Speciale
di Stefano Calzati
il 16 maggio 2018, 21:29
in Speciali

“I just wanted to be one of the Strokes. Now look at the mess you made me make.”

Non sarà entrato a far parte del gruppo di Julian Casablancas, come ci racconta proprio nella prima strofa della traccia di apertura, Star Treatment, ma Alex Turner e i suoi, da quel 2006 dei record hanno cominciato un’ideale staffetta nel mondo del rock con la band newyorkese (che sarebbe poi tornata sulle scene nel 2011 con un sound totalmente rivisitato), macinando successi alla clamorosa velocità di crociera di Beatles, Rolling Stones e Oasis, tornando dopo una pausa di 5 anni con uno stile totalmente rivisitato. Per apprezzare a pieno l’ultimo lavoro della band di Sheffield bisogna approcciarlo come un ottimo bicchiere di vino. È un album da sorseggiare, far ascoltare a ogni papilla uditiva, almeno in tre passaggi, per far sbocciare il suo bouquet aromatico ed emozionale. Un primo ascolto per scoprirlo e abituarsi alla totale mancanza di sonorità aggressive, tirate, dimenticando per un po’ Dancing Shoes, Brianstorm, Crying Lightning, R U Mine, stupendosi davanti a una sonorità veramente inedita per il gruppo, che dal post-punk si sposta su un rock blues dalle sfumature addirittura jazzistiche su cui ci si aspetterebbe di sentir cantare Mark Lanegan (quasi una presenza spettrale nei cori di “She Looks Like Fun”) o Nina Simone, mettendoci tantissimo del loro stile unico, qui in forma sintentica, moderno e anti-modaiolo.

 

 

Il secondo è l’ascolto privo di pregiudizi, una presa di coscienza che, chi li conosce, ha dovuto fare ad ogni nuova uscita, tanto i loro lavori sono sempre diversi gli uni dagli altri (ma questo lo è a livelli estremi), aprendo la strada alla terza doccia sonora, quella dove si cominceranno a scoprire tutti gli spunti, le ispirazioni, il vero senso di un lavoro strumentalmente raffinatissimo in cui i testi, al solito loquaci (per non dire squisitamente logorroici), parlati più che cantati, irriverentemente poetici nella loro spiccata originalità, vanità e bellezza (con alcune strofe davvero clamorose), creano un contrasto totale con le musiche dall’anima vintage, una psichedelia dal sound futuristico che punta all’allunaggio di Space Oddity, omaggiando Bowie e usando la route 66 come pista di decollo. I falsetti e le chilometriche strofe di Turner galleggiano sulle costanti linee di basso che prendono quasi totalmente il posto dell’onnipresente e martellante batteria, protagonista fino ad AM, ultimo album in studio datato 2013. Una staffetta di protagonismo tra Mark Helders e Nick O’Malley che ha davvero cambiato il volto dei Monkeys in questo lavoro dall’anima a stelle e strisce che parte da New York per arrivare a L.A., senza perdere il suo fortissimo accento british. Un viaggio iniziato da Do I Wanna Know?, prima traccia di AM, fino ad incontrare ed evolvere, lungo la strada assolata, il rock statunitense anni ’60-’70 di Beach Boys e Eagles, per vedere l’alba di Four Out of Five. Primo singolo estratto, dove l’anima sperimentale del tema principale, rilassata ma suggestiva e tesa, esplode all’improvviso in un ritornello deliziosamente leggero nelle tonalità, che rimanda ai piaceri on-the-road. Una traccia che ci parla del mondo contemporaneo con fare distaccato e divertito, dove la mania di recensire ogni cosa e relegare la qualità di un prodotto ad una manciata di stelle stilizzate è ormai consuetudine, naturale come l’ansia di fare qualcosa di originale a tutti i costi, per poi mostrarlo ai propri contatti. Un’avversione verso il mondo social che si respira in giro per tutto l’album.

