Andrea Sorichetti

ILoveRetro Qual è la definizione di retrogaming?

Se non avete passato gli ultimi anni a vivere in una grotta, vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare di retrogaming. Ma, di preciso, cos’è il retrogaming? Nonostante se ne parli sempre più spesso, il significato di retrogaming non è sempre chiaro. Cosa si intende quando se ne parla? La risposta non è così scontata come sembra, anzi, spesso c’è molta confusione attorno all’argomento. La colpa è anche del fatto che il grande revival del vintage ha portato molte persone ad interessarsi al retrogaming senza aver ben preciso il significato stesso del termine. Inoltre va messo in chiaro che la definizione stessa di retrogaming si offre a diverse interpretazioni e che dare una risposta del tutto esaustiva non è semplice. Proverò comunque a fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

Cos’è il retrogaming?

Con il termine retrogaming si possono indicare tante cose differenti. Di fatto il termine fa riferimento alla passione per il videogioco d’epoca, in tutte le sue forme. A questo punto però ci troviamo di fronte a diverse problematiche: spesso infatti il termine non è molto chiaro e si fa fatica a capire anche solo quali console rientrino nel concetto di retrogaming. La definizione più largamente accettata è che quando si parla di retrogaming si parla di hardware e software fuori produzione.

Questo significa che anche Playstation 3 ed Xbox 360 siano effettivamente da considerare retroconsole. Molti vi diranno di non essere d’accordo. Le definizioni possibili sono effettivamente tantissime: c’è chi considera retrogaming tutto ciò che ha a che fare con le console a partire da due generazioni indietro rispetto a quella corrente, chi invece è di manica un po’ meno larga considera retroconsole vintage tutti i sistemi della generazione antecedente a quella in uso, anche se ancora in produzione o supportate ufficialmente.

Come ho già detto non esiste una definizione univoca, quindi il discorso è aperto all’interpretazione dei singoli. Quando si tratta di dare una definizione al significato di retrogaming le distinzioni possibili sono tantissime. Per esempio ci si può chiedere se basti emulare i titoli del passato per potersi definire retrogamer, o se sia necessario farlo su hardware originale. Allo stesso modo, andando oltre, si può provare a ragionare sui porting dei vecchi titoli su console moderne. In quel caso da che parte ci si schiera?

Retrogaming tra emulazione e retroconsole

Per chi è alle prime armi, quello iniziale è sempre il periodo più confuso. Spesso il primo passo nel mondo del retrogaming lo si fa passando per l’emulazione. Prima che Nintendo facesse piazza pulita dei più grandi siti di emulazione della rete, era facilissimo reperire le ROM di praticamente tutte le console più vendute della storia. Molti hanno iniziato così anche perché si tratta, a conti fatti, dell’unica soluzione economica per giocare ai grandi titoli del passato. Per molti appassionati (me compreso) l’emulazione non rientra nella definizione di retrogaming. Se ne può parlare solo ed esclusivamente quando si gioca su supporto originale, quindi usando dischi e cartucce su retroconsole originali e non modificate.

Non basta quindi scaricare RetroArch sul proprio PC ed imbottirlo di ROM per fare retrogaming. Bisogna sbattersi un po’ di più e mettere mano all’hardware originale, possibilmente non modificato, per poterne parlare correttamente. Anche in questo caso però tenete a mente che, tolte le implicazioni legali legate all’emulazione, non esiste una deifnizione univoca. Fidatevi di me però: non esiste nessun tipo di emulatore in grado di restituire il feeling della console originale. È una questione che abbraccia tanti aspetti differenti, dalla qualità stessa dell’emulazione, che spesso non è all’altezza, al feeling dell’originale. Banalmente, giocare Zelda: Ocarina of Time con un pad generico per PC non da assolutamente lo stesso feeling del giocarlo su Nintendo 64 con il rispettivo pad. Fidatevi.

L’emulazione è legale?

Bella domanda. Se ne sono dette e scritte di ogni sull’argomento e spesso è difficile capirci qualcosa a riguardo. Provo a fare un po’ di chiarezza.

Parlando di emulatori, quindi di programmi che simulano il funzionamento della console originale in modo che possano riprodurre correttamente i relativi giochi, la questione è abbastanza semplice. Un emulatore, per essere completamente legale, deve basarsi su un codice originale scritto appositamente. Diventa quindi illegale qualsiasi tipo di emulatore che al suo interno ospiti il BIOS di una console. La cosa si può aggirare scaricando manualmente dalla propria console il BIOS per installarlo sull’emulatore o su un Raspberry Pi, l’importante è che il BIOS non venga reperito su internet e che non si faccia circolare il dump, che deve rimanere solo nelle mani del proprietario della console.

