Recensione Hyperparasite – La recensione

La recensione di Hyperparasite, un roguelite tutto italiano che gioca con i cliché degli anni ’80

Il mondo indie, negli ultimi anni, ha puntato fortissimo su Metroidvania e Roguelike. Gli italianissimi Troglobytes Games provano a ritagliarsi uno spazio con Hyperparasite in quella che era una nicchia di mercato semideserta e che oggi è diventata affollatissima, trovandosi a competere con mostri sacri come The Binding of Isaac ed Enter the Gungeon. Quello di farsi notare in un mercato saturo come quello dei roguelite non è un compito semplicissimo. Servono idee innovative e trovate che possano calamitare l’attenzione di un pubblico mediaticamente sempre più bombardato di stimoli. Hyperparasite in buona parte ci riesce, ma vediamo i dettagli nello specifico nella recensione.

In Hyperparasite i nemici sono le tue vite extra

Così recita una delle tagline del gioco. E, in effetti, la meccanica principale del titolo è proprio questa. In Hyperparasite interpreteremo un parassita alieno giunto sulla terra con le peggiori intenzioni. L’unico problema è che il parassita è debole, debolissimo. Per sopravvivere dovrà obbligatoriamente prendere il controllo dei corpi degli umani desiderosi di difendere la terra. Esistono ben 60 categorie umane da parassitare (boss compresi), ognuna con le sue caratteristiche peculiari e con il suo stile di combattimento, e la debolezza estrema del blob informe sotto il nostro comando ci porta ad assalire di volta in volta il malcapitato più vicino a noi per farci strada nelle aree di gioco.

Il fulcro del gameplay di Hyperparasite è proprio questo: bisogna imparare a muoversi agilmente tra i vari nemici, parassitando di volta in volta quello con le caratteristiche più utili per la situazione specifica in cui ci si trova. Ognuno ha caratteristiche ben precise, tra personaggi che prediligono attacchi melee ed altri improntati sugli attacchi a distanza. Una volta presa confidenza coi comandi e con il ritmo del gioco, Hyperparasite si mostra per quello che è, quindi un titolo arcade dalle meccaniche non troppo profonde ma estremamente divertente.

Te li ricordi gli anni ’80?

Hyperparasite insegue l’estetica anni ’80 tutta luci al neon e vicoli sporchi e inospitali. L’ambientazione del gioco, generata randomicamente ma suddivisa in macroaree, richiama alle ambientazioni classiche di titoli come The Warriors o Grosso Guaio a Chinatown. Inoltre ci sono citazioni al cinema dell’epoca sparpagliate un po’ dappertutto. Da miniboss ispirati a Die Hard, poster che richiamano Essi Vivono e minion che sono in tutto e per tutto degli acchiappafantasmi. Ogni singolo personaggio rappresenta un grande cliché dell’intrattenimento degli ’80, dai barboni che abitano la città ai giocatori di basket con pettinatura afro, fino ad arrivare ai predoni a la Mad Max o ai ninja.

Dal punto di vista estetico ed artistico Hyperparasite non cerca di inventarsi nulla, quanto piuttosto di divertirsi a sparpagliare citazioni e dichiarazioni d’amore ad un certo tipo di cultura pop. Anche la colonna sonora non è da meno. Ad accompagnarci lungo la strada verso l’estinzione umana ci saranno infatti i più classici dei synth acidi e oscuri in pieno stile retrowave. Peccato solo che la OST sia piuttosto scarna e molto ripetitiva. È un peccato, soprattutto sapendo che Hyperparasite è un gioco piuttosto difficile che ci obbligherà ad affrontare le stesse zone più e più volte. Un po’ di varietà in più non avrebbe certo guastato.

