Se oggi siamo qui a parlare di NieR Replicant ver.1.22474487139 è grazie a NieR:Automata. Va detto, è un mezzo miracolo se, oggi, il grande pubblico è riuscito a mettere le mani su NieR, titolo bistrattato dai più al momento della sua prima pubblicazione nel 2010 su Playstation 3. A NieR Replicant si arriva fondamentalmente in due modi: o si è arrivati qui grazie ad Automata, lezione interattiva d’empatia che ha finalmente messo il nome di Yoko Taro sul radar dei videogiocatori di tutto il mondo, o si è tra quei pochi che NieR l’hanno apprezzato davvero già all’epoca. In ogni caso questo remake è stato in grado di rendere finalmente giustizia alla visione artistica di Yoko Taro dopo anni di oblio imposto dalla mancanza di mezzi e di fondi che ne hanno inficiato il successo.

Come all’epoca del lancio della sua prima incarnazione, però, NieR Replicant resta uno dei videogiochi più difficili di cui scrivere una recensione. Il risultato finale è incredibilmente positivo rispetto ad undici anni fa, ma non pensiate che quello che vi troverete per le mani sia un bel videogioco. Tutt’altro: NieR Replicant è un pessimo videogioco, ma rimane lo stesso una grande opera. Provo a spiegarmi.

Yoko Taro: Genio, artista, bugiardo

NieR Replicant è un videogioco incredibilmente vecchio. Lo è nella sua struttura, nel suo quest design e nella concezione stessa di che cosa significhi essere un videogioco. E, badate bene, non è un videogioco vecchio per gli standard odierni, in certe cose è indietro di due se non tre generazioni videoludiche. Taro, però, controbilancia questa sua (a volte) insostenibile anzianità con dei colpi di genio che sono puro estro creativo. Nel mondo reale tende a sottovalutarsi, parla dei suoi titoli come se fossero scarti di infimo livello e non si attribuisce alcun merito. Yoko Taro, però, è un artista e ,come tutti gli artisti, mente. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che, oggi, io possa aver messo le mani sul remake di un titolo universalmente considerato di scarsissimo livello. Ci teneva davvero che NieR Replicant potesse arrivare a tutti.

Nier Replicant Recensione

Se ciò che racconta dei suoi videogiochi fosse vero, NieR Replicant molto semplicemente non esisterebbe. Invece dietro alla maschera dietro cui si nasconde in pubblico c’è una persona che ha delle idee fortissime, e che è pronta a tutto pur di trasmetterle al prossimo. Gli sono sempre mancati i mezzi, e la mancanza di mezzi lo ha allontanato dal grande pubblico. Ora che Automata ha cambiato le carte in tavola, però, è riuscito nell’impresa quasi impossibile di rispolverare NieR per fare in modo che ciò che aveva da dire arrivasse all’orecchio di più persone. Questo per dire che anche dietro al velo di apparente incapacità tecnica di NieR Replicant è evidente che ci sia qualcosa, ed è proprio quel qualcosa ad avermi spinto fino in fondo.

NieR Replicant propone uno scambio impari al giocatore

Sul piatto c’è un gioco tecnicamente arretratissimo che il più delle volte riesce nell’impresa di essere incredibilmente noioso e frustrante. Quello che mi è stato richiesto è uno scambio: una notevole quantità di ore della mia vita per scoprire cosa c’è nella tana del bianconiglio. È come se le lacune del comparto ludico rappresentassero una barriera d’accesso, quasi come se NieR Replicant volesse scremare il suo pubblico per valutare chi merita davvero l’accesso ai suoi segreti e al suo senso più profondo. Il prezzo da pagare sono la sua ripetitività ossessiva, le sue fetchquest frustranti, la sua debolissima coerenza interna ed una quantità immonda di backtracking fine a sé stesso. Ciò che ho ottenuto in cambio però è un’esperienza complessa, toccante ed assolutamente unica. Una di quelle esperienze che solo autori come Yoko Taro e pochi altri hanno avuto il coraggio e la fortuna di proporre all’interno del mercato mainstream.

NieR Replicant evade dal concetto di oggettività. È una cosa che non gli appartiene affatto. Perché se lo si guarda da lontano non si possono non notare i suoi limiti giganteschi. È un videogioco lento, grezzo, frustrante e fondamentalmente sbagliato. Pad alla mano, però, cambia tutto perché, anche nei momenti in cui il suo livello qualitativo sprofonda irrimediabilmente, Yoko Taro tira fuori dal cilindro uno dei suoi colpi da maestro e salva la baracca. Ancora, ancora e ancora. Sembra quasi che lo faccia apposta e mi sono sentito costantemente preso in giro dai suoi capricci di finto incompetente allo sbaraglio. Il segreto di NieR Replicant, per me, è proprio questo: decidere di stare al gioco e sfidarsi a proseguire fino in fondo, ciclo dopo ciclo, per scoprire cosa c’è dall’altra parte.