Per quanto riguarda il possesso delle ROM il discorso è simile: per legge si possono possedere solo le ROM dei giochi che sono stati acquistati legalmente. Allo stesso modo, però, è illegale scaricare materiale protetto da copyright, quindi per un’emulazione il più legale possibile, bisognerebbe procedere al dump dei dati direttamente dalla copia originale del gioco in nostro possesso che vorremmo emulare. In ogni caso è assolutamente illegale vendere questo tipo di dati. Sono letteralmente soldi rubati ai detentori dei diritti.

Le retroconsole clone sono legali?

Esistono aziende, come Hyperkin e Retro Bit, che hanno lanciato sul mercato una serie di retroconsole clone in grado di ospitare le cartucce originali di console come Super Nintendo, Sega Mega Drive e Game Boy. Sono veri e propri cloni delle vecchie console, e permettono di giocare i giochi su supporto originale anche senza possedere la console di riferimento. Si tratta comunque di emulazione e, va detto, alcune di queste retroconsole clone sono davvero ben fatte, però non sono legali al 100%. L’Hyperkin RetroN 5, per esempio, contiene al suo interno degli emulatori che in origine non sono stati pensati per la commercializzazione.

Per quanto si tratti di piattaforme che permettono l’uso di cartucce originali, sono comunque da considerare, a mio parere, come delle soluzioni temporanee. Non si può parlare di retrogaming a tutto tondo, manca il famoso feeling della console originale che si sta emulando, per quanto il gioco in uso sia originale. Questo perchè, banalmente, all’interno di piattaforme come RetroN 5 sono ospitati degli emulatori che spesso e volentieri eseguono il gioco in maniera imperfetta, ne modificano la resa video e la resa audio, e utilizzano controller proprietari diversi dagli originali. Certo, ci si può accontentare, ma se si sta cercando di ricreare perfettamente le sensazioni originali non basta. Senza contare che, per l’appunto, sono soluzioni non del tutto legali.

Qual è la definizione di fare retrogaming?

Negli ultimi anni siamo diventati vittime della nostalgia per i bei tempi andati. Le stesse aziende hanno cavalcato questa nostalgia per vendere mini console per il retrogaming legale che permettessero di giocare titoli vintage in maniera semplice e veloce e senza problemi legali di sorta. Il fenomeno è nato con Nintendo Classic Mini, ed è stato in seguito cavalcato da ogni azienda che ha tentato di riproporre le proprie console di successo in versione mini. Queste stesse console, purtroppo, si sono presentate come una trovata commerciale abbastanza predatoria nei confronti degli appassionati. Il loro contenuto e, soprattutto, la resa dell’esecuzione dei singoli giochi non giustifica in nessun caso la spesa da affrontare per potersene portare a casa una copia, e a mancare è proprio l’esperienza del retrogaming.

20 giochi pre-caricati. Che però funzionano meglio su SNES Mini.

Uno dei casi più emblematici in questo senso è Playstation Classic. Quella di Sony è una console mini fatta con così poca cura che i titoli che contiene vengono emulati sensibilmente meglio su SNES Mini. Spesso ho sentito di persone che si lamentavano di quanto fossero invecchiati male certi titoli, ma la verità è che Playstation Classic ha fatto un lavoro così pessimo da rovinare il ricordo che avevano dei loro giochi preferiti. E sì, il cervello è un supporto inaffidabile, ma non così tanto.

L’importanza dell’originale

Che il vostro intento sia quello di custodire reperti e ricordi dell’industria del gaming o quello di giocare i vostri titoli d’infanzia nel migliore dei modi, avrete bisogno dell’hardware originale. Non si scappa. I vari Pandora’s Box o Raspberry Pi spesso non permettono un’emulazione davvero fedele, nonostante rappresentino un alternativa estremamente economica rispetto all’hardware originale. Personalmente ho scoperto il vero significato del retrogaming quando ho abbandonato il mio Raspberry Pi e ho cominciato ad utilizzare solo dischi originali su console originali. Da quel giorno non sono più tornato indietro, nonostante ogni tanto uno strappo alla regola sia necessario per poter mettere mano a titoli mai giunti da noi o dalle valutazioni troppo alte. Non è nemmeno detto che si voglia diventare collezionisti a tutti gli effetti, alla fine.

Il retrogaming, a prescindere dalla declinazione che ognuno vuole dargli a livello di significato, è una delle forme migliori con cui approcciarsi alla storia del medium. Toccare con mano i titoli che hanno segnato la storia del gaming è un’esperienza fondamentale per chiunque voglia comprendere il passato e il futuro di quest’industria. Bisogna sbattersi e trovarsi a tu per tu con un gaming che non è plug and play come siamo abituati oggi. Tocca armeggiare con televisori a tubo catodico (che, sorpresa, funzionano ancora meglio dei televisori HD) o upscaler che non rendano tutto un pastrocchio di pixel smussati a forza ed imput lag micidiale. Bisogna avere a che fare con titoli diversi e difficili da reperire. Tocca spendere.

Il risultato finale, però, è una delle cose più soddisfacenti del mondo. E la vera definizione di retrogaming, per me, è proprio questa.