Il mondo dei videogiochi flirta col cinema da quando ha cominciato ad essere un medium di massa. Ora che però l’industria del gaming ha superato il fatturato di tutto il resto dell’intrattenimento mondiale messo assieme è quindi logico che Netflix si possa concedere il lusso di prendere in ostaggio il pubblico dell’E3 per presentare un gozzilione di serie tv legate alle IP più famose e redditizie del panorama mondiale. È il mercato baby, funziona così. Mentre l’ambiente gode dell’essere ufficialmente entrato a far parte del mondo “dei grandi”, però, c’è chi ha finalmente realizzato che questo mondo non l’abbiamo mai saputo raccontare a nessuno. Game of the Year di Alessandro Redaelli, in sostanza, è proprio questo. Un documentario sul videogioco in cui i videogiochi vengono messi da parte per lasciare spazio alle persone che vivono di e per i videogiochi. È esattamente per questo che merita il vostro tempo.

Sangue, sudore e lustrini

Ora che il videogioco è diventato adulto sembra che l’ambiente stia facendo di tutto pur di nascondere le proprie origini. Dalle losche sale giochi e dagli uffici polverosi in cui branchi di nerd un po’ sfigati sviluppavano Doom tra droga ed heavy metal si è passati direttamente alle platee che scimmiottano Hollywood. Game of the Year parte da una di quelle platee da cui vengono lanciati i soliti slogan vuoti sull’unione dei gamer e procede a ritroso. Dalla bella faccia patinata delle corporation dell’intrattenimento fino alle origini, alla carne pulsante dell’industria. In un periodo storico in cui il videogioco racconta sé stesso con il solo intento di vendersi ancora meglio sul mercato, Game of the Year racconta la fatica e i sacrifici di chi, per il videogioco, darebbe tutto.

Non è un caso che il film si apra con le immagini della TwitchCon 2019. Le immagini della folla in estasi di fronte al solito emissario delle corporation del gaming che tuona slogan triti e, soprattutto, vuoti racconta alla perfezione la doppia faccia dell’industria. Ogni evento di quella portata, infatti, si fonda sulla fatica di sviluppatori, pro player, streamer e content creator di ogni sorta. Game of the Year lo rende perfettamente comprensibile senza nemmeno spenderci una parola: quelle persone basta osservarle nella loro intimità. Basta leggerne la fatica sui volti, basta ascoltarne i discorsi. Basta scavare un po’ dietro a quella facciata di lustrini per scoprire un mondo fatto di sacrifici, aspirazioni e passioni.

“Abbiamo quasi il dovere morale di dire qualcosa”

A qualcuno potrà sembrare strano o controintuitivo, ma in Game of the Year i videogiochi quasi non si vedono. È giusto così, non hanno bisogno di ulteriore esposizione e, di fatto, li conosciamo tutti. Chi non conosciamo sono le persone che si nascondono dietro i videogicohi. L’ambiente tende a nascondere quelle persone, quasi per paura che in qualche modo possano dirottare l’attenzione del pubblico verso il prodotto. Game of the Year tenta di recuperare proprio l’aspetto umano di chi crea videogiochi per sopravvivere. O, meglio, di chi sopravvive pur di sviluppare videogiochi. L’approccio adottato da Game of the Year è quello del documentario d’osservazione, per cui la sensazione è proprio quella di sbirciare nella vita di quegli sviluppatori.

Ciò che ne emerge è il loro bisogno quasi viscerale di comunicare qualcosa. È gente disposta a morire di stenti pur di pubblicare un videogioco ogni due o tre anni. Ci viene permesso di origliare delle conversazioni che sono quasi dolorose da ascoltare. Dal team di Yonder, che si arrabatta in ogni modo pur di riuscire a trasmettere la propria visione artistica, ai ragazzi di Kibou Entertainment, che si contano gli spicci in tasca per presenziare all’ennesima fiera in cui qualcuno, forse, potrà interessarsi alle loro opere, passando per Morbidware, le loro difficoltà economiche e il bisogno di sviluppare per rispondere alla propria passione assoluta.

Il racconto di una generazione intera

Game of the Year non è solo un documentario che racconta la visione artistica del videogioco. Allargando le proprie vedute ed includendo al proprio interno figure “marginali” legate al mondo del gaming, il film di Redaelli si fa quasi manifesto generazionale. Un film che racconta un mondo ricchissimo, sfarzoso e rumorosissimo composto però di persone giovani che cercano di emergere in quella giungla che è il mondo dello streaming e degli eSport competitivi. Persone costrette a scontrarsi con le preoccupazioni e i preconcetti del mondo dei grandi, streamer che vengono trattati come braccia strappate all’ingegneria, quasi come se il loro mestiere (sempre che venga effettivamente trattato come tale) non possedesse alcuna dignità. Quasi come se non ci fosse bisogno di fatica per arrivare ad ottenere dei risultati.

Arrivare quasi ad estromettere i videogiochi da un documentario sul videogioco porta ad una riflessione silenziosa su quello che c’è al di fuori di quel mondo. A modo suo Game of the Year racconta una generazione intera che, una volta abbandonata da tutto il resto, si è rifugiata nel medium videogioco pur di costruirsi un futuro. Fa un effetto strano. Mi ci sono riconosciuto molto più di quanto non mi piaccia ammetterlo.

Una questione d’onestà

In definitiva, i motivi per vedere Game of the Year sono molti. Per gli appassionati del videogioco come prodotto è un’occasione d’oro per entrare in contatto con chi con codice, poligoni e pixel art prova a sopravvivere e a comunicare sé stesso. Per chi è totalmente estraneo a questo mondo è un’alternativa molto più sincera ai servizi scandalistici sul medium, sugli streamer e sullo sport del futuro, oltre che uno spiraglio utile per comprendere perché questa cosa ci ha fatto innamorare così profondamente.

L’elemento che ho sentito con più forza, però, è proprio la volontà di contrapporre alla narrazione del videogioco per il videogioco una visione più onesta e lontana dalla retorica aziendale di corporation e multinazionali dell’intrattenimento. Perché, in fondo, Game of the Year è questo. Il medium videoludico che si racconta dal basso, da una prospettiva in cui i soldi sono uno strumento utile solo a creare ancora di più per comunicare.

Non per guadagno ma per amore.

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