Metto subito in chiaro una cosa: essere qui a scrivere una recensione di Famicom Detective Club mi emoziona tantissimo. Non che sia mai stato particolarmente legato alla serie, per carità, ma il solo fatto di poter finalmente mettere le mani su due titoli nati in un’altra epoca e rimasti confinati in Giappone per trent’anni fa gioire la mia anima di appassionato del medium. Queste cose mi fanno impazzire, c’è poco da fare. Causa barriere linguistiche non ho mai giocato gli originali, usciti in origine su (ma pensa un po’) Famicom, quindi li scopro per la prima volta in questa loro nuova incarnazione sull’ibrida Nintendo. Devo essere sincero: è stata un’esperienza inaspettatamente piacevole. Molto più del previsto.

Famicom Detective Club: due thrilleroni da manuale nel solco di Dario Argento

Gunpei Yokoi È circa la persona più importante della storia di Nintendo assieme a Satoru Iwata. Ha inventato un paio di cosette tipo il Game & Watch, Game Boy, R.O.B. e partecipò allo sviluppo di Kid Icarus e Metroid.

The Missing Heir e The Girl Who Stands Behind, i due titoli che compongono questa collezione, nacquero sotto la benedizione di Gunpei Yokoi. Vennero affidati a Yoshio Sakamoto, creatore di Metroid, che li sfruttò per porgere omaggio al cinema di Dario Argento. Le somiglianze sono evidentissime proprio nella commistione fra thriller ed esoterismo, declinato però in chiave marcatamente nipponica. The Missing Heir racconta di una lunga scia di omicidi ed apparenti suicidi legati all’eredità della nobile casata degli Ayashiro, mentre The Girl Who Stands Behind ruota attorno al ritrovamento del cadavere di una liceale che sembra essere legato ad una sinistra leggenda metropolitana che racconta di un fantasma che infesta un liceo di periferia.

Le premesse narrative, che ci vedono nei panni di un detective adolescente, potrebbero portare un po’ fuori strada. La realtà dei fatti è che entrambi i Famicom Detective Club sono dei thriller da manuale sorretti da una scrittura incredibilmente matura. Entrambi sono caratterizzati da una quasi perfetta gestione della tensione, che è dosata con grandissima sapienza, e da dei ritmi dosati chirurgicamente. A spiccare, tra i due, è sicuramente The Girl Who Stands Behind. Si percepisce chiaramente la maturazione di Sakamoto e del suo team per quanto riguarda la scrittura rispetto al capitolo d’esordio. Questo non significa però che The Missing Heir non sia godibile, anzi.

Omicidi, suicidi e leggende inquietanti

In entrambi i titoli l’aspetto sicuramente più interessante è il ruolo che ci viene affidato. In quanto detective siamo spinti ad intrufolarci nella vita placida e tranquilla di realtà periferiche tradizionaliste e e sospettose. Siamo delle anomalie che disturbano la quiete di comunità chiuse e apparentemente normali. Il nostro compito è quello di infiltrarci nelle viscere di queste comunità per carpirne i segreti più oscuri senza turbarne troppo l’equilibrio. Questo vale sia per il Giappone rurale che circonda villa Ayashiro sia per i corridoi del liceo Ushimitsu. Entrambi quelli che sono a conti fatti dei veri e propri microcosmi isolati dal mondo sono legati ad una serie di leggende inquietanti e misteriose. Tra cadaveri che tornano in vita per vendicarsi dei propri aguzzini e fantasmi che infestano le aule di un liceo ce n’è davvero per tutti i gusti.

La vera forza di questa coppia di titoli stra proprio nel non tirarsi mai indietro di fronte ai dettagli più scabrosi. C’è una perfetta alternanza tra la pace trasmessa dai fondali pastello che raccontano il Giappone periferico e lo shock causato dall’apparizione a schermo di orrendi cadaveri insanguinati. Un momento sei lì che ti godi la vista del mare al tramonto da una scogliera e pochi istanti dopo stai osservando il corpo tumefatto di una donna portata a riva dalla corrente. In Famicom Detective Club non c’è mai tempo per rilassarsi davvero.

Chi, come me, è innamorato dei thriller vecchio stampo non rimarrà deluso. Anzi, è sorprendente notare come, al di là dell’upgrade grafico, Famicom Detective Club sia una una visual novel di altissimo livello narrativo nonostante si porti sulle spalle una trentina d’anni abbondante.

