Recensione
di
il

Metal Gear Survive traghetta la serie che fu di Hideo Kojima oltre lo Stige: lo Stige del divorzio tra il designer e Konami, ma sopratutto quello della marea di diffidenza dei giocatori nei confronti della casa giapponese. O almeno, ci prova…

In ogni divorzio ci sono due facce, e Metal Gear Survive sembra uscito apposta per ricordarcelo.

Perché quando una relazione finisce, tutto ciò che fino a poco prima era uno si scinde, torna ad essere due entità separate che devono imparare di nuovo a vivere come tali, pur sentendo ancora la presenza dell’arto fantasma dato dal legame appena spezzato.

In ogni divorzio ci sono due facce, ma fino a questo momento ne abbiamo approfondita una sola.

È stato facile, per noi (come esseri umani, prima ancora che come giocatori, critici o qualche altra etichetta potremmo affibbiarci) prendere le parti del “lasciato”, quell’Hideo Kojima che negli anni ci ha regalato probabilmente più di quanto possa aver fatto chiunque altro all’interno del videogioco e che, d’un tratto, è stato scaricato senza troppe cerimonie dalla sua ex casa madre. Ma la verità è che Kojima con il divorzio non ha perso soltanto il franchise che lo ha reso famoso (oltre, vabbè, al secondogenito Zone of the Enders) e il FoxEngine, ma si è lasciato alle spalle molto di più. È il mondo di cui parlavamo prima, quell’ecosistema di automatismi e rapporti personali che è naturale nascano, dopo collaborazioni così longeve nel tempo… Ed è naturale che non muoiano da un giorno all’altro, divorzio o no.

Metal Gear Surive è proprio questo: l'altra faccia del divorzio Konami-Kojima, quella che deve andare avanti anche se nessuno è dalla sua parte.

Condividi

Versione Testata: PlayStation 4

 

Perché non basta allontanare Hideo Kojima e togliere il suo nome dalle copertine per rimuoverne la memoria, e tutti quei figuri rimasti in Konami e trovatisi in mezzo a questa brutta storia – come d’altronde succede ai figli, quando si parla di divorzi veri – adesso sono chiamati a gestirne il lascito.

 

Ci sono riusciti?

 

La risposta politicamente corretta sarebbe un “sì”, con diversi ma. Quella più da estremista sarebbe un “no”, a cui però dovremmo in tutta coscienza concedere dei però. La verità, più che stare nel mezzo, sta in come avete vissuto tutta la vicenda: perché se avete ancora il dente avvelenato – e dal punto di vista di chi scrive, avete tutte le ragioni per averlo – nei confronti di Konami allora è meglio che rivolgiate le vostre attenzioni altrove, ma bisogna anche ammettere che avreste preso questa decisione a prescindere, anche se la casa giapponese avesse confezionato un capolavoro. Se invece, pur rimanendo amareggiati per com’è andata (immaginiamo che la cancellazione di Silent Hills non sia qualcosa di facile da dimenticare), avete una sincera curiosità nei confronti di Metal Gear Survive e, magari anche memori dell’ottimo altro spin-off della serie uscito in tempi recenti (Metal Gear Rising) volete aver fiducia le cose cambiano.

 

Iniziamo da tutto quello che non va.

O meglio, che secondo il parere di chi scrive è degno di critica.

 

Metal Gear Surive vi darà fastidio. Forse

Metal Gear Survive ricicla. In modo sfacciato, quasi esagerato. Praticamente su disco c’è veramente poco di quanto non già visto in The Phantom Pain, richiamato non solo nella struttura ludica di base – sulle sui costole poi si innesta tutto quello che invece funziona, ma ci arriveremo tra poco – ma anche negli assets e nelle texture che realizzano il mondo di gioco, nei menù e più in generale nel design. Non c’è nulla di sbagliato in questo, in prima battuta – dopotutto The Phantom Pain è una Proprietà (anche, ma non non solo, dal punto di vista Intellettuale) di Konami – ma è chiaro che una manovra del genere in una situazione come quella che stiamo vivendo potrebbe essere mal digerita. Perché da una parte non si sono ancora spenti gli echi delle proteste per lo stato con cui il citato Metal Gear Solid V è arrivato sugli scaffali, tagliato di diversi contenuti previsti, e rilasciare qualcosa che ha – anche solo vagamente – i connotati di un’espansione per il gioco è quasi uno schiaffo in faccia (detto che l’unico modo per non far inc*zzare nessuno sarebbe stato non rilasciare nulla… Forse).

recensione
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain
Arrivati a questo punto, non si può non etichettare Metal Gear Solid V come uno di quei titoli condannati a far parlare di loro: l’annuncio a nome del fittizio Moby Dick Studios di Joakim Mogren (rivelatosi poi essere lo stesso Hideo Kojima sotto men...

E perché dall’altra c’è in generale attorno ai grossi pubblisher un certo malcontento, figlio della paura del cambiamento di un mercato che minaccia (ma poi è davvero così) una transizione verso il Game as a Service e ha vissuto nel giro di pochi mesi una manciata di scandali legati al fenomeno, e scelte di design come richiedere un in-game purchase per poter consentire l’utilizzo di un secondo salvataggio sono, lo diciamo senza mezzi termini, un fregarsene di quello che è il polso della situazione. E anche qua, nulla di male e a dirla tutta nulla di nemmeno troppo scandaloso, visto che di solito questo fantomatico secondo slot di salvataggio non c’è in prodotti del genere, però il bilancio di questi due aspetti è che per alcuni versi sia mancato il coraggio (o forse ci sia stato anche troppo opportunismo) e per altri invece Konami abbia invece ecceduto, portando avanti la sua idea a dispetto di tutto.

