Eccoci, finalmente, nel magico periodo primaverile pre-E3 che tanto amiamo. Le giornate si allungano, gli uccellini cinguettano, le cicale friniscono e i fegati esplodono. Tutto nella norma insomma, soprattutto considerato quanto forte sia la voglia di una Next Gen che incarni perfettamente il suo nome. Adesso però salta fuori che Sony non crede più nelle generazioni e che tutte le promesse dei mesi (anni?) passati, si sono infrante. Del resto, non si vedeva davvero l’ora di mettere la mani su Gran Turismo 7 e  God of War Ragnarok ideati e sviluppati integralmente sul nuovo hardware Sony.

“E invece”

Prima di tutto, qual è la notizia? Nella giornata di ieri c’è stata la conferma che non solo GoW Ragnarok e GT 7 verranno rimandati ma entrambi usciranno anche su PlayStation 4. Naturalmente l’interessantissima risposta dei fan non si è fatta aspettare e, ovviamente, non è stata molto positiva. Nemmeno troppo ponderata però, che strano. Perché se il rimando lo possiamo tollerare, considerato che ormai ci siamo abituati a questo aspetto dell’industria, anche pre-Covid, il passaggio transgenerazionale è proprio insostenibile. Non vi perdonerò mai per avermi fatto scrivere un articolo che difende una multinazionale. Ma tant’è, ecco una chiave di lettura che penso possa essere utile per affrontare la vicenda.

Innanzitutto, cerchiamo di riprenderci dal fatto che un colosso dell’industria abbia fatto dichiarazioni con il solo intento di rendere più appetibile il proprio prodotto senza poi necessariamente mantenere la parola data. Un evento probabilmente senza precedenti ma con il quale dobbiamo necessariamente scendere a patti, purtroppo, perché capiterà di nuovo, statene certi. Chiediamoci poi come mai, proprio in questo caso, Sony abbia deciso di rimangiarsi la parola e di smettere di “credere”. Forse, quando hanno detto di volere una nona generazione di console fortemente staccata da quella precedente e dunque di partire il prima possibile con una serie di giochi esclusivi dedicati unicamente alla nuova ammiraglia, PlayStation 5, ci credevano davvero.

Forse qualcosa glielo ha impedito. Probabilmente il loro astrologo di fiducia gli ha sconsigliato di adottare questo piano finanziario con Marte in trigono. Qualsiasi cosa significhi. O forse hanno dovuto far fronte a una pandemia globale e all’imprevedibile effetto domino che ha scatenato sul mercato. Quale delle due eventualità si sia verificata è ovviamente impossibile da stabilire. Eppure questa folle scelta di estendere così tanto il ciclo vitale della vecchia generazione sembra molto meno scellerata quando si confrontano i 112 milioni e rotti di PlayStation 4 in mano ai giocatori contro gli 8 milioni scarsi di PlayStation 5. Insomma, Sony non crede nelle generazioni ma crede nella base installata e forse, al suo posto, chiunque altro  avrebbe adottato questa scelta, che in fin dei conti tanto scelta non è.

“Prendo tre etti di crypto, quella PS5 lì sulla destra che c’ha una bella faccia e dammi anche due GPU, sai, per i nipotini”

È abbastanza evidente che Sony pensasse di poter piazzare molte più PS5 in un tempo molto più ristretto e attenzione, non si parla di vendere più console ma di produrne di più. Purtroppo però oggi è impossibile produrre tutte le console che si vorrebbero. La forbice tra domanda e offerta è grottescamente ampia e sbilanciata, è evidente, ma perché è così difficile produrre? I grandi assenti sono i chip di AMD, elementi di enorme importanza su cui entrambe le nuove console fanno affidamento e, senza i quali, non possono essere prodotte.

Evitando di andare a ficcarsi in un ginepraio economico indistricabile è possibile comunque ottenere qualche risposta in maniera abbastanza semplice, nonostante dietro l’irreperibilità di questi chip e dunque di PS5 – o di tantissimi altri prodotti –  si celino problemi decennali, la guerra economica fra Trump e Cina e, ultimo, ma assolutamente non meno importante, l’annosa questione delle criptovalute. Sostanzialmente il problema risiede, alla radice, nel fatto che non ci siano abbastanza aziende che si occupino della manifattura di questi chip, lo ha spiegato Christopher Tang, professore dell’Università della California di Los Angeles, durante un’intervista con The Verge.

