Recensione
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Aquiris ci ricorda quanto erano belli gli outrunner, declinandoli al presente.

Horizon Chase Turbo è talmente vintage all’apparenza da somigliare a quei meravigliosi giocattoli con mini volante e pista magnetica, dove la macchinina è intrappolata nella beata illusione del viaggio mentre invece è tutto il mondo a scorrere intorno a lei.

 

O anche cose più spartane e fai-da-te, tipo questa.

 

È il concetto, l’essenza su cui sono nati i racing game esplosi poi col capolavoro di Yu Suzuki, e che oggi Aquiris riporta in auge, non per limitazioni tecnologiche ma per principio di riscoperta artigianale e cultura da tramandare e rinnovare. Pop art tridimensionale che muove sensazioni di guida squisitamente bidimensionali, affidandosi a un colpo d’occhio low poly plasticoso e giocattoloso, coloratissimo e iper-saturo, sparato a 60 fotogrammi al secondo per donare velocità a tutti i suoi falsi d’autore (Il Pandino versione professional mi ha aperto il cuore!). Impegnati in un tour mondiale che sostituisce il viaggio di OutRun con la competizione pura, serrata, tutta sportellate, insulti e rincorse dall’ultima posizione ogni, sacrosanta, gara. E forse l’allievo brasiliano ha addirittura superato il maestro giapponese.

 

Versione testata: Nintendo Switch

Tapis roulant racing

L’opera Aquiris è un arcade neo-impressionista, tanto morbido nei suoi panorami minimal, con pochi poligoni e sfondi deliziosamente disegnati, privi di claustrofobici contorni, quanto in un gameplay vellutato, su cui far scivolare la replica di una Aventador tra le chicane del porto di Santorini, sotto il suo pluri-ammirato tramonto a tinte rosso-viola. Una fluidità travolgente che glorifica il loop da tapis roulant del circuito, il quale velocissimo scorre sotto le ruote del nostro bolide stuzzicando la reattività e stimolando a un pizzico di chiaroveggenza per anticipare la traiettoria ideale e superare le curve al massimo dei giri. Il tutto tenendo conto di avversari che non mollano niente, studiando i sorpassi al millimetro ed esibendosi in manovre al limite del fuori pista e conseguente cappottamento citazionistico. Un gioco di precisione a 300km/h che pompa adrenalina e sangue freddo in egual misura, ingredienti di una miscela emotiva che porta a fare sempre meglio, provando e riprovando fino a conquistare il primo posto e tutte le monete, disposte anche negli angoli più infami e lontani dai punti di corda, per mettere in bacheca l’ennesimo super trofeo d’oro. Una variabile che stimola la memorizzazione istantanea e fa scendere in campo l’elemento rischio, correndo soprattutto per la gloria del completismo.

Non solo collezionabili però, disposte lungo i tracciati saranno presenti anche preziosissime taniche di benzina con cui alimentare al volo il nostro assetato V8 ad altissimo consumo, che si impennerà esponenzialmente una volta innescato il devastante turbo, da usare con parsimonia e grande godimento. D’altronde, come dice Jeremy Clarkson, anche solo la parola “Turbo” è capace di esaltare le prestazioni di un’auto e del suo pilota, rendendo tutto incredibilmente più figo. Una mousse di gameplay che si scioglie sotto i polpastrelli, con un sistema di controllo tanto immediato quanto burroso e condizionato dalle caratteristiche delle auto, falsi d’autore che riescono ad avere però una personalità tutta loro, tanto sono adorabili, caricaturali e ringhianti.

Ogni curva perfetta è una carezza, ogni sorpasso un brivido, ogni screenshot un possibile elemento d’arredo per le pareti di casa, tanto clamorosi sono stile e palette cromatica, che sembra studiata sfogliando giorno e notte un Pantone. Cartoline essenziali che intrappolano in pochi tratti l’identità culturale e architettonica delle nostre tappe; Brasile, Grecia, Islanda, Giappone, Cile, Sudafrica e tante altre location, innanzitutto alcune poco sfruttate nel medium tout court, sfondo di circuiti dal grandissimo track design, graziati pure da un gusto eccezionale per la dinamicità atmosferica. Pioggia, neve, tempeste di fulmini e di sabbia, così come giorno e notte che giocano con l’illuminazione e si rincorrono nell’arco di 3 giri, gettando nell’oscurità totale il pilota più distratto. Non solo elementi estetici finissimi, ma veri e propri ostacoli da superare in una sfida già di per sé tarata per stimolare e rendere perfetti, anche perché ogni gara ha una sua classifica globale online con cui fare i conti.

Horizon Chase

Che siano tour mondiale, tornei, gare di resistenza o la nuovissima modalità Parco Giochi, che propone 5 sfide di difficoltà crescente e dalle variabili più bizzarre, aggiornate periodicamente, Horizon Chase Turbo è una meraviglia senza soluzione di continuità, accompagnata dalla colonna sonora di Barry Leitch, compositore di pietre miliari del genere come Top Gear e Lotus Turbo Challenge. Synthwave, synthrock, contaminazioni etniche dell’angolo di mondo che stiamo percorrendo, ogni traccia rimanda all’epoca d’oro del genere senza essere mai ruffiana e facendoci ascoltare qualcosa di nuovo e galvanizzante, che nasce dalle ceneri degli spartiti chiptune che furono, reinterpretando in chiave 2018 ideali audio-visivi di 30 anni fa. L’unica spigolatura di una così vibrante rinascita si trova in qualche estemporaneo quanto drammatico calo di frame rate, che dimezza i quadri al secondo rompendo il giocattolo nel suo elemento portante, la fluidità. Un’opera del genere poggia le sue fondamenta sui 60fps, che riportano fedelmente a schermo ogni micro-sezione del tracciato e quando questo, fortunatamente non spesso, accade, si viene gettati in una corsa in stop-motion epilettica, particolarmente fastidiosa per la vista. Potrà essere sistemato con una patch? Probabilmente. Giusto il 28, giorno del lancio su Switch e Xbox One (su PS4, PC e dispositivi mobili è già disponibile da circa un anno), il titolo ha ricevuto un aggiornamento e giocandoci non ho più notato problemi di sorta. Che sia un caso o meno era giusto riportarlo.

In conclusione...
9
“Magical golden shower”
Horizon Chase Turbo non è un melenso tributo senza arte né parte ai racing game anni ’80 (e in parte ’90), ma è il loro ultimo erede, il sapiens-sapiens di una specie che sembrava estinta e che invece se ne infischia bellamente dei carnivori fotorealistici e simulativi, al riparo in un ecosistema low-poly di rara meraviglia. Una bellezza da guidare, illusorio, morbidissimo, velocissimo, e da guardare, con uno stile carico di colore e personalità caricaturale. È così, con carattere e nuove contaminazioni di gameplay, che si sfugge alla nostalgia per brillare di luce propria e guardare con ottimismo a una possibile nouvelle vague del racing arcade classico.
Fluidità d'azione travolgente
Esteticamente cla-mo-ro-so
Tantissimo da guidare e riguidare
x Qualche brutto calo di frame rate

due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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