi di sole.

Se sono le note di “No Save Point” a farci riflettere o la censura dei genitali dei personaggi, non importa. Quello che è importante è che cominciamo a pensare. A pensare a come cambiare oggi. È per quello che è nato il cyberpunk. Dovremmo ricordarcene.

La musica di Night City è suonata solo per noi.

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