È meglio PS5 o Series X? Speciale NextGen

Ritorniamo sull’argomento dipendenza da videogiochi e isolamento sociale con un’intervista autorevole, concessa dal Dott. Marco Crepaldi, il founder dell’associazione Hikikomori Italia. L’argomento del momento è questo. Non siamo sicuramente nè i primi e nè gli ultimi a dirlo. Una rapida ricerca in google ve lo confermerà. Le iniziative sono tante e in molti, e forse in troppi, parlano. Per correre ai ripari e fornire una bussola ferma e sicura abbiamo preferito parlare con chi la materia la conosce, la pratica e la divulga con coscienza e cognizione di causa. Vi lasciamo, dunque, all’intervista con il Dott. Marco Crepaldi che parlerà del lavoro svolto con Hikikomori Italia e non solo.


Cominciamo con una domanda rompighiaccio: di cosa si occupa la vostra associazione e in particolare, se avete avuto dei punti di contatto con il mondo dei videogiochi?

Ci occupiamo di isolamento sociale volontario, in particolare giovanile, ma tra i nostri associati ci sono alcuni casi anche di genitori che hanno figli hikikomori oltre i 35 anni. Non ci occupiamo specificatamente di videogiochi, ma indirettamente poiché il Gaming Disorder è una delle potenziali psicopatologie che si possono associare all’isolamento (come conseguenza e non come causa diretta). 

Ho sempre pensato alla cameretta come un posto sicuro. In silenzio con la mia console entravo in un mondo senza problemi. Dopo lo speciale ho capito che la cameretta può invece nascondere molto bene un problema non molto evidente. Come è possibile questa cosa?

Vedete, l’aspetto bello di questa iniziativa è il punto di vista. L’uomo cerca spontaneamente dei luoghi sicuri dove può sentirsi a suo agio e abbassare il livello di stress che invece richiede l’esplorazione. La casa, e in particolare la cameretta, rappresentano il luogo sicuro per eccellenza dove possiamo rigenerarci. Il problema è che negli ultimi anni il livello di confort generato dall’abitazione, di fatto un agglomerato intensivo di piaceri edonici, dall’intrattenimento, al senso di sicurezza, fino all’abbassamento della pressione dell’autorealizzazione personale, ci spinge a diventarne dipendenti al punto da non trovare, talvolta, una vera motivazione per abbandonarlaQual è il problema in tutto questo? Che la nostra “zona di confort” diventa sempre più stretta e limitata, fino a diventare una gabbia che ci soffoca e che non saremo più in grado di abbandonare nemmeno qualora ne sentissimo l’esigenza.

Uscire dalla propria zona di confort significa fare nuova esperienza, sbagliare, mettersi in condizioni di imparare e dunque crescere. L’hikikomori, di fatto, sprofonda in questa sensazione di protezione che gli fornisce l’abitazione, fino ad abbandonarsene del tutto, diventando però anche incredibilmente fragile e dipendente dai genitori, non sono dal punto di vista economico, ma spesso anche pratico.

La nostra 'zona di confort' diventa una gabbia che ci soffoca e che non saremo più in grado di abbandonare nemmeno qualora ne sentissimo l'esigenza.

Cosa consiglierebbe a chi sta vivendo questo grave disagio? Se mi accorgo che un amico è nel tunnel dell’Hikikomori, cosa posso fare per aiutarlo?

