Recensione
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Devil May Cry HD Collection era un’operazione riuscita a metà già nel 2012. Non sorprende scoprire che nel 2018 la testa del pesce puzza – se possibile – anche di più…

Da serie senza padrone a serie senza identità il passo e breve, e lo sa benissimo l’acchiappademoni in spolverino rosso – e ormai in pratica solo spolverato occasionalmente da Capcom. L’alternarsi di capitoli riusciti a episodi meno capiti, lo spaccarsi della fanbase stessa della serie (lo abbiamo visto qualche settimana fa, DmC era stato accolto tra i fischi ma col tempo qualcuno ha cambiato idea) e, a dirla tutta, anche il fatto che è ormai da cinque anni che da Osaka non arriva un vero e proprio capitolo nuovo, non depone sicuramente a favore di Devil May Cry.

Devil May Cry HD Collection di fatto riflette l’immagine che Capcom ha della sua saga action: nel dubbio, rimasterizza

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Versione testata: PlayStation 4

 

Tre giochi, due capolavori.

 

Una pietra angolare, prima ancora che miliare

Questo in buona sostanza riassume perfettamente il contenuto di questa HD Collection. Perché il primo Devil May Cry trascende il concetto di “pietra miliare” per incarnare quello di pietra angolare, su cui poi Papa Kamiya e i suoi successori edificheranno la Chiesa dello Stylish Action. E perché il terzo capitolo, tutt’ora uno dei punti più alti (se non il punto più alto) toccati dalla serie, riesce laddove la pecora nera Devil May Cry 2 aveva fallito – sul perché e il percome questo flop si sia concretizzato, abbiamo già speso qualche parola – svecchiando una serie che ne aveva bisogno e portando su schermo uno dei Dante più tamarri, esagerati e stylish (scusate se è poco) mai visti in cinque capitoli canonici.

Tre giochi, due capolavori. Ma rimasterizzati in modo che definire “sommario” sarebbe generoso.

Già ai tempi della prima rimasterizzazione su PS3 e Xbox 360 il lavoro dietro la raccolta era senza ombra di dubbio pigro, tradendo i fini di un’operazione pensata più per il business che per il desiderio di restituire la gloria che meritavano i contenuti su disco. Menu in 4:3, filmati non rimasterizzati, nessun extra e, in pratica, un lavoro di pulizia tutt’altro che certosino e concentrato quasi del tutto sui modelli poligonali dei personaggi giocabili. Il risultato però, cinque anni fa, non era poi così grottesco: dopotutto giocavamo a 720p, dietro dei pannelli che si accontentavano di questo HD Ready o al massimo toccavano un Full HD comunque non così trasversale, ed insomma eravamo abituati a degli standard più bassi.

 

Ma oggi?

Oggi siamo nel mezzo della generazione 8.5, vissuta a colpi di 4K, console potenziate e televisori c*zzuti.

 

E Devil May Cry HD Collection ne esce con le ossa rotte, visto che il lavoro di rimasterizzazione è rimasto lo stesso e si è limitato a spingere il tutto a 1080p – già, avete PS4 Pro o Xbox One X? Il supporto 4K rimane comunque appannaggio solo della versione Steam. E i PC Master Race ringraziano. Se ci si aggiunge che si sta parlando di titoli che, anche nel migliore dei casi, hanno più di una decina di anni sulle spalle – in un genere che è ad alto invecchiamento, specie dopo il debutto sul mercato del gamechanger Bayonetta – è logico parlare di un risultato finale alle soglie del deludente.

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Il primo Devil May Cry mostra tutto il legno e il gesso propri di un titolo apripista del genere, che paga la sua carta di identità. Certo, se ne apprezzano comunque le idee fortissime e totalizzanti, come l’indicatore dello stile che verrà ripreso da tutto il resto della serie (e dai suoi emuli) e l’attitudine ludica, fatta di combo, sfida e tecnicismi. E se ne apprezza anche la caratterizzazione dei personaggi, la storia raccontata – per quanto ovviamente non si tratti di Shakespeare – e gli intenti di quanto messo a schermo. Ma il tutto è invecchiato, e non si può dire il contrario.

 

Devil may Cry 2… Beh, nel box in fondo alla recensione lo trovate nella colonna dei contro. E a ragione, secondo chi vi sta scrivendo: al di là del fatto che si tratti di uno dei sequel più deludenti che l’industria ci abbia mai propinato – nonostante qualche buona idea, ripresa e riadattata dai capitoli successivi – è un titolo in cui si respira mediocrità a pieni polmoni. Un netto passo indietro rispetto al primo capitolo, con cui condivide molta dell’ossatura di base e che quindi, allo stesso modo, risulta invecchiato. Perché rimasterizzare non una, ma ben due volte, un titolo del genere, ricordandoci della sua esistenza?

 

Il terzo capitolo, come detto, è quello che accusa meno il colpo. Vuoi per il suo battle system più moderno, vuoi per un’età anagrafica più vicina a noi rispetto agli altri due titoli riproposti, vuoi perché comunque si tratta di un prodotto dannatamente ricco di contenuti e capace di cambiare faccia sia grazie agli stili di Dante che alle armi equipaggiabili (e con il notevole extra di poter giocare l’esperienza nei panni di Vergil). O anche più banalmente, vuoi per il lieto ricordo che i fan della serie coltivano nella loro memoria. Qualunque sia il motivo – noi propendiamo per un mix di tutti i fattori elencati – pad alla mano Devil May Cry 3 si riconferma un prodotto solido, longevo e divertente da giocare, e regge bene alla prova del tempo sul piano ludico. Su quello visivo… Lasciamo perdere, un po’ il tema portante di questa recensione, d’altra parte.

In conclusione...
6
“La monnezza che ho rimasterizzato...”
Devil May Cry HD Collection porta su PS4, One e PC i capitoli della saga che ancora mancavano all'appello. E grossomodo i suoi meriti finiscono qui, visto che si parla di un'operazione di adattamento pigra e al risparmio, priva di quel mordente che in questi casi ci si aspetterebbe e pensata essenzialmente solo per fare cassa. Giocatore avvisato, mezzo salvato: si tratta di un prodotto da avere solo se si è vergini di Dante (quello videoludico) o se si è degli irriducibili della serie.
Due must-play su tre
Devil May Cry 3
x Devil May Cry 2
x Rimasterizzazione pigra

due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. È il magnaccia a capo degli aspetti creativi del progetto, dal layout fino alle questioni autorali: la sezione Speciali è la sua Mother Base, e Gameromancer - il podcast videoludicamente scorretto il mezzo con cui terrorizza anche l'etere.
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