“Nel 2000 avevamo 30 diverse compagnie che si occupavano dei propri circuiti integrati. Poi, hanno scoperto quanto fosse più economico dare il lavoro in appalto.”

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Ed ecco che ora ci troviamo con una penuria di aziende che si occupano di questo risvolto produttivo. Prima fra tutte la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) che poi è quella che interessa a noi giocatori, considerato che è da lì che Sony, Microsoft, AMD e Nvidia si riforniscono. È lampante insomma che in un periodo di crisi una sola compagnia, per quanto grande, incorra comunque in ingenti difficoltà nello stare dietro alla domanda e tutto questo senza contare il già citato mondo dorato delle criptovalute.

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Una grande fetta della popolazione è interessata in un mondo o nell’altro nelle crypto, ormai lo saprete, e di conseguenza la “febbre dell’oro” porta un interesse sempre maggiore nel “minare” queste nuove valute e considerato che al centro delle blockchain c’è quasi sempre una scheda video sotto stress, ecco che arriva la definitiva e dolorosa – per quanto metaforica – badilata sulle gengive a chiunque sia interessato al PC o console gaming. Il bagarinaggio (o “scalping” se vi sentite internazionali) spasmodico porta i pochi pezzi disponibili che si trovano ad avere cifre indecenti e come se non bastasse questo fenomeno si applica, anche se in dimensione ridotta, sulle console stesse, che si trovano da rivenditori privati con un sovrapprezzo tra i 200 e i 400€, con l’ovvia conseguenza dell’acuire ulteriormente la difficoltà nell’acquistare Xbox Series X o PlayStation 5.

Quello che si può evincere dalla decisione presa da Sony è che questo problema non verrà risolto in un arco di tempo ristretto. Anzi, prima del 2022 inoltrato possiamo dare per assunto che acquistare PS5 sarà ancora decisamente arduo.

“Oggi nasce la cultura dell’hype”

La questione non si esaurisce certo qui. Sembra quasi che al centro di tutto, per una parte di pubblico ma anche della stampa, ci sia anche una questione di principio. Le parole di Sony vengono lette come immorali dichiarazioni atte a gettare fumo negli occhi dei giocatori per spingerli all’acquisto compulsivo, come appunto si è accennato nelle battute iniziali di questo articolo. Insomma, uno dei punti che sta venendo messo in discussione è la “trasparenza” di Sony per quanto riguarda God of War Ragnarok e Gran Turismo 7. Che gli annunci legati a questi e altri titoli fossero stati fatti proprio per spingere l’acquisto di PS5, senza però avere alcunché di effettivamente pronto. Strategia per cui poi “downgradare” il gioco e pubblicarlo su PS4 senza grossi problemi.

Effettivamente, non è mai capitato che si adottasse una politica di “fumo e specchi” per tenere alto l’interesse su una console nuova. Nessuno di noi infatti ha acquistato una PlayStation 3 con l’obiettivo di giocare The Last Guardian o Versus XIII, così come nessuno ha mai acquistato Nintendo Switch per giocare a Bayonetta 3 (mannaggia a te Kamiya…). Quello che trovo incredibile è come gli stessi che si sono sempre crogiolati in questa hype culture o addirittura l’abbiano alimentata con ogni mezzo, ora arruffino le penne e indignati puntino il dito contro una pratica che, di fatto, c’è sempre stata. Per cui, al netto del “doppiopesismo” che molte realtà sembrano abbracciare, non vedo davvero niente di nuovo sotto al sole.

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In definitiva, di tutte le cose che si possono criticare a Sony, come una comunicazione farraginosa dal lancio di PlayStation 5 o un modello di sviluppo che sembra volersi protendere fortemente verso blockbuster e tripla A, la “scelta” di rendere le proprie killer application cross-generazionali mi sembra al di fuori di questa lista.  PlayStation è un’azienda e come le altre ha una certa allergia alle strategie suicide di marketing. Dimentichiamoci per un attimo il poster di Nathan Drake sopra il letto o la maglietta con il logo “PS” a cui siamo tanto affezionati, mettiamo da parte anche il  “for the players” che tanto rende umana Sony e vediamola per quello che è: un’azienda che vuole guadagnare il più possibile.

Forse davvero Sony non crede nelle generazioni,
ma noi sicuramente dobbiamo smetterla di credere alle fiabe.

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