Lunediscord #2: Death Stranding, prima parte

Recensione Bound

Il tema del viaggio è da sempre uno dei punti di partenza di qualsiasi videogioco. Abbiamo salvato regni e principesse, siamo scappati e rivendicato la nostra identità o quella del nostro popolo, siamo cresciuti affrontando i nostri demoni interiori. Abbiamo riso, pianto, vissuto nel terrore. Ma alla fine completato la nostra missione, pronti a ripartire per nuovi mondi, per nuove storie, per nuove emozioni.
Ogni viaggio ci ha lasciato qualcosa, ogni avventura è un tassello di quello che siamo o diverremo. E dietro ad ogni gioco si nasconde una filosofia, un messaggio, un insegnamento di cui fare tesoro. Il viaggio è stato per molti titoli un tema portante sul quale sono state costruite avventure affascinanti. Basti pensare a Journey, che già dal titolo inneggiava ad un’odissea digitale nel quale il suo personaggio era pronto ad affrontare mille peripezie pur di giungere alla meta, diventando quasi l’emblema di un nuovo filone ludico, nel quale l’arte incontra l’intrattenimento digitale, fondendosi in un’unica essenza. In tempi più recenti è toccato ad ABZÛ, che pur trattando altre tematiche, ne condivideva lo stesso destino. Siamo di fronte ad esempi di “non gioco”, dove il gameplay è vittima incosciente della comunicazione visiva, la quale ha il sopravvento su tutto e tutti, riuscendo al tempo stesso a valorizzare quello che per altri titoli potrebbe essere (l’assenza o quasi di gameplay) un punto a sfavore. Oggi, a solo un paio di settimane dalle bellezze marine di ABZÛ, tocca ad un altro titolo che fa del viaggio e delle atmosfere oniriche il proprio cavallo di battaglia. Stiamo parlando di Bound, sviluppato dai polacchi Plastic Studios (Linger in Shadows, Datura), in collaborazione con Santa Monica Studio, disponibile dal 16 Agosto al prezzo di 19,99€, in esclusiva su PlayStation 4.

Dancing Queen Princess

Bound, come Journey e ABZÛ prima di lui, non ci racconta in modo diretto una storia, ma si affida alla potenza delle immagini e allo spirito intuitivo del giocatore per interpretare i messaggi che ci vengono inviati, così da ricostruire una traccia del racconto che andremo a vivere. Il gioco si aprirà su una spiaggia, con una donna in dolce attesa assorta nei propri pensieri. In mano un diario, tra le cui pagine sono annotati dei disegni appartenenti al passato. Dopo averne sfogliata qualcuna verremo catapultati in uno strano mondo, un regno apparentemente sotto l’attacco di una misteriosa minaccia.

Qua, una regina farà affidamento sulle capacità della figlia per riportare l’ordine nel reame, intraprendendo un viaggio per sconfiggere l’essere che ha portato scompiglio. Basterà poco per rendersi conto che il mondo in cui ci troviamo è frutto della fantasia della ragazza, nel quale rivivrà i ricordi della sua infanzia, facendo riaffiorare un trauma che l’ha segnata per sempre. Proprio per desiderio degli sviluppatori non ci addentreremo volutamente sulla storia evitando dettagli che potrebbero rovinarvi la sorpresa, in quanto, contrariamente ai già citati Journey e ABZÛ, Bound riesce ad essere meno fumoso nel suo racconto rispetto ai suoi “colleghi”, concretizzandosi in un finale che non lascia spazio a vaghe interpretazioni, giocando su un montaggio raffinato della storia e sui punti di vista del racconto.

Ballo ballo ballo da capogiro

La particolarità di Bound sta nel suo mondo e nel modo di affrontarlo, lasciando al giocatore piena libertà decisionale su come intraprendere questo viaggio. Ogni pagina del diario corrisponderà ad un livello preciso e l’ordine scelto ne modificherà diversi elementi, sia grafici che concettuali, aprendo nuove strade e percorsi, rendendo ogni playthrough diverso dal precedente. La nostra eroina, qua nelle vesti della principessa, dovrà superare i vari livelli raccogliendo dei frammenti sparsi lungo il percorso che andranno a ricomporre un mosaico che rappresenta i ricordi della ragazza. E per farlo dovrà spingersi all’interno del mondo di Bound, un posto inospitale e corrotto, eseguendo passi di danza che l’aiuteranno a superare gli ostacoli che si troverà davanti. In questo caso i comandi sono semplici e quasi impalpabili, il tutto abbastanza automatizzato e in grado di creare continuità nei movimenti della principessa ballerina, che appariranno sinuosi ed armonici grazie alla cura posta nel catturare animazioni precise e dinamiche.

Con la pressione di R2 potremo ballare, utilizzando dei nastri che andranno a creare una sorta di scudo che schermerà gli attacchi nemici. Unitamente al grilletto potremo usare uno dei pulsanti frontali, che permetteranno di modificare la danza servendoci di altri passi che modificheranno le nostre coreografie a schermo. Con X potremo effettuare dei salti, mentre Cerchio e Quadrato saranno impiegati rispettivamente per rotolare e schivare, mosse utili per evitare i nemici. Anche se parlare di nemici è improprio, visto che la minaccia verrà dall’ambiente circostante che farà di tutto per bloccarci, limitando i nostri movimenti tramite delle specie di tentacoli o una nebbia capace di inibire qualsiasi azione. Nonostante questo non potremo mai morire, e l’unica situazione a rischio nasce da un platforming non pulitissimo a causa della difficoltà nel cogliere con precisione le dimensioni dell’ambiente e dei suoi spazi. E anche in caso di caduta ricominceremo da un punto precedente, pronti per effettuare nuovamente il salto. Di base quindi Bound è un platform 3D sperimentale, la cui forza nasce non tanto dalla qualità del suo gameplay, di per se abbastanza basilare e poco stimolante, ma dal level design che diventa protagonista assoluto di questa nuova produzione Plastic Studios.

