Andrea Sorichetti

News+ CD Projekt Red e la cultura del crunch

Da qualche giorno su internet tiene banco la notizia di CD Projekt Red che ha imposto settimane di crunch obbligatorio ai propri dipendenti in vista dell’imminente uscita di Cyberpunk 2077. Siamo di fronte all’ennesimo esempio di cultura del crunch applicata non solo all’industria, ma a tutto il mondo dei videogiochi. Ad essere demoralizzante è stata la risposta del pubblico, vittima indiscussa dell’hype per un titolo attesissimo che è già andato incontro a due rinvii. Il pubblico, infatti, ha deciso di schierarsi in massa dalla parte dell’azienda senza prendere in considerazione le condizioni lavorative di chi sta contribuendo da anni alla creazione e al perfezionamento del titolo.

Questo atteggiamento è ciò che più di ogni altra cosa continua a legittimare la cultura del crunch nel mondo del gaming. Quello di Cyberpunk è il caso più emblematico e mediaticamente rilevante dell’ultimo periodo. Abbiamo a portata di mano numerose testimonianze che chiariscono quanto l’ambiente dello sviluppo sia spietato per chi lavora in questo campo. Dalle accuse di sfruttamento nei confronti di Naughty Dog alle denunce di ex dipendenti Ubisoft per l’atteggiamento abusivo dei propri superiori, fino ad arrivare alla storia orrenda di Aeon Must Die e, più recentemente, alla situazione vergognosa di Lab Zero Games, l’industria sta mostrando apertamente tutte le pratiche terribili messe in atto dalle aziende. Di fronte alle difese del pubblico nei confronti di CD Projekt Red bisognerebbe realizzare che non si parla più di videogiochi ma di diritti umani.

La cultura del crunch vista dal pubblico

Nel 2019 CD Projekt Red fece una promessa: i suoi dipendenti non sarebbero stati obbligati a sessioni di crunch per completare Cyberpunk 2077. La notizia suscitò le simpatie di tutti, ovviamente, ma ora che quella promessa è stata infranta anziché accusare l’azienda, il pubblico ha preferito accusare gli sviluppatori. Ciò che mi spaventa, più di ogni altra cosa, è il fatto che si è preferito minimizzare la situazione piuttosto che prendere posizione. Dopotutto Cyberpunk 2077 è uno dei titoli più attesi della generazione, ed è stato spinto da una campagna mediatica prolungata e quasi senza precedenti. Il pubblico ha preferito assecondare i propri bisogni di consumatore piuttosto che tutelare i diritti di chi sviluppa videogiochi per vivere. Questo atteggiamento non è coerente con la reazione avuta dal pubblico al caso Aeon Must Die, tanto per citarne uno.

La colpa è anche del fatto che non si conoscono le dinamiche dell’industria. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, smentendo le parole di chi minimizza la situazione senza conoscerne a fondo le sfaccettature. Bisogna tenere a mente una questione fondamentale: così come per l’hype, quello del crunch è un problema culturale, prima di ogni altra cosa.

Le accuse agli sviluppatori di Cyberpunk 2077

Serve uno sforzo interpretativo per comprendere cosa si nasconda dietro alle dichiarazioni di CDPR, che ha imposto solo di lavorare per 6 giorni a settimana fino all’uscita del gioco. Cyberpunk 2077 è in sviluppo da anni ed ha subito già due rinvii ufficiali. Questo signfica semplicemente che chi sta lavorando attivamente al gioco è in crunch da mesi se non addirittura anni. L’unica differenza è che tale pratica è stata resa formalmente obbligatoria solo oggi, ma questo non significa che non fosse in atto già da tempo. Il concetto di Crunch non obbligatorio, molto semplicemente, non esiste.

Il mondo dello sviluppo dei videogiochi è tenuto in piedi da sviluppatori assoldati quasi esclusivamente con contratti a progetto. Questi contratti danno la possibilità al management di tenere sempre sotto scacco i dipendenti, quindi nel momento in cui c’è del lavoro da fare e sarebbe comodo avere un po’ di forza lavoro per fare degli straordinari si è posti di fronte ad una scelta. Si può accettare la situazione per non scontentare i propri superiori, mossi dalla paura di non vedere rinnovato il proprio contratto, o si possono rifiutare gli straordinari, anche se pagati. Di fatto non si può venire licenziati, ma indovinate un po’ a quali impiegati non verrà rinnovato il contratto? Ecco per quale motivo il crunch è un problema di cultura del lavoro.

