Gameromancer Ep. 29: War Has Changed

Il termine “museo” nasce nel III sec a.C. grazie al re Tolomeo I che creò ad Alessandria d’Egitto il primo vero e proprio museo della storia. Il suo significato letterale è “Casa delle Muse”, protettrici delle arti, della scienza e della cultura. Il museo è quindi una vera e propria casa in cui vengono conservate (ed esposte al pubblico) collezioni di oggetti relative ad uno o più settori della cultura e della scienza.

Ma un rapporto tra musei e videogiochi è possibile?

 

Al giorno d’oggi sempre più musei e mostre cercano di inserire al loro interno delle sezioni dedicate ai videogiochi, dimostrando come questi si stiano affermando sempre più come nuova forma di espressione artistica. Seguitemi, perché vi porterò (anche se purtroppo non in senso prettamente fisico) a scoprire quattro momenti in cui musei e videogiochi sono entrati in contatto tra loro. Diamo inizio a questo viaggio all’insegna della cultura videoludica!

Tappa 1: il MoMa (Museum of Modern Art) di New York

Insomma, musei e videogiochi possono convivere e stabilire tra loro un contatto artistico.

Il MoMa, probabilmente il più influente museo d’arte contemporanea al mondo, ha letteralmente preso a sberle chi ritiene che il videogioco non possa essere considerato arte. A partire dal 2012 infatti, è stata aperta al pubblico un’intera sezione dedicata al videogioco. Il suo obiettivo è quello di proteggere ed esporre software e hardware di origine di ogni specifico videogioco esposto.  Come spiega Paola Antonelli (curatrice senior del dipartimento di Architettura e Design del MoMA):

I videogiochi sono arte, ma sono anche design. E un approccio riferito al design è proprio quello che noi abbiamo scelto per questa nuova incursione in questo universo. I nostri criteri hanno dato importanza non solo alla qualità visiva e all’esperienza estetica di ciascun gioco, ma anche a molti altri aspetti, dall’eleganza del codice al design del comportamento del giocatore, che appartengono al design dell’interazione

Il desiderio espresso è quindi quello di studiare, preservare ed esibire il videogioco come elemento di design dalla rilevanza culturale ed estetica che ha come suo elemento caratteristico l’interazione (se vi interessa approfondire la tematica dell’interazione vi lascio all’articolo sottostante).

Ma come vengono scelti i videogiochi da esporre?

I criteri seguiti sono principalmente 4: comportamento del software, estetica, spazio e tempo.

  1. Comportamento del software: gli scenari, le regole, gli stimoli e la narrazione immaginati dai designer prendono vita grazie ai comportamenti del software che portano il giocatore ad effettuare determinate azioni.
  2. Estetica: L’intenzione visiva è molto importante, soprattutto nel caso in cui bisogna effettuare una selezione per uno dei musei più famosi al mondo, anche se non si parla di quadri ma di videogiochi. Come in altre forme di design l’eleganza ha diverse manifestazioni che possono variare in base alla tecnologia disponibile.
  3. Spazio: Lo spazio di esistenza del videogioco (cioè il suo codice) è un’architettura costruita secondo un programma preciso. A differenza di costruzioni fisiche però, i videogiochi possono sfidare elementi come la gravità e lo spazio in sè per offrire esperienze altrimenti impossibili da vivere.
  4. Tempo: Ogni videogioco ha una sua particolare durata, ma il design applicato alla dimensione del tempo viene incorporata nel gioco attraverso il suo level design. Scegliere infatti una progressione lineare rispetto ad una progressione più stratificata è una scelta cruciale per il design di un videogioco.

Stand del MoMa dedicato a Pac-Man

 

Tappa 2: la mostra “Videogames: Design/Play/Disrupt” del Victoria & Albert Museum di Londra

Fino al 24 febbraio 2019 il museo londinese Victoria & Albert Museum ospita la mostra “Videogames: Design/Play/Disrupt“. La mostra cerca di dare uno sguardo più profondo al “dietro le quinte” del videogioco, focalizzandosi principalmente sul processo di creazione di quest’ultimi e su tutto ciò che vi è connesso. Vi sono 3 sezioni ben distinte, ognuna delle quali affronta tematiche specifiche.

 

La prima tratta nello specifico il game design: vengono mostrati al pubblico disegni, bozzetti e demo dei prototipi di gioco.