Qualche intoppo ludico

Entrambi i Famicom Detective Club hanno un impianto ludico estremamente semplice. L’interazione è asciuttissima e si limita al dover navigare all’interno delle varie finestre di dialogo cercando di volta in volta i trigger o la sequenza di trigger utili a far progredire la narrazione. Non sarebbe neanche un grosso problema, non soffro particolarmente le visual novel così semplici, ma in più occasioni individuare la scelta migliore si rivela essere piuttosto controintuitivo. Il risultato è che in alcune sezioni di gioco mi sono trovato a provare tutte le opzioni di dialogo possibili (e in certi frangenti la rosa di possibilità è enorme) pur di sbrogliare una conversazione che si era impantanata. Piccoli intoppi a parte, il rischio più grande è quello di non rimanere affascinati dai toni e dalla storia e, data la mancanza di un’impianto ludico profondo, stancarsi in fretta.

Non è stato assolutamente il mio caso, forse perché in partenza sapevo a cosa stavo andando incontro, ma il rischio è che, una volta messe le mani su un Ace Attorney qualsiasi, tornare indietro ad un’esperienza così “povera” possa rivelarsi estremamente difficile e anche un po’ frustrante. Al netto di questo, però, Famicom Detective Club resta un ottimo titolo e, soprattutto, un ottimo remake. Mages ha fatto un lavoro pazzesco per quanto riguarda la rimasterizzazione della colonna sonora e dell’estetica del titolo. Non era affatto semplice ricreare gli ambienti originali in maniera coerente e credibile. Bravi davvero.

C’è un futuro per la serie?

Me lo auguro con tutto il cuore, sinceramente. In primis sarebbe bello vedere un remake del terzo capitolo sulla saga, uscito in esclusiva su Satellaview e, quindi, irreperibile. Sarebbe inoltre molto interessante vederne un capitolo tutto nuovo, magari affidato ancora una volta a Mages, che sappia evolvere la propria formula ludica adattandola alla concezione contemporanea della visual novel investigativa, basata quindi su un’interazione un po’ più profonda e meno ancorata alla sola narrativa.

Per il momento io mi accontendo di questa coppia di remake. Un vero toccasana per tutti gli amanti del giallo all’italiana e delle atmosfere caratteristiche dell’horror folkloristico giapponese. Una sorta di incrocio tra Profondo Rosso di Dario Argento e Noroi di Koji Shiraishi, in cui la tensione del thriller si mescola alle atmosfere inquietanti della tradizione nipponica. Senza contare che, di fatto, quello riproprosto da Nintendo è un vero e proprio pezzo di storia del medium, seppur meno sfavillante e blasonato di altre serie. Di fatto, però, se vi siete innamorati di Zero Escape, Danganrompa e Ace Attorney, il merito è di chi come Famicom Detective Club e The Portopia Serial Murder Case ha lastricato la strada per il futuro delle visual novel investigative.

Show some respect

Voto e Prezzo
7.5 / 10
40€ /60€
Commento
La coppia di remake di Famicom Detective Club rende il giusto omaggio ad un pezzo di storia delle visual novel. Un'accoppiata vincente, scritta da Yoshio Sakamoto, poi associato irrimediabilmente a Metroid, e rimaneggiata dalle sapienti mani di Mages, ad oggi uno degli studi più rappresentativi dell'intero genere. Due storie avvincenti che alternano investigazione a momenti di pura suggestione orrorifica tra lotte fratricide per un'eredità e fantasmi che infestano i corddioi di un liceo di periferia, inserite perfettamente nel solco tracciato da Dario Argento e il giallo all'italiana e mescolate con la tradizione del j-horror folkloristico. Un po' scarni a livello ludico, ma dotati di una scrittura avvincente e sembre ben posata, caratterizzata peraltro da una maturità veramente invidiabile e assolutamente non scontata. Un ottimo pacchetto per gli amanti del genere e, perché no, anche per chi ci si vuole avvicinare per la prima volta.
Pro e Contro
Narrazione di altissimo livello
Estetica pazzesca
Colonna sonora da urlo

x Impianto ludico limitato
x Finale di The Missing Heir un po' anticlimatico

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