Il crunch dei dipendenti di CD Projekt Red verrà retribuito, ma non è questo il punto

Cd Projekt Red ha dichiarato che quest’ultimo periodo di crunch obbligatorio sarà retribuito anche grazie ad un bonus pari al 10% degli introiti del 2020, oltre che secondo la legge polacca. Anche questi sono dei miti non tanto da sfatare quanto da chiarire e contestualizzare. Per quanto riguarda le ore di straordinario ammesse dalla legge polacca si parla di un massimo di 150 ore l’anno. Il problema è che tale legge si applica solo ai dipendenti e non ai contractors, ovvero le persone assunte con contratti a progetto. Questa scappatoia permette non solo a CDPR ma a chiunque di far accumulare ben più di 150 ore di straordinario agli impiegati senza rischiare problemi legali di alcun tipo.

Per quanto riguarda il tanto chiacchierato bonus in busta paga, i problemi sono molteplici. L’azienda si è offerta di restituire ai dipendenti il 10% degli incassi del 2020, non del 2021. È determinante, perché a fine 2020 Cyberpunk sarà stato sul mercato per poco più di un mese e a meno che non venda più di qualche centinaio di milioni di copie in quel lasso di tempo, l’azienda non sarà nemmeno rientrata nei costi di sviluppo. Tanto per esser chiari: nel 2020 gli incassi di CD Projekt Red ammontano a circa 20 Milioni di Euro. Il 10% ammonta quindi a 2 Milioni, che divisi per 1100 impiegati equivalgono ad un bonus di meno di 2000€ ad impiegato. Tutto questo per una sessione di “crunch non obbligatorio” che va avanti da almeno un anno.

La cultura del crunch è una cultura basata sul ricatto

Il famoso bonus in busta paga come compensazione per l’ultimo periodo di crunch nasconde una natura molto più sporca di quanto non si pensi. Quello che all’apparenza può sembrare un gesto magnanimo è in realtà un ricatto nei confronti di chi viene sottoposto a sessioni di lavoro straordinarie. È uno specchietto per le allodole che ripulisce l’immagine dell’azienda ma che obbliga i dipendenti a sottostare ai ritmi del crunch con la speranza di venire compensati, almeno parzialmente, per mesi di lavoro a ritmi massacranti.

La cultura del crunch è basata sul ricatto. Lo è al punto che non basta nemmeno più la favoletta del “se non ti stanno bene certe cose licenziati“. Licenziarsi ora che il crunch è diventato obbligatorio anche agli occhi del pubblico significherebbe rinunciare al bonus promesso, per quanto irrisorio sia, e soprattutto mandare in fumo mesi di straordinari “volontari”. Non solo: licenziarsi ora significherebbe aver lavorato per mesi a ritmi serratissimi per poi non venire nemmeno citati nei titoli di coda. Significherebbe rinunciare pure alla moneta che manda avanti buona parte dei lavori creativi nel mondo: la visibilità. Abbandonare in corsa un progetto prima della sua uscita significa non poterlo nemmeno citare nel proprio curriculum.

È inutile fare paragoni coi panettieri

Ogni volta che diciamo a degli sviluppatori di cambiare lavoro se non sono pronti ad accettare i ritmi dell’industria dovremmo fermarci a riflettere. Non serve fare paragoni coi panettieri, coi magazzinieri o con gli infermieri. Non serve nemmeno parlare di stipendi, a dirla tutta. Una paga alta non può e non deve giustificare la negazione dei diritti di chi lavora. Mai.

In un mondo lavorativo non regolato, dove l’industria stessa si oppone alla creazione di un sindacato che tuteli chi ne fa parte, non possiamo schierarci dalla parte di quelle aziende che si dimostrano incapaci di organizzare il lavoro dei propri dipendenti, costringendoli a fare turni sempre più lunghi per poter rispettare scadenze irrealistiche. È inconcepibile che, da fruitori ed appassionati del medium, siamo pronti a difendere chi obbliga i dipendenti a non vedere la propria famiglia per interi mesi della propria vita. Non possiamo imporre agli sviluppatori di cambiare lavoro, dobbiamo essere noi a chiedere che il mondo del lavoro cambi e tenga realmente in considerazione chi rende possibili progetti ambiziosi come Cyberpunk 2077.