“Take it easy for a little while. Come and stay with us. It’s such an easy flight. Cute new places keep on popping up. Since the Exodus, it’s all gettin’ gentrified. I put a taqueria on the roof. It was well reviews. Four stars out of five.”

Evoluzione stilistica e incontro di ere che passa anche per le immagini, il taglio cinematografico del meraviglioso video dalle ispirazioni (e aspirazioni) kubrikiane e lynchiane fa ammirare l’incontro psichedelico tra l’Alex del presente e del passato. Cinque minuti di virtuosismo registico che diventa scenografia perfetta in cui far danzare le note e dare in via alla storia che l’album racconta. È tutto un guardare indietro per creare qualcosa di nuovo, una creatura mutevole, spiazzante, difficilmente classificabile. Se il viaggio è iniziato con i ritmi jazz di Star Treatment e continuato con reminiscenze di un rock ‘n roll estinto, tutto si tinge irrimediabilmente di noir durante la notte passata al Tranquillity Base Hotel & Casino, dove sembra succedere qualcosa come all’Overlook. Il pianoforte di American Sport introduce e poi lascia spazio alle sale claustrofobiche della struttura orbitante, da cui osservare la Terra con disinteresse (“So when you gaze at planet earth from outer space.
Does it wipe that stupid look off of your face?”), mentre il tramonto lascia definitivamente spazio alla Luna e a una traccia geniale (quella che appunto dà il nome all’album), che è forse la vetta dell’intera produzione, tanto nel testo quanto nelle sonorità. La voce di Turner ingabbiata, quasi sussurrata, forse troppo per quella che è la sua estensione vocale. Eppure il contrasto funziona, è una traccia particolarissima, sensuale, accompagnata in sottofondo da note elettroniche, sintetiche, incalzanti, tanto da sembrare un tributo elegantissimo alla colonna sonora di Profondo Rosso (e non sorprenderebbe, data la nota passione del frontman per la nostra cultura artistica). Un’atmosfera da “thriller” acuita e inframezzata dalle chiamate alla reception dell’hotel, parte fondamentale di un testo ispirato come se ne scrivono pochi.

“Good afternoon. Tranquillity Base Hotel & Casino. Mark Speaking. Please tell me how may i direct your call?”

Si potrebbe insinuare che tracce del genere avrebbero richiesto l’Alex dei The Last Shadow Puppet (importantissimo il progetto condiviso con Miles Kane nella maturazione e mutazione del sound che ha portato a questo album) e in particolare di Aviation, cantata quasi alla Richard Ashcroft, un dubbio che sinceramente non riesco a togliermi, perché è proprio la particolarità del suo modo di cantare a dare all’album la forza di un racconto in disordine cronologico, più che di un insieme di tracce composte tra i fumi dell’ispirazione estemporanea. È un’opera studiata dalla prima all’ultima nota, affascinante, amalgamata alla perfezione, strumentalmente eccelsa, intimista, un insieme di culture e influenze musicali scambiate tra Europa e America dopo una notte passata in un motel in mezzo all’Atlantico. Un album dai ritmi quasi cinematografici che ci restituisce una band matura, capace ormai di ogni cosa, sempre brillante e pionieristica, che preferisce fare strada invece di seguire. Un’opera che certamente non cancella il loro passato ma che invece lo completa e restituisce agli ascoltatori il quadro completo della loro grandezza e iconicità, facendo quello che fanno tutti i grandissimi: cambiare rotta e stile senza preavviso, andando dalla parte opposta a quella dove infuria la bufera del mercato, seguendo la propria indole rock ‘n roll. L’unico grosso dispiacere, ora, è il sold out del Mediolanum Forum che, ascolto dopo ascolto, mi spezza ancor di più il cuore e i timpani, puntando già la prossima tourné. Lasciatemi al mio dolore e ascoltate, ascoltate, ascoltate.

 



due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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