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Recensione Dungeon Punks

Il genere dei picchiaduro, ormai da tempi non sospetti, ha scoperto che andando a “rubare” qualche caratteristica dai giochi di ruolo riesce a dar vita ad un’alchimia di meccaniche semplici ma insospettabilmente profonde e longeve. Ne sa qualcosa Vanillaware, che seguendo questo percorso qualche anno fa ha confezionato l’ottimo Dragon’s Crown, ma anche The Behemoth qualche anno prima aveva tentato un esperimento simile con il fenomeno Castle Crashers. Con Dungeon Punks Hyper Awesome Entertainment prova a confezionare un’esperienza su questa falsariga: avrà abbastanza carattere per emergere o si tratta del classico “compitino”?

Versione testata: Playstation 4

Il mercenario pasticcione
La storia ci prova, ma viene azzoppata dai wall of text presenti

Dungeon Punks racconta una storia che, pur essendo immersa in un universo fantasy dei più classici (re e regine, cavalieri, stregoni cattivi e chi più ne ha più ne metta) adotta un tono leggero e scanzonato: il giocatore si troverà alla guida di un commando di mercenari un po’ troppo svagati. La storia infatti procede essenzialmente un equivoco dopo l’altro, dalla premessa che vede la squadra entrare in servizio presso una corte dopo aver causato dei danni alle prime aree, dove è necessario eliminare un piromante che tiranneggia una zona e, a cose fatte, si scopre di aver preso di mira lo stregone sbagliato. Il tutto, sulla carta, funzionerebbe e sarebbe allineato allo stile visivo scelto per mettere in scena il tutto (ci torneremo, al solito, nell’ultimo paragrafo della recensione), ma l’idea viene azzoppata dalla gestione scelta per i dialoghi: si viene in buona sostanza messi davanti a dei muri di testo, abbastanza classici per il genere (e l’ambientazione) di riferimento ma del tutto in controtendenza con quello che, in fondo, vuole essere il tono della produzione. Ad ogni modo il tutto si dipana attraverso 12 livelli (che corrispondono ad altrettante aree), anche se bisogna tenere conto di un certo grinding necessario a raggiungere un livello sufficiente ad affrontare la zona successiva.  Dungeon Punks infatti non lesina sul fronte della sfida, richiedendo quindi degli sforzi aggiuntivi (che purtroppo, sono solo giustificati dall’accumulare più esperienza) rispetto al semplice “completa il livello e affronta subito il successivo”.

Fuori dal mio sotterraneo!
Un battle system che non rivoluziona nulla, ma è senza dubbio solido

Dal punto di vista delle meccaniche, come detto, Dungeon Punks è un beat ‘em up a scorrimento sulla cui base poi si vanno ad innestare alcuni aspetti mutuati dal gioco di ruolo. Ci si sposta con il D-Pad o la levetta sinistra, mentre al tasto X è riservata la funzione di attacco base e di raccolta degli oggetti che cadono a terra quando si distrugge qualcosa o si abbatte un nemico (da questo punto di vista sarebbe forse stato meglio “modernizzare” il tutto implementando la raccolta automatica al passaggio sopra l’oggetto). Combinando quadrato con una delle direzioni si ha invece accesso, se sbloccati per il personaggio in uso dallo shop in-game, agli attacchi a base di mana, soggetti alla ricarica dell’apposita barra. Cerchio invece permette, qualora nel party sia presente (per il personaggio in utilizzo) anche un personaggio di supporto di scambiare i due, scelta che di fatto va a portare il numero di personaggi utilizzabili da tre (agli inizi) a sei (assegnando un cambio ciascuno). Ci sono poi le mosse speciali, dotate di una barra che si riempie man mano che si raccolgono degli oggetti specifici nel livello: più questa è piena, più letale sarà la tecnica rilasciata, lasciando l’onere al giocatore di decidere se risparmiare tutto per il gran finale (tipicamente il boss del livello) o se utilizzarla a piccole dosi durante le schermaglie contro i nemici minori. Chiudono i due grilletti, utilizzati per ingerire le pozioni raccolte (e recuperare salute) o per azionare la parata/schivata. Su questa base poi si innestano le citate meccaniche da RPG, che vedono i personaggi progredire e diventare più forti man mano che si raccoglie esperienza e si sale di livello, sbloccando l’accesso ad armi e scudi più efficaci durante la progressione (da acquistare con la valuta raccolta durante e come ricompensa per le missioni). Negli shop è anche possibile potenziare ed acquistare le citate mosse speciali di ciascun personaggio, andando quindi ad aumentare le frecce a disposizione dell’arco degli “eroi” del party o potenziandone le singole tecniche in modo da renderle più efficaci. È forse questa una delle fasi più tediose e meno riuscite dell’esperienza, complice un’interfaccia troppo spartana e non particolarmente comoda nella fruizione.

La campagna è inoltre giocabile in cooperativa (con la possibilità di disattivare, volendo, l’ininfluente fuoco amico, più un fastidio in termini di occasioni mancate di colpire che altro), ed è presente anche una modalità dedicata al PvP grazie alla Joust Mode. Aggiunta indubbiamente interessante, visto che non si limita semplicemente a mettere uno contro l’altro i giocatori (anche qui, fino ad un massimo di 3), ma butta nella mischia anche nemici e, per ogni area (le stesse della campagna) un Boss con cui fare i conti mentre ci si scambia mazzate con avversari umani e controllati dalla CPU. Cooperativo o competitivo che sia, il multiplayer comunque è confinato alla sola console su cui il gioco è in esecuzione, vista la mancanza della possibilità di giocare online.

Quadri anonimi
Un po’ anonimo visivamente

Dal punto di vista tecnico, come spesso in questi casi, l’esperienza va avanti liscia e senza problemi di sorta grazie all’assist dato dal comparto visivo, sicuramente alla portata dell’hardware di Playstation 4 e non particolarmente bisognoso quando si parla di risorse. Il difetto qui, semmai, è che il tutto ha un taglio abbastanza anonimo e non particolarmente brillante, laddove per esempio i due titoli citati in apertura dimostravano un certo carattere già solo con il semplice impatto una volta saliti sul palcoscenico.

Verdetto
7 / 10
Cioè, cioè adesso dovrei leggere col pene?
Commento
Dungeon Punks paga, banalmente, alcune disattenzioni che lo costringono un gradino sotto ad altri titoli dello stesso genere (e con caratteristiche simili). Per quanto l'idea della Joust Mode risulti riuscita e il gameplay di base comunque sia decisamente solido il tutto va a cozzare con una certa rozzezza per quanto riguarda l'interfaccia (negli shop, ma anche nelle fasi di storytelling) e con un grinding quasi obbligato e non giustificato da nessun espediente secondario. Non si tratta sicuramente di un brutto titolo e anzi, gli appassionati del genere probabilmente ci si divertiranno, ma sicuramente il genere offre prodotti con caratteristiche simili capaci di fare meglio.
Pro e Contro
Gameplay solido
Joust Mode divertente

x Multiplayer solo locale
x Un po' anonimo
x Storia mal raccontata
x Interfaccia migliorabile