Recensione Pool Panic – Giocare a biliardo sotto LSD

Non è importante quanta passione metti nello sviluppo, ma quanto ti diverti coi colleghi durante l’happy hour.

Per me, che amo e bramo l’assurdo ad ogni costo, è stato impossibile resistere allo charme di Pool Panic, fin dai pochi secondi dedicatigli da Nintendo durante uno degli ultimi Nindies showcase. Troppo folle, troppo strano, pericolosamente e impavidamente in equilibrio sul baratro dell’insensatezza, un viaggio sotto acido in una società popolata da bilie (che è un nome orribile da pronunciare, facciamo che dirò “biglie” o “palle” d’ora in avanti), con i loro usi e costumi, divertimenti e attività lavorative, totalmente scombussolate da una psicopatica biglia “battente”, candida come un fiocco di neve e mossa dalla proiezione mentale di una stecca, grazie alla quale potrà perpetrare fastidi assortiti ai danni della cittadinanza. La simulazione di biliardo meno realistica di sempre, come l’ha definita lo stesso team di sviluppo, Rekim Game sotto la bandiera di Adult Swim Games, benedetta da uno stile artistico clamoroso, eccezionale, che fa tanto Rick & Morty shakerato con i primissimi Simpson, aromatizzati dai trip di Bojack Horseman nei momenti di autodistruzione più pura, il cui valore supera di gran lunga quello ludico, dando vita a un centinaio di minuscoli cortometraggi che vale la pena scoprire dal primo all’ultimo. Mandiamo in buca questa recensione.

Pool Panic è come essere nella mente di un hippie chiuso in un pub a giocare a biliardo, dopo essere appena tornato, almeno con il corpo, da Woodstock

Paura e delirio sul tavolo verde

È saggio iniziare premettendo una cosa, Pool Panic è un titolo tremendamente imperfetto sul piano ludico. Impreciso, sballato, con collisioni a dir poco originali talvolta e una regia ubriaca su cui è impossibile intervenire. Un puzzle game basato su una fisica che sembra essere senziente e capricciosa, assolutamente libera da un codice che dovrebbe tenerla teoricamente al guinzaglio, ammaestrata. Manca di rifinitura, non riesce a dare quel verosimile feedback tra la pressione di un tasto e la conseguente azione a schermo, ed è un peccato, perché qua il materiale è di un’audacia mirabile, un prodotto assolutamente sprezzante di ogni regola, punk, anarchico. È uno dei classici titoli dove la forza del suo genio, delle idee che nasconde e poi propone una via l’altra senza pause e tentennamenti, può davvero sopperire alle mancanze tecniche, sminuendole, ignorandole, quasi che fossero un impedimento alla sua sacra libertà di espressione. Innanzitutto ogni idea parte dalla certezza di giocare, in qualche modo e in qualche delirante dimensione parallela, a biliardo, precisamente alla macro-specialità “palla 8”, quella forse più conosciuta, dove va lasciata la “nera” a fermentare, imbucando prima le sue sorelle. Le vaghe somiglianze con una delle discipline principe del palinsesto di Eurosport finiscono qui, nell’esatto punto in cui il giocatore viene risucchiato dentro Switch (o PC) per vivere in prima persona uno dei mondi più assurdi, vibranti e stranianti che si ricordino, ritagliandosi un posto nella sacra trinità del no-sense videoludico al fianco di Katamary Damacy e Wario Ware.

Una mappa deliziosamente stilizzata e animata dove muoverci liberamente e accedere al centinaio di livelli proposti, con il vago scopo di srotolare e far innalzare sempre di più la collinetta che ci ha accolti nei primi minuti di gioco, fino a farle raggiungere altezze vertiginose verso l’ignoto. Si procede più o meno a sentimento, pasticciando, iniziando a rimanere esterrefatti davanti a certe trovate, alla cura delle animazioni, alla qualità e quantità di dettagli e tocchi di classe, amore puro che i designer hanno intarsiato nel loro prodotto, oltretutto pulitissimo, tanto nella risoluzione quanto nel tratto di ogni disegno, fondale, frame, facendo esplodere la testa del giocatore dalla meraviglia e dagli insulti verso le sue bizze ludiche. Da gare su chopper simil-Harley-Davidson in cui steccare le altre palle al fine di disarcionarle, sparatorie nel far west, boss fight (anche se qui nessuno ha barre della vita) con ragni giganti dalle zampe sferiche, partite di calcio-biliardo dove dentro le porte si apprezzano voragini da usare come buche, fino a raid in condomini, da allagare distruggendo un acquario per poi andare nello scantinato e aprire lo scarico, tirandosi dietro acqua e biglie. Capirete che questi sono solo cinque esempi su cento e ciò ha dell’incredibile, tanto che molte volte è anche difficile capire quale sia il gimmick di un livello, palesemente pensato per essere risolto in modi alternativi dal classico “metti in buca ogni palla una ad una”. Si pensi oltretutto che molte scene nascondono meccaniche uniche da sfruttare tramite alcuni copricapi che troveremo nelle arene. Anche le sezioni che per forza di cose vanno un po’ a ripetersi nelle meccaniche, saranno comunque profondamente diversificate nel tipo di palle, ad ogni colore il suo carattere, come a livello ambientale, tra giungle, quartieri residenziali, deserti, piste di sci, campeggi e così via.

