Speciale
di Stefano Calzati
il 10 ottobre 2018, 11:19
in Speciali

Reinventare un classico per diventare cult

È nata una stella (A Star is born) è prima di tutto un album straordinario, interpretato da una che non ha più nulla da dimostrare e uno le cui abilità canore erano sinceramente un’incognita, forse perché semplicemente non è il suo lavoro, quello che siamo abituati a vedere. Lady Gaga, al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta, e un Bradley Cooper lanciato a occhi chiusi verso una nomination ai prossimi Oscar, strepitoso davanti e dietro la macchina da presa, per la prima volta, come con un microfono in mano.

Impressionante.

Al contempo anche la Germanotta torna al cinema dimostrandosi a sua volta grandissima, eclettica come sempre, perfetta in una parte cucitale su misura addosso. Jackson Maine e Ally. Lui star del rock a stelle e strisce, quello cantato con voce roca, vissuta e chitarra elettrica a tracolla, graffiante e duro quanto morbido e acustico, perfetta espressione per i conflitti interiori del suo interprete, alcolizzato cronico, tormentato dall’acufene e da un’infanzia che non gli ha fatto sconti, ricordando tantissimo per stile, genere e aspetto Eddie Vedder e i suoi Pearl Jam. Lei cameriera imprigionata in una vita monotona, normalissima, capace però con la sua potentissima voce di far sognare una volta a settimana il pubblico di un gay bar di periferia.

Un grandioso Bradley Cooper dirige, interpreta e canta, accompagnato da una sontuosa Lady Gaga in una love story eccezionale ed emozionante, tra rock e pelle d'oca. È nata una stella, si, ma anche un capolavoro.

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Troppo perfetto il loro incontro, proprio nel locale dopo un concerto di Maine, in cerca semplicemente di un locale, uno sgabello al bancone e un gin on the rocks con lime. Invece si ritrova ad ascoltare una “Vie en rose” da pelle d’oca, devastante per trasporto, interpretazione e qualità canora, quella della più grande e trasformista pop star del ventunesimo secolo. La fiaba hollywoodiana per eccellenza, che nella sua scorza di cliché nasconde un’opera da brividi, originale e sorprendente che parla di emozioni forti e musica, vita in quattro quarti pura e commovente.

 

L’amore vissuto un bpm alla volta

Bradley Cooper è bravissimo a far vivere tutto il film e la narrazione attraverso gli sguardi dei suoi interpreti, dimostrando di avere grandissima classe anche da regista. Tutto passa dai loro occhi fino a quelli dello spettatore, rafforzandone il messaggio ora con un dialogo scritto da dio, ora con un duetto struggente e spettacolare. Gli occhi di Bobby, fratello di Jackson, interpretato da Sam Elliot, sono forse quelli che raccontano più di tutti, tra scontri furiosi e riappacificazioni il loro rapporto sarà tanto importante quanto quelle delle due stelle, una nascente, una in declino. Proprio a ripensarci, una volta passato qualche giorno dai titoli di coda, ci si rende conto di quanti significati avessero certe sue parole e atteggiamenti. E se questo fa parte del rendersi conto di aver visto un capolavoro, il mentre è altrettanto da brividi. Si passa da quelli di esaltazione che solo il rock ‘n’ roll sa trasmettere (già la scena d’apertura, l’esecuzione di Black Eyes davanti a una folla infinita è qualcosa di clamoroso ed esaltante) a quelli propri dell’amore. Un rapporto che si sviluppa sì in maniera classica, cinematografica, ma attraverso eventi sempre raccontati con una scintilla di originalità, o forse con poca recitazione, poco “teatro” e molta immedesimazione, spontaneità, tanto da sembrare vere, vive, cariche di un’esplosiva naturalezza espressa anche dalla loro mimica, dagli scherzi e dai riti che ogni coppia sviluppa.

Cooper e Gaga sono capaci di colpire lo spettatore non tanto con la loro bellezza estetica, quanto con quella espressiva, lui trasandato, lei insicura del suo aspetto, incurante di quanto fascino possano trasmettere i piccoli difetti. E proprio i difetti, fisici e comportamentali, sono un altro elemento fondamentale della pellicola, costantemente sottolineati dalle finissime riprese e dall’utilizzo del sonoro. Una bottiglia di whiskey compagna degli atteggiamenti autodistruttivi di Maine, una ripresa di profilo ad esaltare le curve del naso della Germanotta (dettaglio molto importante), un fischio assordante capace di mettere a disagio lo spettatore e fargli provare il disturbo del cantante. Non sembra esserci nulla di artefatto in scena, si è assolutamente risucchiati nella loro vita, soffrendo e gioendo per quello che gli attori stanno provando. Un film capace di colpire durissimo ed estasiare con una colonna sonora grandiosa che non possiamo esimerci dal proporvi nella sua versione integrale su Spotify, in calce all’articolo, completamente registrata live, scritta e interpretata dal suo Cooper/Gaga. Un lavoro tutto loro e si sente, trascinante, sorprendente, di qualità altissima. Proprio nel vederli interpretare i loro pezzi arriva la conferma di tutto l’amore che è stato infuso nella produzione. Un concerto da applausi che pecca solo in una deriva pop di Ally abbastanza datata soprattutto nelle basi, ma forse era proprio loro intenzione rendere questa parte qualitativamente dissonante rispetto al resto delle tracce.
Personalmente È nata una stella è uno dei miei film dell’anno senza alcun dubbio, capace di toccare corde dell’anima che suonano solo quando pizzicate in questo modo, causa irrefrenabile di pelle d’oca e occhi lucidi, senza eccessivo miele ma con tanta passione, grinta e classe. Non siate aridi.



due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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