 

Tutto questo per dire, insomma, che Metal Gear Surive potrebbe darvi davvero fastidio.

Ma al di là di questo (purtroppo?) è anche decisamente piacevole da giocare.

 

Non c’è il tocco di Kojima, ma qualcuno ne ha seguito il solco… è un bene o un male?

La narrazione inizia nel solco del già fin troppo citato Metal Gear Solid V, riallacciandosi al finale di Ground Zeroes nelle premesse e rubando a The Phantom Pain nell’atteggiamento (se Venom Snake cita a più riprese il Moby Dick di Herman Melville, Metal Gear Survive si dà un tono appropriandosi della Commedia di Dante Alighieri). E le cose funzionano, perché si riesce davvero a destare un certo interesse in un’idea che sicuramente non è molto originale – un mondo parallelo popolato da quelli che di fatto sono zombie, arrivando in ritardo anche per essere mainstream – e che a schermo assume connotati già visti, visto l’opera di riciclo di cui sopra. E pur si muove, e la scintilla è sufficiente a tenere davanti al televisore chi gioca abbastanza a lungo da approfondire le meccaniche di gioco, riprese dai veri survival – non è un prodotto che da questo punto di vista affronta la sopravvivenza “alla The Last of Us”, volendo partecipare anche noi per un attimo alla gara sui confronti a generazione procedurale. Bisogna procacciarsi non solo le risorse per costruire il proprio arsenale (si tratti di armi, abbigliamento o di barricate), ma anche molto più elementarmente cibo e acqua per poter continuare ad esplorare e anche l’ossigeno stesso, se si decide di andare ad esplorare la “zona fantasma” che circonda la mappa di gioco, più ricca di risorse ma decisamente capace nel pensier di rinnovare la paura. La stessa moneta di gioco, costituita dai cristalli Kuban e dall’energia che si riesce ad estrarre da loro (e utilizzata anche per accedere alle abilità dello skill-tree presente su disco), va procacciata sul campo, raccogliendola dai cadaveri (“cadavere” sarà poi il termine giusto? Boh), accrescendo ulteriormente l’attitudine survival della produzione. Come d’altra parte fa anche la componente gestionale – questa, a dire la verità, realizzata un po’ all’acqua di rose – che richiede al giocatore di gestire il suo campo base non solo nei contenuti ma anche nella forma, decidendo dove piazzare le varie postazioni utili per progredire nel gioco, per cucinare il cibo cacciato o per rendere nuovamente potabile l’acqua contaminata raccolta.

 

metal gear survive recensione

E su questo non c’è molto da dire. Potremmo spiegarvi nei dettagli come funzionano le varie meccaniche di gioco, cercando di convincervi della bontà del lavoro fatto da Konami anche al di là della valutazione che trovate qui in calce (spoiler per chi non avesse barato: un onestissimo 7.5, che deve mediare tra quello che c’è piaciuto e quello che non funziona). Potremmo, ma non avrebbe senso: non solo perché la posizione di chi vi scrive è nota e la sua idea di recensione è raccontare il prodotto, non le sue meccaniche, ma sopratutto perché come detto avete già deciso se siete dentro o fuori, e qualunque cosa potrebbe o non potrebbe esserci su disco non vi farà cambiare idea.

speciale
Cuphead: perché l’utenza può giudicare dai video e la critica no?
Da un paio di settimane la rete è in tumulto. La pietra dello scandalo? Una sessione di gameplay di Cuphead in cui il giocatore mostrava evidenti problemi ad affrontare il tutorial del gioco. Niente di strano, se non fosse che il giocatore in questio...

Il consiglio, se siete incuriositi da quello che abbiamo cercato di mettere per iscritto in questo articolo, è quello di approfondire (in questo senso abbiamo giocato la prima ora di Metal Gear Survive, trovate il tutto qui di seguito… Ma manco a dirlo la rete abbonda di spunti). O perché no, di provare ad avere fiducia in Konami ed acquistare direttamente il titolo, sapendo di ritrovarsi poi tra le mani un survival decisamente ben fatto e a misura di appassionati del genere. Anche se ricicla diverso materiale da The Phantom Pain e qualche scelta lato microtransazioni potrebbe darvi noia, o potrestre trovare poco ispirato il comparto tecnico/realizzativo che in buona sostanza viene ripreso al 99% dal Canto del Cigno di Kojima in Konami.

In conclusione...
7.5
“Figlio di divorziati”
Metal Gear Survive è un figlio di divorziati che deve rassegnarsi ad un semplice fatto: i suoi genitori probabilmente non torneranno mai più insieme. Ed è un figlio che deve farsi largo attraverso lo scetticismo e l'irritazione dei giocatori, che logicamente durante il divorzio hanno patteggiato per Hideo Kojima e che hanno mal digerito le nuove politiche di Konami, che per aggiungere altra beffa al danno esce con un prodotto del genere in piena psicosi per il concetto di Game as a Service. E da questo punto di vista forse la casa madre avrebbe fatto meglio ad essere meno sfacciata in alcune scelte stilistiche, non perché siano oggettivamente un male o un problema ma per cercare di indorare ai giocatori una pillola che temono ogni giorno di più possa diventare una supposta. Al di là di tutto comunque l'esperienza ludicamente sta in piedi, quindi la parola è a voi: siete dentro o fuori?
Ludicamente ben realizzato
Prezzo budget
x Alcune scelte vi daranno inevitabilmente fastidio

due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. È il magnaccia a capo degli aspetti creativi del progetto, dal layout fino alle questioni autorali: la sezione Speciali è la sua Mother Base, e Gameromancer - il podcast videoludicamente scorretto il mezzo con cui terrorizza anche l'etere.
Commenta con:
Seleziona il sistema di commenti cliccando sull'icona


Torna su