Stefano Calzati

Speciale Coco – Un’allegra tragedia messicana

L’allegorica e colorata visione della morte secondo Disney-Pixar.

L’ultimo piccolo/grande capolavoro Pixar (in uscita il 28 dicembre) è una pellicola che ti rimette in pace col mondo ma soprattutto con lo spettro della morte, spesso impalpabile, altre drammaticamente tattile, qui bonariamente sorridente, perfetta boa piazzata nel mare della vita per spartire due tipi di esistenza, quella terrena e quella ultraterrena. Coco affronta la mietitrice con una filosofia inattaccabile, lo fa con gioia, facendoci ridere e commuovere, guardandolo con costante sorpresa ed occhi resi lucidi dalle risate come dai ricordi personali che si intrecciano a doppio filo con la famiglia di Miguel, artigiani da generazioni nel campo delle calzature con un profondo odio per la musica, radicatosi dopo che il marito della matriarca Imelda Rivera abbandonò lei e la sua piccolina, Coco, per portare la sua musica in tutto il mondo. La magia delle sette note però è qualcosa che non può essere cancellata da una labile tradizione familiare e al giovane Miguel ribollirà presto il sangue al ritmo della cultura mariachi, portandolo ad andare contro a tutto e tutti, vita e morte, per inseguire il suo destino.

Cultura messicana prêt-à-porter

Il regista Lee Unkrich e la sua banda di formidabili animatori hanno voluto immergere lo spettatore per circa due ore in un concentrato di cultura messicana, illustrata in maniera squisitamente naïf attraverso la più importante tradizione di un popolo che ha sapientemente mischiato nei secoli credenze azteche e cristiane, per dare vita a suggestioni uniche tra sacro e profano. Ecco quindi i riti che precedono il Dia de Muertos, i preparativi, l’ofrenda di famiglia, altare che permette alle anime dei defunti di tornare nel mondo dei vivi ed essere ricordate, simbolismi, folklore e tradizioni che si fanno conoscere tramite la meravigliosa e coloratissima computer grafica. La bellezza è che ciò incuriosisce i profani, portando a documentarsi e a osservarne la reale celebrazione, surfando internet in cerca di immagini e descrizioni. Tutto questo si respira ad ogni angolo della piccola cittadina dove Miguel è nato, cresciuto, e in cui ora si aggira con il fido randagio Dante (nome scelto non a caso), tra doveri familiari, lavori saltuari e capatine in incognito nella piazza del paese, fervente centro musicale dove ogni tipico ritmo di natura centroamericana affluisce e da vita ad un mare di concerti 24 ore su 24, pronti a deliziare le orecchie della cittadinanza e diventare uno stridio insopportabile per i Rivera.

Il Dia de Muertos diventa il palcoscenico ideale per dare sfogo alla creatività estetica e musicale degli artisti Pixar, creando una perfetta cornice per una storia profonda, ritmata e ricca di colpi di scena inaspettati.

D’altronde siamo nel paese che ha dato i natali a Ernesto de la Cruz, considerato il miglior musicista di tutti i tempi e vera icona per l’intera nazione, prematuramente scomparso schiacciato da una gigantesca campana scenografica, proprio mentre cantava il suo pezzo forte, “Ricordami“. Una fine epica in un certo senso, che lo consegnò anzi tempo all’immortalità artistica. Ma come abbiamo detto, la vita terrena è solo parte del viaggio e la sete di ritmo di Miguel lo porterà presto a varcare il ponte floreale che unisce i due mondi per conoscere accidentalmente la parte scheletrica della famiglia, con il desiderio e la necessità di incontrare Ernesto, per spezzare l’incantesimo e seguire le sue orme tra i vivi. Tutto da vivere, tutto da vedere, ascoltare e svelare, con un plot swist che proprio non ci si aspetta e personaggi davvero indimenticabili, come il derelitto Hector e la stessa, rediviva Tia Himelda in vestiti e ossa, matriarca dura, tutta d’un pezzo, scottata dalla musica eppur ancora così legata ad un talento cristallino, protagonista di uno dei momenti musicali più alti, provvidenzialmente in lingua originale, della produzione: La Llorona, storica canzone folk messicana reinterpretata in maniera esemplare, una di quelle canzoni che parlano all’anima.