Fondamentale è l’informazione. Le persone che soffrono questo disagio devono prima di tutto rendersi conto di non essere sole. Devono iniziare a studiare e comprendere quali sono i motivi alla base del proprio malessere. L’ideale sarebbe rivolgersi a un professionista esterno, in particolare a uno psicologo che conosca il problema e non lo confonda con altri, come, ad esempio, la dipendenza dai videogiochi. La tecnologia viene spesso demonizzata nei casi di isolamento sociale volontario, ma rappresenta invece un elemento potenzialmente salvifico perché permette al ragazzo o alla ragazza ritirata di mantenere un contatto con il mondo esterno: continuare ad apprendere e a confrontarsi con le persone, nonostante l’isolamento del proprio corpo. Se avete un amico o un conoscente in questa condizione stategli vicino, anche se sembra respingervi. Fatelo con delicatezza, senza mai forzarlo, ma fatelo. Inoltre è fondamentale che i genitori inizino anch’essi un percorso perché l’hikikomori è un problema sociale e famigliare, dunque è necessario intervenire a livello sistemico e non semplicemente sul soggetto isolato, poiché spesso alla base di questa condizione ci sono malfunzionamenti famigliari, in particolare legati alle alte aspettative e all’iperprotezione.
Noi come associazione abbiamo gruppi di supporto per genitori in tutta Italia, coordinati e gestiti da psicologi volontari. Abbiamo visto essere questi degli strumenti fondamentali per ricostruire l’alleanza genitore-figlio e favorire contestualmente una maggiore propensione all’aiuto da parte di quest’ultimo. 

Quando, l’Hikikomori, si trasforma in dipendenza da videogiochi, la ormai famosa Gaming Disorder?

Il punto è proprio questo: non è detto che lo faccia. Non tutti gli hikikomori giocano con insistenza ai videogiochi, anche se la maggior parte sembra farlo. Il videogioco per il soggetto ritirato rappresenta spesso un modo per non pensare alla propria condizione e tenere dunque la mente impegnata. Anche se ci passa tante ore al giorno, dunque, non è detto che ne sia effettivamente dipendente. Secondo l’OMS, si può parlare di Gaming Disorder quando il bisogno di videogiocare va a fagocitare anche gli altri interessi, diventando l’elemento centrale della vita dell’individuo.

Nell’hikikomori spesso ciò che avviene è il contrario: il soggetto si ritira per difficoltà relazionali e, in generale, di adattamento sociale, e trova nel videogioco una fonte di intrattenimento. Se noi curiamo la dipendenza da internet o dai videogiochi in un soggetto hikikomori, dunque, non faremo altro che concentrarci su un effetto collaterale del problema e non sulla sua radice, che rimane l’ansia del giudizio sociale e il senso di fallimento per non essere stato in grado di raggiungere il proprio sé idealizzato.

Aggiungo che togliere repentinamente la console o il pc a qualcuno che è affetto da gaming disorder, non è mai la soluzione e può provocare una grande aggressività. Nel caso degli hikikomori, in particolare, si rischia di condannare la persona a un isolamento ancor più estremo.

Se avete un amico o un conoscente in questa condizione stategli vicino. Fatelo con delicatezza, ma fatelo.

La situazione italiana comincia a essere allarmante con 100.000 casi accertati. Come possiamo arginare questo problema che sembra paurosamente estendersi?

Purtroppo non sono state ancora condotte indagini ufficiali nel nostro paese, dunque i 100.000 casi rimangono una stima non accertata, ma verosimile. Trattandosi di un fenomeno sociologico inscindibilmente legato ai meccanismi della moderna società capitalistica, non può essere annullato se non con il cambiamento radicale del nostro modello di funzionamento sociale (cosa possibile solo in moltissimi anni). Quello che possiamo fare è  però cercare di creare maggiori occasioni e opportunità di aiuto per chi si trova in una condizione di hikikomori o per chi ne presenta una forte affinità. Fondamentale è infatti lavorare in termini preventivi perché l’hikikomori è una problematica che tende a cronicizzarsi e se non si interviene rapidamente e correttamente rischia di diventare difficilmente reversibile; la paura del tempo perso può rappresentare un macigno davvero opprimente. 
Dunque lo strumento principale che abbiamo a disposizione è sicuramente l’informazione e la sensibilizzazione. Purtroppo, nonostante i numeri allarmanti, ancora in pochi conoscono il fenomeno degli hikikomori e, anche chi lo conosce, spesso, a causa della cattiva informazione, pensa che sia qualcosa di simile alla dipendenza da smartphone, da internet o dai videogiochi, cosa assolutamente falsa.