Uno, nessuno, centomila videogiochi

NieR Replicant è una parodia del più classico degli hack and slash giapponesi simil-anime. Ci sono un mondo sull’orlo dell’apocalisse, un protagonista giovane un po’ edgy e mostri pronti ad uccidere chiunque gli si pari davanti. Messa giù così sembra il più generico dei videogiochi nipponici che si siano mai visti. La sua forma assolutamente non brillante – per quanto questo remake abbia rimesso a posto un’infinità di problemi tecnici dell’originale, soprattutto per quanto riguarda il combat system diventato oggi sensibilmente più fluido e divertente – potrebbe bloccare moltissimi avventori. Come in Automata, però, ci si scopre ben presto in balìa della visione autoriale di Yoko Taro e del suo team creativo. Nier Replicant si trasforma in continuazione. Da action generico diventa uno shoot ’em up, un platform, introduce piccoli puzzle, si veste da roguelite e da pseudo horror in bianco e nero a telecamera fissa che strizza l’occhio a Resident Evil.

Il tutto con un’incoerenza così evidente e marcata da fare il giro e diventare incredibilmente coerente. Ciò che è lampante ad uno sguardo più attento, però, è come queste variazioni non siano inserite tanto per, ma che racchiudano un senso ben preciso e delle scelte autoriali molto chiare. È il caso delle sezioni in cui NieR Replicant torna alle radici del videogioco trasformandosi in un’avventura testuale a la Zork. Potrebbe sembrare un’esplicita dimostrazione della mancanza di mezzi e fondi che ha azzoppato l’opera originale e, di fatto, lo è. Quelle sezioni, però, nascondono una precisa scelta autoriale: sono tutte ambientate all’interno dei sogni dei protagonisti e obbligano chi sta dall’altra parte dello schermo a riempirne il vuoto con la propria immaginazione. Una scelta sicuramente un po’ goffa, ma che se inquadrata nella maniera corretta è in grado di raccontare da sola l’estro creativo di chi sta dietro a NieR Replicant.

Di cicli ed eterni ritorni

NieR:Automata Avrete notato che questa recensione di NieR Replicant contiene diversi riferimenti ad Automata. Io, e la stragrande maggioranza del pubblico, Yoko Taro l’ho conosciuto così, e la mia esperienza di Replicant ne è stata fortemente influenzata.

Chi ha già giocato ad Automata si troverà incredibilmente a proprio agio con certi elementi della narrativa di Replicant. È un po’ il segreto di Pulcinella, ma è bene chiarirlo: NieR Replicant non si esaurisce in una sola run. Sono necessarie cinque run (non intere, quantomeno) per giungere al true ending del gioco. Una in più rispetto al’originale, a cui è stata aggiunta una porzione di gioco che da sola vale l’intero prezzo del biglietto anche per chi arrivò a vederne il finale undici anni fa. Ecco che torna ancora una volta il discorso dello scambio impari offerto da NieR Replicant, per cui è necessario attraversare le stesse identiche situazioni un’infinità di volte per vedere la luce in fondo al tunnel. A dirla tutta sembra assurdo che quanto aggiunto in questa sede mancasse nell’esperienza originale, vista la sua potenza e, soprattutto, il suo significato a livello narrativo.

Certo, Automata rappresenta un miglioramento gigantesco nella gestione dei cicli narrativi necessari per il pieno compimento dell’opera. Va detto però che, per me, buona parte del fascino di Replicant sta proprio nel suo essere una sorta di terreno di prova per quello che è venuto dopo, del suo successo creativo e, perché no, commerciale. Al netto del fatto che i requisiti per sbloccare tutti i possibili finali sono l’eredità di un passato videoludico che per fortuna è stato dimenticato, in Replicant è possibile ritrovare i primi germogli delle idee che hanno finalmente portato Yoko Taro ad essere riconosciuto per le sue capacità. Non è una cosa da poco.