Emozioni acustiche

Si parlava di emozioni all’inizio di questo articolo e proprio queste sono il motore che muove un’estitca audiovisiva sopraffina, come potete vedere dai trailer e ascoltare dalla canzone quassù. Non solo lo muove ma lo riempie, e riempie di bellezza chi lo guarda, con un umorismo che è quello solito, cross-generazionale, ormai quasi casalingo cui Pixar ci ha abituati, una caratterizzazione superba che passa dal copione e finisce con le animazioni e le caratteristiche fisiche delle comparse, vive (o morte, è letteralmente la stessa cosa, qui) nella stereotipata magia di un paesino in festa o in ambientazioni esaltate dalla libera interpretazione dell’aldilà, qui trasformato in una metropoli dai mille piani, colorata al neon delle insegne e degli Alebrije, architettonicamente latinoamericana ma dall’anima così fantasy. Mistica e surrealistica come un’opera dell’eterna Frida Khalo, scheletrica (eppur sempre dotata delle sue caratteristiche sopracciglia) protagonista di una delle scene più divertenti e bizzarre, aggraziatamente caricaturale nella sua fiammeggiante escalation artistica. Si ride e si piange, sempre a ritmo, godendo di questa bellezza tutta d’un fiato, grazie a una sceneggiatura che non prevede momenti di stanca e che, se anche ce ne fossero, li riempie con una battuta, un panorama mozzafiato, un’inquietudine.

“Ma è una tragedia!” – Elena (con cui ho visto l’anteprima)

I valori della famiglia e la paura di essere dimenticati, andando incontro alla fine definitiva dell’anima (per questo nelle ofrenda si espongono le foto dei defunti, per permettergli di essere ricordati in eterno), il conflitto tra il volere dei cari, le tradizioni sacre, i sogni da inseguire e amori mai sopiti, emozioni cui ognuno di noi può dare forma attraverso i ricordi e che ci fanno esplodere in lacrime in scene col coeur in man, dove una “Ricordami” inizialmente quasi comica diventa letterale, confermando quanto la graziosa bis-nonna Coco sia la vera, silenziosa protagonista dell’intera opera. Ogni momento clou del film ha la sua canzone, senza essere mai invadente (non è assolutamente un musical), tra i virtuosismi dei chitarristi mariachi e l’allegria dei trombettisti, ponendo giustamente l’accentro su interpretazioni vocali e testi, saltuariamente penalizzati dal doppiaggio italiano, non certo per la qualità in sé, quanto per la forzata traduzione dei testi. Le avrei preferite tutte in spagnolo come “La Llorona”? Certo, però il lavoro è comunque egregio, tipicamente Disney, questione semplicemente di gusti. Applausi scroscianti e richiesta di “bis” vanno a Michael Giacchino, storico compositore con le mani in pasta anche nel medium videoludico, premio Oscar per la colonna sonora del capolavoro Up (con cui Coco condivide molti punti in comune, soprattutto emotivi e qualitativi), a suo agio con ogni genere musicale, un vero e proprio maestro.

Un carro allegorico formato film, un inno alla vita e perché no, anche alla morte, un dualismo tra luce e ombra che finisce in un abbraccio corale che li rende indistinguibili. Due facce della stessa medaglia, poteri incontrollabili, indissolubilmente legati dall’amore per i cari. Un’opera speciale, tutta da vedere e costodire gelosamente nella nostra memoria cinematografica che non ha nulla da invidiare ai suoi più premiati e amati predecessori, anzi, li raggiunge nell’Olimpo dell’animazione.

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