Luca D'Angelo

News+ I videogiochi in crescita e per la crescita

Uno scambio equo.

La crescita di noi Millennials e dei videogiochi è sempre andata di pari passo. Noi i videogiochi li abbiamo visti nascere, cambiare, diventare più belli a vedersi (e più corti a giocarsi). Li abbiamo amati e li amiamo ancora, arrabbiandoci quando non ci sta bene qualcosa per poi giocare comunque. Siamo inguaribili.

Lo stesso vale anche al contrario. Se è vero che abbiamo davanti un intrattenimento completamente diverso, oggi anche il pubblico che si raduna davanti ai controller è molto più vario. E non c’è limite a quanto si può espandere a quel bacino di utenza – gli unici a poterlo porre sono i produttori, e i giocatori stessi. I primi soprattutto si prodigano sempre di più verso una platea inclusiva, per condividere momenti ed emozioni. Non si può nascondere che stiano ottenendo buoni risultati. Molti più generi, molte più piattaforme, molta più scelta in generale su come spendere il tempo libero, da Candy Crush a Call of Duty. Molti, poi, sono ormai disponibili anche sui cellulari.

Anche la varietà di piattaforma è di vitale importanza. Cambia il prezzo, e soprattutto modo di giocare – sdraiati sul divano, in giro per casa, sui mezzi verso il lavoro o la scuola. Può non sembrare così importante, ma è forse anche grazie a questo che il mercato ha ripreso terreno in Italia (dati alla mano), e aiuta molto anche il multiplayer specie se gratuito. Non ci sono barriere di genere, e quella dell’età sembra ormai molto sottile: al canto della sirena (videoludica) non resiste quasi più nessuno.

Sfruttare oculatamente questo oceano di possibilità si può.

Un videogioco può, ad esempio, guidare un bambino nella crescita. Il che, ovviamente, richiede un minimo di scrupolo da parte dei genitori. “Scrupolo” non significa controllo ossessivo: basta appena un minimo di coinvolgimento nella vita videoludica del bambino. Nel mondo in cui viviamo, però, si rende necessario “educare” i genitori a questo tipo di attività, perché i videogiochi sono ancora vittima di uno stigma che fatica a risolversi. Un buon ponte di collegamento è dunque la scuola, che sta di recente muovendosi per rendere utili anche i momenti di svago dei più piccoli.

Da qui parte il cambiamento: educare ai videogiochi bambini e genitori, perché si evolvano insieme. È allora che dal digitale si può trarre il meglio, e utilizzarlo per tramandare anche le skill tecniche più avanzate – ad esempio quelle per ricostruire ciò che è andato perduto. Sono molto recenti le notizie che vedono l’utilizzo della realtà virtuale nella medicina. Con un po’ di studi di settore non è difficile creare applicazioni da utilizzare in un campo così tecnico, e adattando l’ambiente circostante il gioco è fatto.

La consapevolezza videoludica nel nostro Paese sta crescendo, i dati parlano chiaro: è ora di sfruttarla al meglio.