Arcade procedurale, vintage ma divertente

Generalmente ho un brutto rapporto con i giochi la cui ambientazione è generata proceduralmente. Il problema per me nasce nel momento in cui un titolo dal forte impianto narrativo si avvicina ad un mondo generato proceduralmente. Trovo le due cose incompatibili, o quasi. Con Hyperparasite il feeling è stato diverso, fortunatamente. La sua anima arcade è preponderante e, nonostante dopo qualche tentativo si noti una certa ripetitività degli ambienti, le aree di gioco risultano sempre ben strutturate e non creano mai impedimenti all’azione. Davvero ottima la possibilità di teletrasportarsi di schermata in schermata evitando backtracking noioso ed inutile. È una scelta che migliora davvero tantissimo l’esperienza a livello di quality of life e rimedia ad uno dei problemi principali di certi roguelite.

Hyperparasite è un gioco difficile, alla vecchia maniera. Non è frustrante e raramente ho avuto la sensazione di non meritare la sconfitta, soprattutto di fronte ai boss. A molti potrebbe far storcere il naso il permadeath, per cui la sconfitta ci obbligherà a ripartire dall’inizio rinunciando alla maggior parte delle abilità e degli oggetti accumulati nella run precedente.

A non essermi piaciuta, invece, è la preponderanza del grinding. Il giocatore è costretto a spendere un grandissima quantità di tempo nelle singole aree del gioco per poter sbloccare i cervelli degli umani che le abitano. Per quanto si sposi bene con il livello di difficoltà del titolo, il livello di grinding richiesto mi è sembrato un po’eccessivo, soprattutto quando si raggiungono nuove aree del gioco in cui non si possiede alcun cervello. Sarebbe bastato forse dare la possibilità di avere delle classi “libere” per ogni zona del gioco, proprio come succede all’inizio.

Co-op locale, come ai vecchi tempi

Hyperparasite, quando giocato in singolo, risulta già piuttosto divertente ed appagante, nonostante i difettini già elencati. Il titolo da però il meglio di sé quando giocato in cooperativa locale. Non c’è niente di meglio di mettersi sul divano con un amico, stapparsi una birra e tentare l’assalto alla terra. Si è un po’ perso il gusto della co-op locale, negli anni, ed è un peccato perché sono proprio i titoli come quello di Troglobytes a ricordarci cosa abbiamo sacrificato in favore delle cooperative online. La sua anima ibrida di shoot em up e roguelite lo rende perfetto per una serata di divertimento vecchio stile, anche se il permadeath rischia di rovinare delle belle sessioni di coppia, escludendo per troppo tempo dall’azione uno dei due giocatori.

Un valido competitor in un mercato affollato

Hyperparasite si inserisce in un segmento di mercato affollato. Lo fa però senza paura, inserendo qualche piccola meccanica in grado di separarlo dalla massa e di renderlo riconoscibile. Il lavoro di Troglobytes Games è sicuramente migliorabile (è in sviluppo un aggiornamento che aggiungerà nuove modalità di gioco al pacchetto), ma mette in mostra la passione genuina per i generi trattati ed un ottimo livello di preparazione tecnica del team. Manca giusto un po’ di coerenza tra alcune scelte che conteappongono il teletrasporto tra le schermate ad un grinding eccessivo, ma il risultato finale è perfettamente godibile. Ottime, ma ottime davvero, le bossfight, sempre tostissime ma con un design davvero grandioso.

Verdetto
7.5 / 10
In Hyperparasite i nemici sono le tue vite extra. E 'sta cosa è una figata.
Commento
hyperparasite è un titolo arcade che ricorda i vecchi tempi. Tosto, tostissimo, ma divertentissimo soprattutto se giocato in co-op liocale. È evidente quanto i ragazzi di Troglobytes Games siano innamorati del genere e delle esperienze più hardcore del gaming dell'altroieri. Peccato qualche piccola pecca a livello di quality of life, ma parliamo di un titolo in grado di distinguersi all'interno di un mercato sempre più affollato.
Pro e Contro
Alto livello di sfida
Estrema rigiocabilità
Arcade duro e puro

x Grinding un po' soffocante
x Colonna sonora ripetitiva

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