Ep. 31: Scoprimi 'sta cippa

Esiste una parola apparentemente insignificante, isolata e uguale a qualunque altra, che tuttavia nasconde un grande significato. Basti pensare che, ancora oggi, alla lingua Italiana piace parecchio utilizzarla (più come aggettivo che come verbo), in diverse sue varianti derivate che, in genere, accoppiamo al divertimento. “Video-ludico”, “passatempo ludico” e un qualunque altro esempio possa venirvi in mente, sono tutte espressioni derivate da una singola radice: “Ludo”.

 

Nella forma di verbo Latino (sì, lo so che molti di voi saranno allergici alla materia; resistete solo un altro po’), “Ludo” si traduce come “giocare”, “poetare”, “dare spettacolo” e una serie di altri significati; prima ancora di queste cose, tuttavia, il verbo “Ludo” risponde anche alla traduzione di “divertirsi”.

 

La ricerca di Brian Sutton-Smith

Se siete dei videogiocatori (e non vedo altri motivi per cui dovreste essere qui, in tutta sincerità), ci sono buone probabilità che abbiate sviluppato una mente d’acciaio, anti-proiettile, sostanzialmente “a prova di depressione”. La notizia giunge direttamente da un noto psicologo degli anni ’50, uno di quelli che se-non-fosse-esistito-avremmo-dovuto-inventarlo: Brian Sutton-Smith, deceduto agli inizi di quest’anno dopo diversi decenni di brillante contributo alla Scienza.

La ricerca di Sutton-Smith non è certo recente, ma è riecheggiata maggiormente in questi ultimi tempi proprio in occasione della sua morte, man mano che il suo lavoro veniva raccolto e organizzato per i posteri. Lo scienziato è passato alla storia come una sorta di “psicologo del gioco” grazie a una serie di studi condotti per associare le conseguenze del divertimento sul cervello umano, e, per quanto abbia vissuto gran parte della propria vita in un periodo storico in cui i videogiochi non erano neanche in una fase embrionale, egli aveva già intuito qualcosa di fondamentale: che il contrario di “gioco” non è “lavoro”; è “depressione”.

 

Jane McGonigal, autrice di diversi libri e di un recente articolo su Slate.com, si è interessata parecchio all’argomento, e ha condotto una serie di ricerche per indagare più a fondo sulla questione. Stando ai suoi studi, più di 1.23 miliardi di persone giocano ai videogiochi in giro per tutto il mondo, un numero che è certamente destinato ad aumentare. Ma cosa succede di preciso nella mente dei videogiocatori?

 

Videogiochi e Depressione Speciale

 

Sutton-Smith non è stato certo l’unico a indagare il fenomeno. Nel corso degli ultimi anni, diversi scienziati hanno cercato di “dare un’occhiata” all’interno dei cervelli dei videogiocatori (non fisicamente, per l’amor del cielo, i tempi del Nido del Cuculo sono passati da un pezzo) per scoprire cosa succede nella mente di un “player” attivo. Stando ai loro risultati, impegnarsi in una sessione di gioco rende attive due regioni ben precise del cervello: una associata alla determinazione e alla tendenza agli obiettivi (conosciuta come “The Reward Pathways“, “Il Sentiero delle Ricompense”) e una associata all’apprendimento e alla memoria (il ben noto “Ippocampo“).

Il cervello umano accetta sforzi solo a patto di imparare qualcosa di nuovo

E non stupisce certo che due regioni simili siano in collegamento tra di loro, nel corso di una sessione di gioco: tutti i videogiochi, semplici o complessi che siano (il secondo caso è, ovviamente, ancora più efficace) presentano un certo tasso di sfida, che richiede un impegno cognitivo da parte del giocatore per imparare determinate strategie e raggiungere determinati risultati. Quando ci si trova davanti a un videogioco (che sia Candy Crush Saga o l’ultimo Assassin’s Creed), dunque, la nostra mente lavora in vista del raggiungimento di un obiettivo, e il risultato è più semplice da spiegare di quanto si possa pensare: in fondo, quanto è soddisfacente riuscire a sconfiggere il boss finale di un videogioco al massimo livello di difficoltà disponibile?

