Ep. 39: Ai confini etici della Realtà Virtuale
Andrea Sorichetti

Speciale Death Stranding: Dio, Fede e Videogiochi.

Capire Death Stranding: Mamoru Oshii, Andrej Tarkovskij, la solitudine dell’uomo e l’avversità della natura.

Death Stranding mette in luce un profondo rapporto tra videogiochi e fede.
Lo fa riprendendo l’estetica, le metafore e i messaggi di due autori importantissimi: Andrej Tarkovskij e Mamoru Oshii.
Anche in questo caso l’assist arriva direttamente dai social di Kojima, che spesso ha fatto chiari riferimenti al cinema di entrambi.
Fede e videogiochi entrano quindi in contatto ancora una volta, dopo che già lo avevano fatto a modo loro, tra gli altri, l’opera di Fumito Ueda e Horizon Zero Dawn.

La spiaggia dei morti. In Death Stranding la spiaggia è il luogo della morte. Esattamente come in L’Infanzia di Ivan di Tarkovskij. Bambini giocano sulla spiaggia ne L'Infanzia di Ivan

È curioso come ad entrare in contatto siano tre tipi di autori così differenti. Da una parte c’è Tarkovskij, uno dei più grandi registi dello scorso secolo, capace di lasciare per sempre un impronta indelebile sul cinema europeo e mondiale, dall’altra c’è Oshii, conosciuto per la sua influenza seminale nel cinema d’animazione nipponico. Il punto d’incontro tra due culture del lavoro e dell’arte così lontane è Kojima stesso, che da cinefilo appassionato come si è sempre definito ha saputo rielaborare la visione di entrambi e a farla propria.

Andrej Tarkovskij: la solitudine dell’uomo e la rivolta della natura.

Impersonando Sam Porter Bridges in Death Stranding ho avuto la sensazione di star giocando ad una versione molto ludicizzata di un film di Andrej Tarkovskij. Il primo parallelo che mi è saltato all’occhio è sicuramente quello con Stalker. Nel film assistiamo al viaggio di tre persone all’interno della “Zona“, un’area in cui, a seguito della caduta di un meteorite, le leggi fisiche e naturali sono state sovvertite. Nell’opera di Kojima sono gli Stati Uniti ad esser stati trasformati nella Zona. Inspiegabili fenomeni fisici ed atmosferici si abbattono su un mondo che sembra aver perso le sue caratteristiche naturali.

La natura, in entrambe le opere, si è rivoltata all’uomo, è diventata ostile.
L’uomo, in entrambi i casi, è condannato alla difficile ricerca del senso di ciò che gli sta accadendo attorno. Di Dio non si parla in nessun modo.
A pensarci bene, sia l’immagine di un mondo in cui lo stesso concetto di spazio risulta stravolto, sia quella di un mondo in cui il semplice contatto con delle creature di origine ignote può scatenare l’estinzione della razza umana sono tra le più terrificanti mai concepite.

[…] Mi piace parlare dei problemi dell’assoluto in senso filosofico, mi appassiona, però mi è difficile parlare di Dio perché con me tace, e non sono il primo ad affermarlo. Penso che solo l’arte possa conoscere e definire l’assoluto.

Andrej Tarkovskij

Sia Kojima che Tarkovskij hanno raccontato la solitudine dell’uomo sulla terra e la disillusione che ne deriva. Due esempi perfetti di come fede e cinema in un caso, e fede e videogiochi nell’altro possano instaurare un dialogo.

Sia Tarkovskij che Kojima hanno cercato di raccontarci quanto siamo insignificanti su questo pianeta.

L’esilio

Cosa può aver spinto Kojima a ricercare delle connessioni con la produzione di Tarkovskij? Una delle tante risposte possibili è che entrambi, nella propria carriera, hanno dovuto confrontarsi con l’esilio.

Il cineasta russo ha subito una grande varietà di pressioni e censure da parte del partito comunista sovietico, che è arrivato ad impedirgli di lavorare per alcuni anni e si è rifiutato di esportare le sue opere al di fuori dei confini nazionali. Il parallelo con Hideo Kojima è lampante, dal momento che anche il papà di saghe storiche come Metal Gear Solid e Zone of the Enders è stato costretto al silenzio forzato da Konami, che nel 2015 aveva preso le sembianze di un regime totalitario.