Una serie di disegni e bozzetti dedicati a Splatoon.

In questa sezione si possono trovare anche alcune esposizioni che mostrano quali sono state le influenze (soprattutto estetiche) per la realizzazione di un videogioco. Possiamo infatti trovare il dipinto di MagritteLe Blanc Seing” esposto accanto al gioco Kentucky Route Zero, opera che prende spesso ispirazione da alcuni dipinti del pittore surrealista per i suoi scenari.

Una scena di Kentucky Route Zero palesemente ispirata a “Le Blanc Seing” (1965) di René Magritte.

Non so voi, ma se un videogioco mi fa anche riflettere si assicura qualche punto in più!

La seconda sezione cerca invece di mettere in evidenza le potenzialità del linguaggio videoludico. I videogiochi sono ormai abbastanza maturi da trattare temi delicati e spinosi come razza, sessualità, politica e salute mentale. A supporto di questa sezione, tra i tanti videogiochi scelti, c’è un pizzico di tricolore che non guasta mai. C’è da dire che quando si tratta di smerdare qualcuno noi italiani troviamo sempre il modo per farlo. Con il suo Phone Story infatti, Molleindustria (già alla ribalta grazie a titoli come Operazione: Pretofilia) critica in maniera estremamente satirica le condizioni dei lavoratori impiegati nelle fabbriche Apple. Non è stata una sorpresa scoprire che poi il gioco fu eliminato dall’App Store dopo solo quattro giorni dal suo rilascio (chissà perchè vero?). Colpisce però anche la presenza di The Town of Light di LKA. Titolo che, grazie a innumerevoli ricerche su fatti realmente accaduti, porta il giocatore all’interno dell’ex manicomio di Volterra. Si ha così l’opportunità di vivere sulla nostra “pelle virtuale” cosa voleva realmente dire vivere in quel luogo. I videogiochi non sono più semplici pixel che si muovono, essi possono trasmettere messaggi politici e sociali al fine di creare una narrativa soddisfacente e toccante. Questo tipo di contatto tra musei e videogiochi ci dimostra che il videogioco è ormai cresciuto, liberandosi dall’etichetta di “prodotto per bambini”.

Stand espositivo di Phone Story di Molleindustria

La terza ed ultima sezione della mostra è dedicata invece al mondo della creatività collettiva delle comunity che vanno a crearsi intorno a singoli videogiochi. Uno di questi è ad esempio Minecraft, la cui community è riuscita a costruire versioni “blocchettose” di praticamente ogni edificio o ambientazione vi venga in mente! Insomma, questa mostra non ha solo creato un altro contatto tra musei e videogiochi, ma addirittura include in questo rapporto il videogiocatore stesso!

Dei pazzi hanno addirittura ricreato l’intera Terra di Mezzo blocco per blocco!!

Tappa 3: il Vigamus di Roma

Ma qui in Italia un minimo di cultura del videogioco c’è oppure dobbiamo ancora muovere i primi passi? Insomma, musei e videogiochi sono mai entrati in contatto nel nostro caro stivale?

 

Fortunatamente non siamo proprio a zero in quanto nel 2013 nasce a Roma il Vigamus, primo museo italiano dedicato al videogioco. Il museo, gestito da una fondazione omonima, cerca di studiare e spiegare la storia del videogioco. Come essi stessi ammettono sul loro sito il loro obiettivo è:

Promuovere e diffondere la consapevolezza del portato culturale del videogioco in Italia, Paese caratterizzato da un vasto pubblico di giocatori. Il videogioco si va così ad inserire nella struttura del patrimonio storico-artistico del Bel Paese, il cui primato nel mondo è assolutamente indiscutibile. L’innovazione culturale, più che quella tecnologica, rappresenta il fondamento per la nascita di una vera cultura del videogioco, artefatto che merita di essere conosciuto e studiato, e prima di tutto, preservato.”

 

E così nacque il videogioco.

