Guido Avitabile

ILoveRetro Retrocensione: Ape Escape

Come questa rubrica ci ha insegnato in questi sei mesi, la prima PlayStation vide la creazione di numerose serie che nel bene e nel male si ritagliarono uno spazio nel cuoricino degli allora piccoli videogiocatori di oggi. E se con quel paio di occhiali nostalgici abbiamo già parlato di Spyro e di Tombi, non possiamo dimenticarci di un altro titolo che segnò irrimediabilmente le collezioni di videogiochi dell’anno 1999: Ape Escape. Un platform pazzo e ricco di collezionabili sviluppato da SCEI e con una verve comica tutt’oggi efficace. Un vero peccato che, nonostante il teaser di inizio anno (facente riferimento all’oroscopo Giapponese in cui il 2016 è l’anno della scimmia), l’unica visita della serie Sony è stata su PlayStation 4 in occasione del rilascio di Ape Escape 2 sul PSN. Mentre attendiamo l’annuncio di un quarto capitolo che non sia uno spin-off di dubbio gusto per PlayStation Move, o ben più riusciti insiemi di minigiochi alla Mario Party o GDR alla Dragon Quest, non ci resta che tuffarci per l’ennesima volta nei ricordi e riprendere in mano il retino di Spike nel primo storico capitolo per PS1.

A.A.A. Cercasi Scimmia Albina
La trama di Ape Escape non è imperdibile
Cosa succederebbe se la mascotte di un parco di divertimenti mettesse le zampe su un casco in grado di aumentarne esponenzialmente l’intelligenza, facendo impazzire colui che lo indossa e rendendolo inspiegabilmente cattivo? Beh, semplicemente il mondo si troverebbe di nuovo di fronte a Specter, la scimmia albina più intelligente del pianeta che, stufa della prigionia del parco di divertimenti, decide di cambiare in “meglio” il passato, sguinzagliando un esercito di scimmie che erano sfortunatamente molto meno intelligenti. Starà al giovane Spike ricatturarle tutte nelle circa quindici ore di gioco necessarie per riportare la pace, utilizzando gli strambi strumenti dello stesso professore che ha ideato i caschi. La trama di Ape Escape non è imperdibile, ed è paragonabile ad un cartone animato per bambini, sebbene non manchino battute leggermente più mature (soprattutto nei sequel); tutta l’avventura di Spike è concentrata su Gag Slapstick che tutt’oggi risultano efficaci e riescono ancora a strappare un sorriso, anche con quasi vent’anni sulle spalle. La semplicità dei personaggi principali andava a braccetto con il design perfettamente riuscito delle scimmiette sonare, che si distinguevano solamente dal colore della sirena posta sul loro caschetto. E così il giocatore si ritrovava catapultato insieme a Spike nelle varie ere temporali, cercando di riportare ordine e d’impedire i malvagi piani di Specter, con al proprio fianco un retino e altri gadget ideati dal professore.

Con il retino nella mano
Uno dei primi giochi a usare pienamente il DualShock
Abbiamo appena detto di come la trama di Ape Escape sia tutto tranne che indimenticabile. Il motivo del maggiore impatto sulla galleria di titoli PlayStation lo ebbe infatti il gameplay. Il gioco richiese due anni di sviluppo e fu programmato per adattarsi al meglio all’allora nuovo DualShock di casa Sony. Ape Escape fu il primo titolo ad usufruire del secondo analogico, ed era ingiocabile senza un DualShock: la levetta sinistra era adibita ovviamente al movimento, mentre la destra serviva ad utilizzare i gadget dell’arsenale di Spike, selezionabili tramite i tasti simbolo del Joypad; il salto era infine affidato ai dorsali, rendendo il titolo di SCEI uno dei primi a fare completo utilizzo della periferica. Ogni strumento aveva le sue meccaniche che si integravano alla perfezione con un level design non innovativo ma di certo ispirato. La vera sfida di Ape Escape non era sconfiggere Specter e raggiungere i titoli di coda, ma acciuffare ogni singola scimmia presente nel gioco, regalando infine la soddisfazione di aver evitato la nascita di un pianeta delle scimmie.

Scimmie Venete e Remake portatili
C’è un altro aspetto, oltre al riuscito gameplay, che rimarrà per sempre nei ricordi di coloro che giocarono la versione italiana di Ape Escape: il doppiaggio. Come nel caso di The Legend of the Dragoon, infatti, ci troviamo di fronte a delle voci  messe come accessorio per i personaggi a schermo, senza la cura che si può ritrovare in una produzione odierna. Ed è così che il Professore (o Professor) parla con un accento veneto, impartendo ordini al piccolo Spike che condivide la doppiatrice col suo rivale Buzz. Voci che da piccoli servivano solo per accompagnarci durante la caccia alle scimmie, ma che nel 2016 non possono che strappare un sorriso.

Nel 2005, per accompagnare PSP nei negozi, Ape Escape ritornò con un remake completo che, a causa dell’assenza del secondo analogico dalla prima portatile Sony, perse tutta quella unicità di controlli riducendosi ad un platform nella media. Il cambio dei comandi non è l’unica differenza con il titolo originale: Ape Escape P presentava solo sottotitoli in italiano, mentre il doppiaggio era disponibile in inglese (non è detto fosse un male) e il minigioco dello Sci di fondo, che richiedeva il doppio analogico, venne ovviamente sostituito dallo Snowboard. Fortunatamente la serie (come detto in apertura) ritrovò su PSP una seconda casa, soprattutto per le avventure delle scimmie, più che per quelle principali che rimasero da allora solo su piattaforma fissa.

Sony esci la banana
Anno della scimmia un paio di
Dire che su PlayStation 4 non ci siano titoli Platform sarebbe mentire apertamente. Sebbene siano meno frequenti rispetto ad altre piattaforme, l’ondata di titoli indipendenti ha permesso anche all’ammiraglia di casa Sony di vantare una nuova giovinezza del genere. Manca però quel titolo esclusivo di punta, perché, sebbene le meccaniche di Ratchet & Clank peschino anche da questo genere, il gioco di Insomniac è anzitutto un TPS, e non ci si può appoggiare solamente su Little Big Planet 3, che ormai ha i suoi begli anni alle spalle. Ripescare le scimmie avrebbe potuto giovare al panorama del genere e concedere ai giocatori un platform allegro e spensierato, senza scomodare Knack con un secondo capitolo.

 

 

Fin da quel tweet del 5 Gennaio, le speranze di vedere entro la fine del 2016 un annuncio a riguardo della serie di SCEI erano alimentate dal fuoco di riscatto dopo un mediocrissimo spin-off sui binari uscito per PlayStation Move. Invece, come una di quelle ragazze bellissime che te la fanno annusare per un anno per poi concederti solo un bacio sulla guancia [Ape Escape 2 su PSN, n.d.Guido] siamo rimasti a bocca asciutta. Da un lato, se il nuovo titolo fosse stato uno spin-off, magari per PlayStation VR, forse è meglio che sia andata così: che i ricordi dell’era platform e della trilogia di Ape Escape restino inviolati e rigiocabili tramite PSN o dischi originali sulle proprie console di appartenenza. Dall’altro, però, piange un po’ il cuore a non poter agitare il retino da ormai cinque anni, se non contiamo la fugace apparizione di Spike nel roster di PlayStation All Stars Battle Royale. Nell’anno che ha segnato l’annuncio della rimasterizzazione per PlayStation 4 di alcune figure iconiche degli anni novanta come Crash e Parappa the Rapper, Spike e Specter restano in disparte, di fianco a quel Sir Daniel ancora tutt’oggi ignorato.

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