Breve recap delle ultime ore: Parmigiano Reggiano lancia la sua nuova campagna pubblicitaria e in una delle clip compare il personaggio di Renatino, novello Stakanov del caseario 365 giorni l’anno da quando ha 18 anni, senza mai un giorno di ferie. Renatino non è mai stato a Parigi, al mare o a sciare. Il centro di gravità permanente della sua esistenza è il suo lavoro, quello che da secoli ci raccontiamo esiste per nobilitare l’uomo. Solo che quando un’intera generazione sul mercato trova solo offerte ai limiti del caporalato ecco che la voce si alza e la narrativa cambia.

Arrivati ad un certo punto sei stufo di sentirti raccontare da un baby pensionato quanto tu sia choosy e bamboccione, e la fiducia nel migliore dei sistemi possibili inizia a venire meno. A meno che tu non pretenda di scrivere di videogiochi. Parmigiano Reggiano ci sta dimostrando una cosa: nel grande gioco della Game Critic italiana è più importante apparire che essere.

Per cui ecco che si condivide indignati lo spot per poi tornare a scrivere recensioni pagate 20€ al pezzo

Un paese per vecchi Di certo non per giornalisti, non lo è mai stato. E non lo sarà mai perché il sistema preferisce fallire che crescere.

Il problema (e come ti sbagli) è sistemico. È l’editoria in generale a non passarsela bene. Nel 2021 anche quei siti web che vent’anni fa sembravano molto più economici di una rivista di settore costano semplicemente troppo rispetto ad altri canali. Una redazione per stare sul pezzo ha bisogno di decine e decine e decine di collaboratori, per fare il content creator su Twitch/YouTube/TikTok ti basta te stesso

Chiaro, poi lo skill set per seguire parallelamente tutta la promozione sui social, coltivare la community che si raduna attorno alla tua figura e tutto il resto delle attività collaterali al contenuto è estremamente eterogeneo e quindi da uno diventi due, tre e così via. Ma sono numeri comunque molto lontani da quelli di una redazione dietro un portale di videogiochi, anche di una piccola. Con un ricavo che però spesso e volentieri è paragonabile a quello di una realtà consolidata del settore.

Morale della favola: la mia generazione di choosy e bamboccioni è nata troppo tardi per poter avere la speranza di campare scrivendo di videogiochi. Va più forte un altro tipo di contenuto. E il settore è già saturo di tutte quelle persone che hanno fatto in tempo a mangiare con questa professione. Persone che oggi sono dinosauri, e che davanti al meteorite comparso in cielo hanno preferito l’estinzione delle riviste. 

E quindi ci siamo arrangiati come abbiamo potuto

Un patto col diavolo alla volta, scrivendo in cambio di pochi spiccioli o solo della copia promozionale gratis. Abbiamo creato le nostre realtà indipendenti e c’abbiamo provato ben sapendo che un sacco di altra gente stava dicendo “anche io” nello stesso momento. In questo non c’è nulla di male. Chiunque dica che è qui che il settore è andato in crisi o è ignorante o è in malafede. 

Il settore è andato in crisi quando un unico editore ha tentato con successo un golpe e ha rilevato quasi tutte le riviste concorrenti. Per poi chiuderle pure dopo qualche numero. Quando davanti alla nascita di Internet ci si è detti con scarsissima lungimiranza che era una moda passeggera, un fidget spinner ante litteram, e non si è pianificata una transizione verso questo Nuovo Mondo. Quando si è fatta la stessa cosa nei confronti di YouTube alimentando una guerra Noi contro Loro nei confronti di tutti i Me contro Te che avevano semplicemente un altro approccio, col risultato che adesso l’approfondimento scritto non ha più mercato.

Il settore è andato in crisi quando il migliore dei sistemi possibili ha visto noi indipendenti e ha deciso che ci poteva comprare per quattro soldi, come un videogioco durante i saldi di Steam. E noi ci siamo venduti

Crunch Come faccio a non vederci un fil rouge che collega il fenomeno del crunch alla mentalità per cui il lavoro nobilita l’uomo? In fondo fai il formaggio, è il lavoro più bello del mondo, no?

Io nel 2015 sono stato a Parigi, ma ho visto solo lo showfloor della Games Week. Ero stato appena assunto presso un datore di lavoro vero. S’è presentata l’opportunità di fare tre giorni di fiera pagando viaggio e albergo ma potendo accedere alla conferenza di Sony. E mi son detto perché no. Non ho truffato nessuno per farlo. Non ho usato soldi guadagnati con la fatica degli altri collaboratori del progetto. Ho usato ferie che non avevo ancora maturato e quello che avevo messo da parte. A queste condizioni non capisco perché dovrebbe essermi fatta la morale da qualcuno.

C’è chi ogni anno va all’E3 e alla Gamescom sfruttando la fatica degli altri. Chi fattura qualche milione ogni 365 giorni e i collaboratori li paga una miseria. Costringendoli pure a ritmi folli perché il pezzo deve uscire alla scadenza dell’embargo. Il vero male del settore è questo. Gente che ha visto una generazione che stava facendo pace con l’idea di esser destinata ad essere hobbisti e l’ha convinta che quei 20€ ad articolo su una testata blasonata fossero conditio sine qua non per dirsi professionisti del settore. 

È il migliore dei sistemi possibili che genera l’ennesima guerra tra poveri. Che ingloba il problema, invece di risolverlo. Vai in diretta con il busto di Stalin sulla scrivania e appena stacchi torni a raccogliere pomodori per 2€ l’ora. Nel mentre chi sta in cima alla catena alimentare si costruisce un’immagine e un reddito sul tuo sudore.

Siamo tutti come Renatino, smettiamola con questa farsa, con quest’indignazione posticcia. Un patto col diavolo alla volta siamo finiti schiavi all’inferno. A portare sulle nostre spalle il peso di un sistema che impedisce davvero di fare Game Critic perché è improntato al guadagno e al servizio. 

Mi dici che non c’è niente di male e che c’è dignità anche in questo.
E io mi chiedo se accetteresti le stesse condizioni e gli stessi compromessi in un contesto diverso dal videogioco.

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