Quello che stupisce è la coerenza del game design e la varietà di interazioni possibili in base agli scenari e ai suoi elementi, creati per infondere un senso di quotidianità declinato all’assurdo, da buttare poi deliziosamente in caciara. Sono proprio la personalità dei personaggi, la singola situazione, una meccanica particolare che per quanto sporca risulta comunque divertente, a sommergere il giocatore sotto una slavina di idee, tutte tremendamente geniali ed esaltate da un accompagnamento sonoro altrettanto caratteristico, molto cartoon, che valorizza l’infinita follia dell’opera. Si ha davvero la sensazione di sfondare la quarta parete per mettere mano alle scene di un cartone animato, uno di quelli belli scorretti, ironici, taglienti, apparentemente partorito dalla mente di un hippie a Woodstock in trance auto-indotta o da Raoul e Gonzo nella Las Vegas di Terry Gilliam, un’allegoria della realtà in cui viene infusa la vita ad ogni palla da biliardo, stanca di vedere solo le sale fumose dei pub. C’è proprio una cura eccezionale nel rappresentare la quotidianità delle palle, che siano umanoidi o animalesche, e del loro rapporto di azione-reazione col protagonista. Chi scappa, chi attacca, chi va su tutte le furie, passando per le interazioni che hanno tra di loro, come una palla-scoiattolo che si butterà sul barbecue curato dalla “8” una volta bocciata via, o biglie incatenate agli alberi di una foresta in via di disboscamento, per protesta. Ci sono poi le espressioni, i versi, le animazioni, che vanno oltre alla meraviglia delle trovate ludiche, garantendo una quantità di comicità grottesca realmente eccezionale. Ogni quadro è una scenetta psichedelica, una gag, un piccolo caos in cui staticità e normalità sono concetti alieni, e rendiamo grazie per questo.

Quantità è una delle parole che descrive al meglio Pool Panic, con anche quattro diverse medaglie da elargire per ogni livello, che si basano sul tempo di completamento (declinato nei tre metalli olimpici), sulla quantità di colpi usati, sul numero di palle-personaggi imbucati e sul fatto di non essere mai finiti in buca e non aver mai imbucato la nera prima del dovuto. E poi minigiochi, tipo lo spettacolare mini-golf, sfide extra, segreti, la modalità per due giocatori. Certo, tutto ciò deve fare i conti con le già citate imperfezioni, che più di una volta impediscono di godersi a pieno le trovate e di conquistare le medaglie che meriteremmo, però secondo me una produzione di questo tipo val bene po’ di ipertensione. È un po’ quel Wario Ware che ancora manca a Switch, è Katamari che rinasce occidentale, potrebbe anche tranquillamente diventare per davvero una serie animata, sicuramente è un piccolo cult che giocheremo in dieci, un prodotto che avrebbe fatto impazzire Andy Warhol, pop art acidissima da ammirare e rimirare, senza sforzarsi troppo di seguire l’impervio sentiero del completismo, gettando nell’armadio l’equipaggiamento da trekking per rilassarsi in ciabatte e bermuda, birretta da una parte e tanta predisposizione ad un’originalità esasperata dall’altra.

 

Verdetto
8 / 10
...In buca d'angolo
Commento
Pool Panic è lucida stupidità, è l'amico scemo che fa cose idiote prima di pensare, un micro-cosmo straniante, grottesco e sprezzante che non si cura delle proprie imperfezioni ludiche, le ignora, se ne bulla, puntando tutto sul proprio senso dell'umorismo e innegabile genialità. Più quantità che qualità, certo, ma la quantità è di quelle da perderci la testa, perché qui si misura in un centinaio di gag tutte da scoprire, rimanendo esterrefatti dalla mole di idee con cui gli sviluppatori hanno impreziosito quella che sembra più una serie tv interattiva che non un videogioco. 12€ sono un ticket assolutamente competitivo per perdersi in un viaggio psichedelico, unico, fuori da ogni schema e logica, in cui anche il gameplay, alla fine, non è mica così brutto, mancando principalmente di rifinitura, a patto di non incaponirsi con mire completistiche.
Pro e Contro
Artisticamente devastante
Quantità e qualità di idee clamorose
Ricco, longevo e con un gran sense of humor

x Ludicamente impreciso e grezzo...
x ...Che lo rendono a tratti frustrante

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