Un incubo d’inverno, ma anche in altre stagioni.

2307: Winter’s Dream è esattamente quello che il cinema indipendente deve evitare di fare, scimmiottare malamente pellicole d’altissimo budget senza averne i mezzi, i modi, le competenze. L’opera di Joey Curtis è, senza giri di parole, un brutto film, raggelante come l’inverno che glassa ormai da anni la Terra, una glaciazione che ha drasticamente ridotto la popolazione, costretta a vivere in piccole città sotterranee, come talpe, principalmente drogandosi e rifugiandosi nell’effimera consolazione carnale dei bordelli, nonché dedicandosi alla sperimentazione scientifica e alla creazione di umanoidi sintetici, pronti a ribellarsi e turbare la rassegnata routine della comunità, cosa che succederà puntualmente. Ovviamente il più grosso e cattivo del gruppo di ex-schiavi neo-ribelli, ASH-393, finirà con l’evadere nelle lande ghiacciate dell’Arizona, uccidendo la moglie del capitano Bishop (Amar Sidhu) nella fuga e facendolo precipitare in un pozzo di depressione e stupefacenti da cui verrà trascinato fuori solo cinque anni dopo. Non proprio una narrativa magnetica, già dalle premesse, che butta un po’ di clichè del cinema sci-fi nel calderone servendo a schermo una brodaglia cyberpunk a tinte candide, macchiata soprattutto dall’assoluta inadeguatezza degli interpreti e di un copione che sicuramente non ha contribuito a fargli fare una figura decente.

Natale in Arizona

2307 è principalmente una caccia all’uomo, un commando di cinque uomini contro l’umanoide più pericoloso mai creato, tutti affetti da psicopatie e turbe mentali varie più o meno evidenti, figli di una società amputata di ogni cultura e in via di estinzione, dove la depravazione diventa quasi uno svago. La sceneggiatura prova anche a mettere in campo i sentimenti e rischia tutto con un fondo filosofico, quasi una morale, ma la scrittura rimane di una pochezza imbarazzante dall’inizio alla fine dei suoi 99 minuti. Dialoghi tra commilitoni dal senso dell’umorismo becero e un po’ triste, pieni di “ca**o“, “figlio di putt**a“, “vaffanc**o” gratuiti che fanno molto anni 90′, giusto a tamponare le banalissime e mal ridotte linee di testo come un volgare mastice, addolcite solo dai beati silenzi di un protagonista scialbo, la cui scena viene rubata praticamente da chiunque, soprattutto da Kix (Arielle Holmes), donna del gruppo, totalmente fuori di testa, che recita passaggi del Mein Kampf come fosse la versione fantascientifica dell’Ezechiele 25-17, a sottolineare la deriva morale della popolazione mondiale nel 2307 e diventando a tutti gli effetti l’unico elemento veramente peculiare del film, come insormontabile picco trash (a livello generale) e di caratterizzazione di un personaggio (l’unica degna di nota). Fate un po’ voi.

Quando la parte più memorabile di un film è una co-protagonista dai tratti villain che recita passaggi del Mein Kampf come se fosse la Bibbia, forse c’è qualcosa che non va.

A livello scenografico pare di osservare una versione fotograficamente poverissima delle peregrinazioni dei Guardiani della notte oltre la Barriera, però totalmente priva di pathos, atmosfera, potenza; solo una distesa di neve inframezzata da boschi spelacchiati e rovine generiche. Un’estetica al risparmio che continua con i costumi, le armi e gli equipaggiamenti, plasticosi, usati in modo teatrale, genuinamente brutti, con i protagonisti vestiti in modi improponibili, chi con un piumino da montagna, chi con quella che è palesemente una tuta da motociclista riarrangiata. Le scene d’azione mostrano poi evidenti limiti registici, con riprese confusionarie e inquadrature scolastiche montate in maniera fintamente pretenziosa, andando a porre l’accento sui pessimi effetti speciali, non riuscendo a iniettare adrenalina in un cuore che sta inesorabilmente rallentando i battiti nel torpore della noia. La cosa peggiore è che non si riesce mai a sospendere l’incredulità, perché gli scivoloni e l’amatorialità generale del prodotto sono troppo evidenti. Questo non può essere giustificato con l’etichetta “low budget”, qui è questione di aver utilizzato male quel poco, facendo il passo più lungo della gamba. Perché essere indie non è questa roba qui, basti pensare a Swiss Army Man, per restare in tema di opere analizzate qui (e presente anche sul catalogo Netflix, quindi consigliatissimo). Qui non c’è praticamente nessuna idea degna di nota, nessuno spunto interessante, nessuna emozione, laddove solitamente questa rumorosa nicchia di cinema prova a proporre idee che mirano a far tacere il bisogno di valori produttivi più importanti.

  • Attori: Paul Sidhu, Branden Coles, Arielle Holmes
  • Formato: Blu-ray, PAL, Schermo panoramico
  • Audio: Italiano (Dolby Digital 2.0)
  • Lingua: Italiano, Inglese
  • Sottotitoli: Italiano
  • Regione: Regione B (Maggiori informazioni su Formati Blu-ray.)
  • Numero di dischi: 1
  • Studio: Koch Media
  • Data versione DVD: 9 ago. 2018

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