Una, nessuna, centomila mancanze

Stilare una lista di tutte le cose che non funzionano in NieR Replicant richiederebbe davvero troppo tempo. Il gioco è letteralmente funestato da una gestione atroce delle quest secondarie, da un backtracking forzato e assolutamente inutile e da una pessima gestione dei ritmi narrativi. Le grandi mappe completamente attraversabili sono spoglie e sembrano essere messe lì giusto come intervalli succhia-tempo tra una missione e l’altra, e assomigliano più alla vuotezza della Santa Destroy di No More Heroes che ad un qualsiasi open world riempito a forza di collezionabili ed NPC. Le sezioni narrative, al contrario, non hanno quasi mai abbastanza respiro per esprimere al meglio la forza incredibile del cast di personaggi, che avrebbe meritato molta più spazio e attenzione.

Tutti questi elementi hanno un peso non indifferente. È quasi impossibile girarci attorno, sono tanti, troppi, e presi tutti assieme rischiano di demolire la percezione che si ha di NieR Replicant. Poi però a queste lacune gigantesche si affiancano dei momenti di altissimo livello di cui è difficile, se non impossibile, non percepire chiaramente il valore. Tolta la colonna sonora splendida (sul serio, Song of the ancients cantata da Devola è una delle canzoni più belle dell’intera storia del medium), NieR Replicant contiene dei piccoli frangenti di una bellezza spaventosa, e ciclo dopo ciclo se ne apprezza sempre di più il valore. Dalla meraviglia della città di Facciata e la struggente storia del suo re alla storia dei due fratelli del cumulo di ciarpame, Replicant racconta un mondo triste e abbandonato a sé stesso in cui l’umanità viene raccontata in maniera incredibilmente onesta e toccante.

Una questione d’equilibrio

La sovversione dei canoni classici del genere sta tutta qui, e basta per sopportare il peso di tutte le mancanze del gioco. Per non parlare della delicatezza estrema con cui Taro racconta Kainé, che per quanto mi riguarda è il miglior personaggio che abbia mai scritto. Parliamo di un personaggio intersessuale trattato con una cura spaventosa a livello narrativo, che oggi risalta ancora di più grazie alla grande attenzione riservata alle tematiche di genere a livello sociale, un personaggio che andava preso a modello già undici anni fa per il modo in cui il suo background si intreccia alla trama del gioco e che oggi brilla più luminoso che mai. Kainé è sboccata, violenta, provocante e, sotto sotto, incredibilmente tenera. In un certo senso rappresenta alla perfezione le mille anime e le contraddizioni di NieR Replicant.

Di fatto parlare di Replicant si riduce a questo: bisogna arrivare in fondo e mettere sul piatto l’intera esperienza complessiva. NieR Replicant si riduce alla scelta di ogni giocatore che decide di scontrarcisi di premiarne i pregi o sottolinearne i numerosi difetti. Personalmente credo che trovare un equilibrio tra le due cose sia fondamentalmente impossibile, e la forza dell’opera sia proprio questa. NieR Replicant obbliga chiunque gli si pari davanti ad attivarsi e faticare per sviluppare un’opinione critica a riguardo. Per quanto riguarda chi scrive, il computo finale è molto positivo, ma aspettatevi di potervi trovare in assoluto disaccordo con me in quanto Replicant è una delle opere più divisive e difficili da inquadrare di tutto il panorama videoludico attuale. E Dio quanto sono belli i videogiochi così divisivi.

Giustizia è fatta per Yoko Taro, anche se in ritardo di unidici anni.

Voto e Prezzo
8 / 10
45€ /60€
Commento
NieR Replicant Ver.1.22474487139 è uno dei videogiochi più complessi e divisivi che si possano trovare in commercio. Tra difetti giganteschi e pregi assoluti, quella di Taro è un'opera incredibilmente difficile da inquadrare, e la sua riuscita è strettamente correlata all'esperienza che ognuno si trova a vivere al suo cospetto. Ad undici anni di distanza dalla sua prima incarnazione, NieR Replicant arriva finalmente ad un pubblico che ha scoperto ed imparato ad amare l'estro creativo di Yoko Taro, finalmente supportato a dovere da un budget più adeguato (per quanto non stellare) e che ora può mettere le mani sulla versione migliore dell'opera, che per quanto sia invecchiata terribilmente sotto moltissimi punti di vista, in questo remake gode di un comparto tecnico decisamente migliorato e più fluido di un tempo. Il nuovo True Ending aggiunto in questo remake, tra l'altro, è di una bellezza spaventosa, e vale da solo il prezzo del biglietto.
Pro e Contro
Colonna sonora meravigliosa
Cast di personaggi brillante
Nuovo finale da brividi

x Minimappa odiosa
x Backtracking frustrante
x Pessime missioni secondarie

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