Nascondersi contro la propria volontà pur di essere trattatə equamente
e non ricevere molestie nei videogiochi online.

Secondo una ricerca di mercato commissionata da Lenovo, il 59% delle donne quando gioca a videogiochi online nasconde il proprio sesso e la propria identità di genere. Su un campione di 900 donne tra Cina, Germania e Stati Uniti, e 98 uomini negli USA. Sei donne su dieci. I motivi messi in luce dalla ricerca sono vari: il 70% denuncia pregiudizi verso le proprie abilità di gioco, il 65% parla di gatekeeping, e il 50% di voler evitare atteggiamenti paternalistici. Infine, il 77% delle donne afferma di aver provato frustrazione in almeno un’occasione, a causa degli atteggiamenti ricevuti per il suo essere donna. Quasi otto donne su dieci.

Comportamenti che già le donne subiscono nella vita reale, e che si ripetono anche nella realtà virtuale.

Muta la realtà, la cultura no

Un altro dato che emerge è che il 44% delle donne intervistate ha ammesso di aver subito almeno una volta “richieste di relazione non desiderate”. Un modo educato per definire comportamenti di molestia, che possono diventare anche molto pressanti, e talvolta violenti. Provare a spiegare come ci si possa sentire a ricevere anche solo uno di tutti gli atteggiamenti denunciati da queste donne, è arduo. Anche perché, spesso, dopo aver parlato di cosa subiscono le donne che giocano ai videogiochi, e in particolare ai videogiochi online, arrivano commenti che sminuiscono lo stato di malessere descritto. Si portano testimonianze di uomini che fingono di essere donne per ricevere doni dagli altri giocatori, “invidiando” quello che definiscono un privilegio femminile.

Il problema è che si tratta di una visione sfalsata. Quando ogni giorno della tua vita hai a che fare con molestie, che siano queste fisiche e/o verbali, con comportamenti e insegnamenti che ti spingono a farti sentire più piccola, più debole, più “oggetto” rispetto a chi hai intorno, non consideri più quei regali come un privilegio. Quelle attenzioni diventano una conferma che fa sentire insicure, prede e vittime. Dunque, o si tenta di sopportare la situazione, cercando di andare avanti nonostante tutto – arrivando a vivere male qualcosa che dovrebbe essere piacevole. Oppure si abbandona il gioco. O ci si nasconde.

Quelle attenzioni diventano una conferma che fa sentire insicure, prede e vittime.

I danni del silenzio

Not all men È come se , di fronte alla scena di una donna che viene allontanata da una partita di calcio – organizzata per beneficienza – per il semplice fatto di essere donna, tu ti dicessi dispiaciuto per lei, e poi tornassi tranquillo a giocare, dicendo che comunque tu sei una brava persona.

Il 71% dellə partecipanti all’indagine ha affermato che le aziende di videogiochi possono aiutare a migliorare la situazione attraverso la promozione di comportamenti più inclusivi. Certamente, grazie alla loro influenza e ai loro mezzi, le grandi compagnie possono essere delle alleate eccezionali per normalizzare la presenza delle donne nei videogiochi. E per aiutare a condannare comportamenti discriminatori e di violenza. Attraverso tornei online più inclusivi, favorendo lo sviluppo di personaggi non stereotipati e di videogiochi che si allontanano da meccaniche di oggettificazione, e mostrando come le donne che lavorano nel mondo dei videogiochi non siano esseri mitologici. Tuttavia, l’operato delle aziende non basta. Anzi, non può bastare.

Questi comportamenti sono frutto di un sistema culturale. Per scardinare tale sistema è importante che anche chi assiste a tali episodi sia pronto a schierarsi. Far capire a chi agisce le conseguenze del proprio comportamento, e aiutare chi lo subisce a non sentirsi colpevole, e sola. Il silenzio e la paura di far “sentire a disagio” un amico o un compagno di gioco, rende complici, e alimenta un comportamento tossico.

Che può essere ripetuto anche fuori dall’online.

Fonte: Reach3

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