Il nostro cervello, tuttavia, accetta un tale sforzo cognitivo solo a patto che ci sia qualcosa di nuovo da imparare. È questo il motivo per cui, dopo un certo numero di partite, un gioco ci annoia anche solo pensando di doverlo riprendere in mano per un’altra sessione; ed ecco perché gli adulti (e, ammettiamolo, anche parte dei giovani) trovano così affascinante e pieno di misteri un gioco come FarmVille, che si discosta ben poco da un’avvincente sfida in continua evoluzione.

Come fa notare McGonigal, dunque, non stupisce certamente il fatto che noi stessi saremmo disposti a ripetere (e fallire) lo stesso livello di Angry BirdsCandy Crush Saga più di 20 volte pur di trovare quella piccola intuizione che ci farà andare avanti, consentendoci allo stesso tempo di – appunto – imparare qualcosa di nuovo per proseguire. Chi non è abituato a giocare, solitamente, vede una cosa del genere come un comportamento ossessivo e irrazionale; ma è quanto di più razionale e naturale possa esistere!

 

Videogiochi e Depressione Speciale

 

E, in tutto questo, qual è il legame tra videogiochi e depressione? Presto detto: la comunità di camici bianchi e occhialoni sul naso, infatti, dice con chiarezza che Ippocampo e “Reward Pathways” sono rispettivamente le due aree del cervello che si restringono e vengono gradualmente disattivate quando il soggetto è afflitto da una forte depressione.

E non è difficile intuire come un tale processo sia a dir poco disastroso, per il cervello umano: senza Ippocampo, la nostra capacità di imparare nuove abilità e di elaborare strategie effettive diventa sempre meno sviluppata, fino a deteriorarsi del tutto e sparire quasi completamente; senza “Reward Pathways”, tuttavia, il soggetto inizia ad essere affetto da un complessivo pessimismo e dall’assenza di voglia nel compiere una qualunque attività produttiva. Piuttosto affascinante, non è vero?

L’Escapismo dei Videogiocatori

A questo punto, è più che chiaro il ruolo dei videogiochi in tutto questo: stimolare entrambe le aree durante una sessione di gioco prolungata, infatti, può aiutare a combattere la depressione con risultati a dir poco sorprendenti. La correlazione dimostrata tra diversi studi sui videogiochi e la depressione stessa – un rapporto inizialmente interpretato come “causale”, nel senso che i primi influenzavano negativamente la seconda – è ora molto più chiara, specie se si considera che un altissimo numero di videogiocatori ha dichiarato di affidarsi ai videogiochi per “sfuggire ai problemi della vita quotidiana”: più ci si sente depressi, stressati e sotto-tono, e più si ha voglia di giocare per rilassare il cervello e trovare un sollievo, anche solo momentaneo. La viziosità di questo circolo, tuttavia, può rivelarsi facilmente un’arma a doppio taglio.

I parenti, i coniugi e gli educatori, in buona fede, tendono sempre a consigliare di “lasciar perdere di videogiochi” e di “affidarsi a qualcosa di più concreto”. Ciò non aiuta di certo i soggetti più “fragili”: se i videogiochi sono una fuga dalla realtà e non hanno nulla a che vedere con essa, infatti, i giocatori saranno portati a credere ancora di più nell’efficacia del videogioco come “distrazione dalla vita di tutti i giorni”, e molti di essi rischieranno di sviluppare una forte dipendenza o, addirittura, di subirne un considerevole impatto negativo. La conseguenza: il soggetto, possibilmente, potrebbe non imparare mai ad affrontare le situazioni più disparate della vita, sprofondando in uno stato di depressione cronica ogni volta che sarà lontano dalla sua console.

 

Ma i videogiochi non dovrebbero mai essere un problema: Affidarsi ai videogiochi semplicemente come sfogo e vederli come una via di fuga dalla vita quotidiana può risultare addirittura dannoso per il nostro cervello, a lungo andare. Il rischio è che si perda letteralmente di vista la realtà come nel migliore dei romanzi distopici, seppellendo il “coraggio” in una metaforica stanza blindata all’interno del nostro corpo da cui non potrà mai uscire. Conseguentemente, un giocatore che non riesce ad affrontare la propria vita non troverà mai la forza di affrontarla per davvero, se adotta un atteggiamento “escapista” nei confronti del mondo e dei suoi problemi.

