Speciale
di Stefano Calzati
il 19 febbraio 2018, 12:58
in Speciali

Inno ai contrasti, lode ai “freak”.

Guillermo Del Toro non può che essere il terzo fratello dei celebri e teutonici Grimm, nato fuori dal tempo e dallo spazio. Le sue fiabe su pellicola portano impresso un dualismo potentissimo, dove non esiste fantasia, amore e magia senza una violenza cruda, pulp, diretta e senza veli. Il grottesco nella sua forma più artistica. La Forma dell’Acqua prende l’elemento terrestre più prezioso, colui che più di ogni entità divina ci ha donato la vita, due molecole di idrogeno e una di ossigeno che danno forma ad un essere (Doug Jones) bellissimo, affascinante e nobile, un dio venerato dai popoli amazzonici, caduto e ora incatenato in un laboratorio, un bivio dell’evoluzione assolutamente umano, nonostante le apparenze, da liberare e salvare a costo della vita. L’illusione dal governo statunitense, in piena Guerra Fredda, di aver trovato il Santo Graal, interrogarlo, studiarlo, sezionarlo, sfruttare la sua anatomia per illudersi di ricavarne un vantaggio strategico da sfruttare contro i sovietici e vendicare lo smacco di aver perso la corsa allo spazio.

L’amore ai tempi della Guerra Fredda, alieno, impossibile e potentissimo.

I valori a stelle e strisce che perdono progressivamente di significato anneriti dal successo, l’unico vero “valore”, impersonati dal colonnello Richard Strickland (Michael Shannon), lo sguardo folle di chi vive in un mondo ovattato, una bella moglie, due bimbi, la villetta in un quartiere agiato, la voglia di regalarsi una Cadillac de Ville e il disgusto per tutto ciò, per sé stesso, frustrato e insicuro pur convincendosi del contrario, soprattutto davanti ai suoi superiori, una bomba emotiva pronta ad esplodere e spargere le sue schegge su tutti coloro che lo circondano.

E poi c’è lei, Elisa Esposito (Sally Hawkins), perno attorno a cui ruotano tutte le emozioni che il film riesce a trasmettere, senza le parole, lei che è muta fin da piccola, ma con gesti e sguardi, congiunzione tra un mondo sconosciuto, occulto, marino e quello terrestre, apparentemente privo di ombre, che tutti conosciamo dalla nascita. La Forma dell’Acqua è l’esaltazione della diversità e la condanna della discriminazione, in un modo però delicato e sottile, come la perla racchiusa in un’ostrica, esattamente come le fiabe custodiscono una morale. Nell’opera di Del Toro la denuncia sociale e politica rimane sempre un sottinteso tra la potenza delle immagini e il filo di trama che si dipana per due ore, senza tediare o rendere particolarmente espliciti i suoi pensieri, estasiando lo spettatore con una love story che può essere goduta anche in modo superficiale, senza per forza interrogarsi sui messaggi che vuole comunicare.

La Forma dell'Acqua è un magnifico insieme di contrasti, dove il confine tra fiaba, pulp e sottile denuncia sociale è meravigliosamente labile

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Il Labirinto Del Fauno era decisamente più esplicito nella comunicazione extra-cinematografica, mentre qui abbiamo una pasta sfoglia composta da vari strati di consapevolezza. Amore e odio che gravitano, come detto, intorno alla figura di Elisa, ed ecco che il film alterna con eleganza scene quasi oniriche ad altre sorprendentemente oscure. I sogni ad occhi aperti della protagonista che prendono forma visiva, mentre nell’acqua la colonna sonora di Alexandre Desplat viaggia veloce e grazia i timpani degli astanti, ora con melodie fiabesche (alla Grand Budapest Hotel, OST che gli è valsa un Oscar), ora con crescendo carichi di tensione che acutizzano l’impatto di scene color rosso vivo, linfa di un cruento e perfetto sottobosco noir, tra spie russe, sparatorie e dita mozzate, in cancrena come l’anima di Strickland.

La magia e la purezza dell’acqua sporcate eppur impreziosite dal sangue che dona ancora più spessore e impatto al tutto. La crudezza, soprattutto sul piano della violenza fisica, è uno dei segni particolari del regista messicano, così come la ricercatissima estetica che avvolge la Baltimora del 1962, tra l’art déco e il culto del vintage, a cui si alternano le asettiche sale dei laboratori ricolme di antiquariato tecnologico, per poi nuotare nel fantastico e lasciar sgorgare nella sala tutta la forza visionaria e sovrannaturale del film, dove appunto l’acqua prende forme sempre diverse fino ad una delle scene più splendide e magiche.

Un bagno che Elisa decide di sommergere aprendo tutti i rubinetti, in barba alla buona condotta condominiale, provando anche solo per qualche minuto a vivere nell’habitat “naturale” della creatura. Intesa fisica e anche sesso hanno poi grande importanza nel rapporto tra i due, lei timida e perennemente single, lui selvaggio e animalesco ma assolutamente umano nelle dimostrazioni d’affetto, scene che colpiscono per naturalezza e stile, fondamentali per non lasciare sospeso il sentimento in un limbo platonico.

È davvero un film bellissimo che mi ha davvero colpito, come potete notare, che non si lascia mancare neanche una certa leggerezza comedy, già con la stessa Elisa, meravigliosa nelle gestualità e nella silenziosa caratterizzazione della personalità, una donna assolutamente positiva e solare, sempre pronta a divertirsi nonostante il suo passato e il suo handicap vocale, accompagnata dalla collega Zelda (Octavia Spencer le due sono donne delle pulizie al laboratorio) e dal vicino di casa Giles (Richard Jenkins), personaggio complesso, sfaccettato, disegnatore omosessuale di grande spirito e umanità, fondamentale nella storia e per la filosofia generale dell’opera. Attori straordinari che esaltano le bizzarrie dei loro alter ego, dove ognuno esula dall’ordinario, per particolarità fisiche o psicologiche, un manipolo di “freak” racchiusi in una vicenda ai confini della realtà.

La Forma dell’Acqua è uno di quei film dall’aura speciale, capaci di trovare uno spazio nella nostra videoteca mentale, quella dove sono ricordati solo i più grandi, emozionanti e particolari, un film realmente diverso, per credibilità dei personaggi e magica miscela di generi, ma soprattutto per il modo in cui si racconta, con tutti i suoi sottintesi, facendo convivere nei fotogrammi mille linguaggi diversi in maniera incredibilmente fluida, regalandoci una fiaba moderna da tramandare ai posteri.



due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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