Luca D'Angelo

News+ Feedback agli sviluppatori, questo sconosciuto

Feedback o critiche (d)istruttive, cosa cambia agli sviluppatori?

Se vi chiedessi come si dà un feedback agli sviluppatori, cosa rispondereste? Dai, onestamente. Lo avrete fatto chissà quante volte. Vi aiuto: vi ricordate di Assassin’s Creed Revelations? O di Black Flag? O di Odyssey, Origins – e insomma qualsiasi Assassin’s Creed dopo gli anni d’oro di Ezio Auditore? Ne hanno generato di caos tra i consumatori. C’è addirittura chi li definisce “non Assassin’s Creed” – e certo, non c’è la lama celata… vi direte voi. Non ci sono palazzi fitti come una foresta, il parkour si vede poco e niente. Che cagata.

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Ecco fatto: questo sì che è feedback per gli sviluppatori, come possono non ascoltare. Ora prendete un martello e distruggiamo insieme la copia fisica. O digitale – sì, prendete a martellate la console. Tanto non c’è più nulla che si confaccia ai veri tempi d’oro del gaming. Oltretutto è l’era del digitale, si fa presto a far finire un gioco nell’etere.

Carta e penna alla mano, facciamo una lista di chi non dovrebbe più sviluppare un videogioco. Ubisoft di sicuro, ormai è tutto marketing. Activision era già scritta guardacaso. Square Enix – eh no, con Kingom Hearts III vi siete giocati un fan. Game Freak: si vede che hanno finito le idee…

Insomma, chi è rimasto?

Metteteci il cuore Nei giochi come nel feedback

Spoiler: nessuno. In questa immagine di mondo perfetto, in cui chi commette errori li paga chiudendo baracca e burattini, tutte le software house hanno pagato caro gli errori. Soltanto loro? Oserei dire che delle console e dei computer non ce ne facciamo più nulla, potremmo tutto sommato anche buttarle o rivenderle per soldi.

Ecco che in un mondo perfetto in cui non si muovono che critiche “da veri appassionati” noi videogiocatori non abbiamo più di che giocare. Caspita che sorpresa. E dire che piuttosto che critiche pesanti bastava dare un sincero feedback sui social agli sviluppatori, bastava farsi ascoltare e comunicando normalmente. Dai developer, dai designer, dalle persone.

“Ma tanto che cambia”, no?

Ve lo dimostra Niantic. Ciò che vedete voi da così vicino allo schermo è un sacco di bug, un gioco ingiocabile, scelte sbagliate e poco free-to-play ovunque. Un casino. Da un po’ più lontano, prendendo un profondo respiro, si vede di più: un gioco in continuo aggiornamento. Pieno di bug, sì, ma con alle spalle l’impegno di qualcuno che vuole farlo risplendere radioso.

E sì, certo, lo fa per soldi – non è la verità del millennio. Lo sanno già tutti. Però i soldi vengono dalla soddisfazione del giocatore. E la soddisfazione del giocatore viene da un’esperienza di gioco in evoluzione, che coinvolge attivamente lo sviluppatore nel migliorarla e nel comunicare con i suoi giocatori. Coinvolge come mai vi aspettereste quei giocatori che vogliono farsi ascoltare dagli sviluppatori e comunicare con loro, piuttosto che urlargli in faccia quanto siano inadatti al mondo in cui vivono

Il mondo dello sviluppo dei videogiochi sa essere terribile. Non si parla mai abbastanza di crunch, di situazioni lavorative (sì, presenti anche in altri lavori) al limite dell’umanamente concepibile. Non si parla mai della mancanza di comunicazione tra gli ingranaggi della grande macchina, né dei discutibili metodi con cui pubblico, publisher e sviluppatori/designer si rapportano tra loro. Abbiamo anche troppi social network per i nostri gusti e ce ne lamentiamo, eppure utilizzarli nel modo giusto sembra inconcepibile a volte.

Eppure bastava così poco…

Sembra assurdo quando in un post reddit (un social che nemmeno conoscerete, probabilmente) una persona osa addirittura suggerire di inviare feedback via mail agli sviluppatori, invece di critiche distruttive e poco edificanti. Ancora più assurdo sembra che uno di questi sviluppatori si palesi sotto lo pseudonimo di NianticIndigo, sbattendoci in faccia che ci stava ascoltando per tutto il tempo. Ha letto tutta la frustrazione di pubblico, le distruzioni dei proprio sforzi, l’odio, e nonostante tutto ha risposto in maniera calma e professionale. “Ehilà, ci siamo. Stiamo leggendo. Come dicevate, non vi sta bene?”

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Tempo nemmeno due giorni e Pokémon GO annuncia una spasa di eventi mirati ad aiutare i giocatori con la nuova funzionalità. Una sfilza che difficilmente può esser stata pensata e programmata davvero in due giorni di tempo. E ancora poco dopo eccoli di nuovo alla carica: “abbiamo ascoltato i vostri feedback, ecco cosa abbiamo in mente”.

Niantic, insomma, ci sbatte in faccia che le nostre lagne continue erano un Don Chisciotte contro i mulini a vento, e che sarebbe bastato aspettare. Sì, il feedback è sempre ben accetto e accolto – nell’interesse economico di un’azienda oltre che per il nostro benessere – e qualcuno a volte c’è ad ascoltare. Con alcuni sviluppatori comunicare non è difficile.

Un consiglio spassionato: farsi ascoltare dagli sviluppatori con il feedback, non le martellate

Basterebbe molto poco perché un’intera software house crolli in ginocchio. Un pubblico unito sulle stesse potenti lamentele, che scuota un edificio al punto da spingere chi c’è dentro a lavorare meglio o da abbatterlo del tutto. Basterebbe qualche urlo in più perché la storia si ripeta, perché la seconda sepoltura Atari divenga realtà con un altro protagonista. Bastano tanti piedini che pestano il terreno insieme, in preda a una crisi isterica perché il giochino non è come lo volevano.

Oppure basta prendere un respiro e scrivere una mail. Tante mail. Prima o poi qualcuno dovrà pur leggerle.