La mail con cui è stato comunicato ai dipendenti di CDPR il crunch obbligatorio. Fonte: Jason Schreier

Anche perché se ad un panettiere venissse offerta la possibilità di rivoluzionare il proprio lavoro in maniera tale da non doversi svegliare alle due di notte per mettersi ad impastare non rifiuterebbe. Non è che se nel mondo esistono lavori massacranti allora non ci si può ribellare ad un sistema che, di fatto, è insostenibile. Il fatto che nel mondo esistano lavori sottopagati e dipendenti sfruttati non giustifica che altri lavoratori debbano subìre lo stesso trattamento.

La cultura del crunch è un problema di cultura del lavoro

La pratica del crunch è radicatissima nella cultura del lavoro di chi sviluppa videogiochi. Lo è perché le grandi aziende sono riuscite ad inculcare ai propri dipendenti l’idea che sviluppare videogiochi sia un lavoro da privilegiati. Chi si imbarca nello sviluppo spesso lo fa perchè mosso dalla passione smisurata che prova nei confronti del videogioco. Le aziende sfruttano questa passione per fare leva sui propri dipendenti, spingendoli al sacrificio per il bene del prodotto. E chi ci lavora è seriamente innamorato del gioco che sta creando. Garantito.

Jennifer Scheurle, Lead Game Designer di ArenaNet

Il fatto che sia un lavoro di nicchia che, nonostante la crescita esponenziale del medium, offre molti meno posti di lavoro in relazione al numero di candidati per ogni posizione disponibile, rende la competizione massacrante. Perdere il proprio lavoro significa, molto spesso, dover lottare per poter trovare un ripiego. Lo si è visto in questi giorni, quando internet è stato assalito dai commenti di chi denigrava le lamentele degli sviluppatori di CD Projekt Red per il crunch dicendo che avrebbero fatto meglio a chinare il capo e a tenersi stretto il lavoro, invidiando la loro posizione privilegiata. Dopotutto “Sviluppano videogiochi, mica lavorano in miniera”, no?

Bisogna cambiare il mondo dello sviluppo

Il crunch è nato assieme ai videogiochi. È una pratica radicata e chiunque abbia lavorato nell’industria l’ha sperimentato almeno una volta nella vita. E serve a poco il vittimismo di CD Projekt Red che parla di come la stampa sembri volerla per forza indicare come un’azienda cattiva, ogni rinvio si trasforma in un periodo di crunch ancora più lungo, dovuto principalmente agli errori di pianificazione dei piani alti. Anche perché chi lavora nel mondo dell’informatica sa benissimo che lo sviluppo ha così tante variabili che è pressoché impossibile da pianificare. Il fatto che ci siano sviluppatori a cui piaccia mettersi in crunch non giustifica in alcun modo il fatto che venga imposto dalle aziende.

Attenti anche alle dichiarazioni degli uffici stampa delle aziende, perché se da un lato viene ripetuto orgogliosamente che sono stati gli stessi dipendenti a chiedere di lavorare un giorno in più piuttosto che rimandare l’uscita ulteriormente, dall’altra c’è chi parla del fatto che l’azienda non ha minimamente interpellato gli sviluppatori sull’argomento.

Possiamo e dobbiamo fare qualcosa

Di fronte alle accuse a CD Projekt Red per la gestione di Cyberpunk 2077 la maggioranza del pubblico ha deciso di mettere in pratica la filosofia del pago quindi pretendo, appellandosi a presunti diritti del consumatore. Non che non esistano, sia chiaro, ma volerli imporre a discapito dei diritti di chi sviluppa videogiochi per portare il pane a casa è inammissibile. Lo scenario in cui il pubblico giustifica e minimizza il disagio di chi vede i propri diritti calpestati per il bene di un prodotto è disturbante e profondamente sbagliato.

Chi ha parlato è andato a toccare gli stessi argomenti con cui le aziende fanno leva per giustificare la propria condotta, andando a confermare quanto quello del crunch sia un problema prima di tutto culturale. La retorica per cui “Scegli un lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno” è dannosa e non può e non deve giustificare abusi di alcun genere.

Anche perché non te ne fai nulla di un buono stipendio se per mesi non ti è concesso di vedere la luce del sole.

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