Per un creativo sia l’imposizione del silenzio sia l’impossibilità di lavorare sono tra le cose peggiori che possano esistere. Mettere un bavaglio a chi per naturaprima che per lavoro – è portato a creare e a veicolare messaggi è un atto vigliacco. Censurare un autore, peraltro del calibro di Tarkovskij o Kojima, è una delle cose peggiori che si possano fare alla cultura tutta, così come lo è lo schierarcisi contro a prescindere.

Mamoru Oshii: la morte del mondo, dell’uomo e di Dio.

La religione in Evangelion Anche nell’opera di Hideaki Anno viene data una grande importanza al concetto di fede. Non a caso è una delle ispirazioni principali dell’ultima fatica di Hideo Kojima.

L’uovo dell’angelo è l’opera più complessa e criptica del maestro Mamoru Oshii. Narra la storia di una ragazza in possesso di un uovo, in cui è convinta si celi la chiave per la salvezza del mondo, e di un soldato che, spinto dalla curiosità di scoprire cosa ci sia al suo interno, vuole romperne il guscio. L’opera di Oshii è una grande metafora della fede e della perdita della stessa, in cui confluiscono il tema della solitudine, del viaggio e dell’illusione della realtà. Per Oshii quel film è stata la risposta naturale alla perdita della fede, come da lui stesso dichiarato più volte; È in questo sentimento che risiede l’anima più intima dell’opera.

Se da un certo punto di vista l’immagine della protagonista del film che vaga per il mondo con il suo uovo ricorda Sam che attraversa l’america con il suo BB sempre collegato alla tuta, i punti di contatto sono in realtà molti di più.
Come accennavamo poco più su, in Death Stranding Dio non c’è. Non viene mai nominato né tirato in ballo in nessuna occasione; la situazione del mondo è così tragica che sembra impossibile teorizzare l’esistenza di un Dio benevolo.
La fede degli uomini, in particolare quella di Die-Hardman, Higgs e Sam, è riposta in Amelie. Tutti i chilometri che percorriamo, i pacchi che ci carichiamo in spalla e i rischi che corriamo in giro per le lande desolate d’america sono la manifestazione della nostra fede in lei, che però dimostrerà di essere tale e quale a quel Dio che abbiamo invocato per più di 2000 anni. Assente.

La menzogna di Amelie

Amelie è una bugia. È un ideale a cui gli uomini si aggrappano nel tentativo di coltivare la speranza di un domani migliore, una perfezione verso cui tendere per salvarsi. È per questo che quando scopriamo ci ha ingannato e che non siamo stati altro che pedine in balia delle sue vuote promesse ci sentiamo così vuoti. La fonte della nostra speranza in un futuro migliore non solo ci ha mentito, ma ci ha anche usati per scatenare un estinzione di massa. La nostra estinzione di massa. Quella piattaforma a forma di croce nei pressi del lago di catrame è sia la tomba di Dio che la metafora del viaggio alla ricerca di quell’ideale che abbiamo appena portato a termine.

C’è un momento, quando sulla spiaggia di Amelie si scopre la verità sul senso del viaggio appena compiuto, in cui mi sono sentito abbandonato. Ho pensato ad Oshii, a L’uovo dell’angelo e a quel sentimento di vuoto completo che ha assalito entrambi quando abbiamo perso la fede in Dio.
Come la ragazza che grida quando realizza che quell’uovo che ha accudito per tutta la vita era solo un banale guscio vuoto, io ho guardato negli occhi Amelie e ci ho visto dentro solo la mia fede tradita.

Amelie è Dio che guardandoci negli occhi si toglie la maschera e ci dice che è morto. E che ora tocca a noi morire.

Mistero della fede

Così come Big Boss era una bugia inventata da Zero nella Metal Gear Saga, allo stesso modo Amelie è per gli uomini un punto di riferimento costruito a tavolino pur di credere in qualcosa.
Amelie è l’uovo di Mamoru Oshii, una fede che tiene in vita chi se ne prende cura ma che potrebbe rivelarsi vuoto.
Amelie è lo Stalker di Tarkovskij, che ci guida virtualmente da un capo all’altro della Zona per elevarci da semplici esseri umani. Sta a noi decidere se crederle e affidarci a lei.
Fede e videogiochi.
Videogiochi e fede.
Un rapporto che poche volte è stato approfondito con tanta forza.
E che ci ricorda per l’ennesima volta che il videogioco non deve essere sempre e solo intrattenimento fine a sé stesso, ma che può elevarsi per raccontare qualcosa di decisamente più intimo e profondo.