Tutto inizia nel 1958 quando il fisico William Higinbotham decise di utilizzare un display di un oscilloscopio per provare a simulare una partita di tennis. Il vigamus parte proprio da questa premessa e, iniziando dal Magnavox Odyssey (prima console commercializzata della storia), ci porta per mano per farci assaporare questo sessantennio ricco di avvenimenti e titoli indimenticabili. Durante il percorso vi sono più di 440 oggetti (sia software che hardware) che accompagnano il visitatore, tra cui si possono trovare sia giochi e console “mainstream” ma anche chicche un po’ più di nicchia. Utile al visitatore è anche la presenza di 100 pannelli che illustrano il contesto storico dell’epoca trattata e di 15 video (per un totale di 200 minuti di visione) che permettono di scoprire giochi di ieri o ripensare a giochi di oggi. Insomma, il Vigamus fa tutto ciò che i musei (o le mostre) dedicate ai videogiochi dovrebbero fare!

 

Stand espositivo del Vigamus dedicato al Magnavox Odyssey

 

Tappa 4: il Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e il progetto “Father and Son”

 

Father and Son” è una semplice avventura grafica pubblicata su Play/App Store, ma cosa la rende così speciale?

 

Esso è il primo prodotto organico del rapporto tra musei e videogiochi. Il Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) infatti è stato il primo museo archeologico al mondo a produrre e pubblicare un videogioco. I capoccia del progetto hanno capito che bisogna arrivare a nuovi tipi di pubblico grazie a nuovi mezzi. E quali mezzi migliori del videogioco e di internet? La necessità di aprirsi sempre di più alle nuove tecnologie ha portato alla realizzazione di questa avventura grafica a scorrimento 2D dalla forte componente narrativa ed emozionale. Certo, non vi aspettate trama da oscar o gameplay da favola, non è quello l’obiettivo del progetto. Come afferma il prof. Ludovico Solima che ha collaborato al progetto:

Con “Father and Son” il museo intende infatti non solo approfondire la possibilità di creare un proficuo collegamento tra  musei e videogiochi, ancora del tutto inesplorato, ma vuole anche accrescere la propria visibilità nei confronti di nuovi pubblici, a livello mondiale

 

L’obiettivo può però ritenersi raggiunto?

 

A quanto pare si, visto che dopo solo sette mesi dal rilascio il gioco ha accumulato più di un milione di download. Però vorrei parlarne un po’ in maniera più specifica. Come suggerisce il titolo, il gioco analizza il rapporto tra un padre ed un figlio. Il giocatore assume il ruolo di Michael, un giovane che si reca a Napoli dopo aver ricevuto una lettera da suo padre Federico, famoso archeologo che ha lavorato a lungo per il Mann, morto da poco. In particolare, Michael si recherà al Museo Archeologico Nazionale di Napoli per conoscere di più sulla vita del proprio genitore e sugli insegnamenti che gli ha lasciato. Il gioco però ci porta anche in altre epoche storiche, tutte legate ad alcune opere presenti al museo. Ci ritroveremo prima in Egitto, poi a Pompei ed infine nella Napoli del periodo Farnese. Tutto ciò è davvero ammirevole: esteticamente il gioco è molto semplice ma risulta molto bello da guardare. Le animazioni sono veramente fluide e rallentano solo quando ci sono numerosi oggetti a schermo. Le musiche sono davvero ispirate e toccanti, ma qualche difetto c’è?

 

 

DESIDERO DA UNA VITA AVERE UNA SORTA DI MIX TRA UN’AUDIOGUIDA ED UN VIDEOGIOCO CHE MI PERMETTA DI INTERAGIRE FISICAMENTE CON IL MUSEO, PURTROPPO NON È QUESTO IL CASO.

Purtroppo si. Oltre al gameplay abbastanza scarno io ne ho trovato un altro che per me è abbastanza grave. Come si può non riempire un gioco ambientato in un museo di immagini e descrizioni delle opere realmente esistenti in quello stesso museo?? Insomma, quando ci troveremo ad entrare nel Mann ci ritroveremo davanti ad una serie di opere stilizzate ed irriconoscibili, senza la possibilità di interagire con esse o di osservarle bene. Peccato, perchè si poteva invogliare ancora di più il giocatore a visitare il museo informandolo sulle opere presenti al suo interno grazie a qualche foto accompagnata da una breve descrizione.  Nonostante quindi il tentativo sia decisamente apprezzabile (e mi rende addirittura fiero visto che prima della realizzazione di questo articolo non sapevo che il museo della mia città fosse capace di qualcosa di simile) e i risultati ottimi, si poteva fare meglio ed ottenere risultati ancora migliori. Vi saluto e vado al Mann per sbloccare contenuti aggiuntivi nel gioco e godermi un bellissimo museo!!

Il Mann raffigurato all’interno di Father and Son