 

Videogiochi e depressione

 

E come dargli torto? All’interno di un videogioco, il giocatore si sente il protagonista di una nuova vita, una vita in cui egli stesso è l’eroe che riesce a sbaragliare decine e decine di malvagi, che funzionano decisamente meglio se possiedono un aspetto sgradevole e rappresentano una sfida da superare. All’interno di un videogioco, il giocatore vince tante piccole battaglie; ma basterebbe cambiare l’approccio ai videogiochi stessi, per rendersi conto che un tale atteggiamento può essere adottato anche in senso positivo.

 

I videogiochi presentano sempre un altissimo numero di sfide…

Si pensi al gran numero di serie di videogiochi che garantiscono un’ampia gamma di sfide diverse per i giocatori, aiutandoli a imparare sempre qualcosa di nuovo: che si tratti di migliorare la propria creatività (MinecraftLittleBigPlanet), imparare a risolvere problemi sempre più articolati (Portal), migliorare le capacità sotto pressione (League Of Legends), lavorare sulla precisione (Guitar HeroRocksmith) o mettere insieme dei pezzi per risolvere un problema (L.A. NoireHeavy Rain), i videogiochi presentano in ogni caso un altissimo numero di sfide che, se risolte, possono seriamente aiutare un qualunque giocatore a portare le sue abilità di problem-solving nel mondo reale a un “livello successivo” (gioco di parole voluto). Ma ciò che è più importante, in un caso del genere, è sicuramente l’impatto sul cervello che un approccio simile potrebbe avere: l’esatto contrario di una forma di escapismo molto radicata.

… Che possono aiutare a migliorarsi nella vita reale.

Sì, perché affidarsi ai videogiochi per migliorare le proprie abilità può aiutare in molti modi a diventare più socievoli, meno depressi e molto più coinvolti nella vita di tutti i giorni: alcuni studi condotti dalla stessa Jane McGonigal hanno dimostrato una sostanziale riduzione di ansia e depressione nei soggetti “sottoposti” per un mese a sfide giornaliere, come, appunto, i videogiochi; e questo perché ogni partita corrisponde a un altissimo impiego di risorse mentali, emotive e sociali (basti pensare alla vastità di titoli come The Witcher 3, in cui è necessario costruire e coltivare anche relazioni interpersonali) che si impiegano nell’apprendimento di qualcosa di sempre nuovo, atto a raggiungere obiettivi sempre maggiori. Non è certamente un caso che qualunque videogioco introduca il giocatore a partire dal livello di difficoltà più basso, spronandolo a imparare sempre nuove tecniche per proseguire efficacemente nella storia.

 

Videogiochi e depressionePer fare ciò, contrariamente a quanto si possa pensare, non è assolutamente necessario modificare il tipo di giochi da piazzare sulla propria mensola: è sufficiente concentrarsi sul modo in cui ogni singolo titolo può insegnarci qualcosa di nuovo su di noi o sulla nostra vita. Costruire i propri punti di forza all’interno di un videogioco può essere una partenza più che efficace per iniziarne lo sviluppo anche nella vita reale; basta sapere come imparare da ogni esperienza “ludica” (appunto) che ci ritroviamo ad affrontare. Non a caso, chiunque potrebbe dire quanto sia facile “imparare qualcosa” quando ci si diverte. Basterebbe chiedersi: cos’è che rende un gioco complicato? Quali abilità sono necessarie per eccellere in un nuovo titolo? In cosa si è migliorati fin dal primo momento che si è imbracciato il pad (o la tastiera) per una nuova avventura? E c’è un modo in cui è possibile applicare le stese abilità nella vita di tutti i giorni per risolvere un problema o per raggiungere un obiettivo?

 

E non lasciatevi spaventare dalla difficoltà delle risposte: un titolo apparentemente fine a se stesso e privo di “insegnamenti” pratici – come l’ultimo capitolo di Metal Gear Solid, ad esempio – può nascondere un gran numero di risposte altrettanto soddisfacenti sotto la superficie; pensate che chiunque sappia scegliere il personale o gestire le transazioni di denaro a capo di un’organizzazione privata?