 

L’esperienza PS VR

Come promesso dagli sviluppatori all’uscita del gioco, Bound si è aggiornato per sfruttare PlayStation VR, il nuovo visore di Sony dedicato alla realtà virtuale. Dopo aver giocato e apprezzato Bound in ogni suo aspetto la curiosità sull’implementazione di questa nuova esperienza nelle meccaniche del gameplay era alta. Bound, in questa nuova “forma virtuale” spiazza un po’ le aspettative, e rispetto a molti alti titoli usciti in questi giorni, probabilmente dovuto alla visuale in terza persona usata, sfrutta il visore buttandoci letteralmente dentro al gioco offrendo un nuovo punto di vista dell’avventura. Potremo quindi, da buoni voyeur digitali, vivere l’avventura da dentro, osservando il mondo (e le vicende) attraverso i nostri occhi. Se sotto il profilo dell’immersione questa salirà alle stelle, donandoci scorci e panorami veramente stupendi, dove abbiamo una perdita di qualità è nel sistema di controllo. L’obbligo allora glforzato all’uso di una telecamera statica rende difficoltoso il movimento della nostra protagonista, complicando ulteriormente le cose durante le fasi platform. E’ vero che si può modificare la prospettiva, avvicinandoci e cambiando l’angolo della telecamera di 45°, ma è una soluzione per nulla immediata che non favorisce la giocabilità. Se avete acquistato e giocato Bound, e da poco possessori di PlayStation VR, un nuovo giro in questo magico mondo è d’obbligo. Al contrario se cercate titoli per il vostro nuovo “giocattolo”, Bound non è il titolo che fa per voi, in quanto pur essendo bello da vedere e da giocare, tramite VR rischia di darvi un’impressione sbagliata e di non esprimersi al meglio come nella sua versione classica.

 

Estoy bailando

Quello di Bound è un mondo virtuale mai visto, unico, vivo, che trae forte ispirazione da svariati movimenti dell’arte moderna, con influenze di filoni artistici come il Suprematismo, il Concretismo e il Neoplasticismo, dei quali ritroviamo elementi coreografici di artisti come Mondrian, Malevič o Echer, fondersi e diventare un tutt’uno con le grafiche del gioco. Ad ogni nostro passo verremo accecati dalla mole di dettagli a video, che senza la minima incertezza, inebrieranno il giocatore senza sosta, rendendo difficile spiegare a parole le sensazioni che si provano giocando. Un ecosistema low-poly fatto di architetture contorte dai colori espressivi che esulano dalla normale percezione dell’ordinrio, pronte ad esplodere o implodere su se stesse, imponenti rispetto a noi, ma al tempo stesso fragili, riflesso dello stato d’animo della nostra protagonista. Per quanto all’apparenza confusionario e dominato dal disordine, il mondo di Bound mostra uno studio quasi maniacale, un caos organizzato dove ogni tassello trova il suo incastro per dare vita a quello che possiamo tranquillamente definire un’installazione artistica interattiva, che trova poi nella componente musicale un’alleato inscindibile.

Ogni passo di danza sarà valorizzato dalle note del compositore ucraino Oleg “Heinali” Shpudeiko, che ha dato vita ad un’opera musicale contemporanea dove musica classica ed elettronica si fondono in un’unica dirompente melodia che accompagnerà il nostro viaggio fino alla sua conclusione. Troviamo poi dei passaggi dove l’azione si sposta in prima persona, focalizzandosi sui ricordi frammentati della ragazza che andranno ricomposti esplorando l’ambiente circostante così da riprendere il nostro cammino. Anche in questo caso l’efficacia delle immagini è tanta, riuscendo a valorizzare l’aspetto intimo e introspettivo di questi momenti vivendoli attraverso i nostri occhi. Momenti che verranno ulteriormente impreziositi con l’uscita di PlayStation VR ad Ottobre, periodo nel quale Bound riceverà un aggiornamento per diventare compatibile con la periferica dedicata alla realtà virtuale di Sony.
Purtroppo ogni cosa bella è destinata a finire, e Bound non è da meno. Il trip acido nel mondo di Bound termina all’incirca in 2/3 ore, a seconda di quanto tempo passerete alla ricerca dei frammenti sparsi nei livelli. Una durata breve, ma efficace per il tipo di esperienza che tenta di proporre e in linea con i già citati Journey e ABZÛ. Per godere a pieno di Bound però sarà necessario concedersi necessariamente un secondo “giro”, per cogliere tutte le sfumature e le differenze dovute alla scelta dei livelli. Una vola portato a termine il gioco, sarà possibile accedere ad una modalità speedrun, nella quale mettere alla prova le nostre doti da velocisti e completare il tutto nel minor tempo possibile, tenendo traccia dei frammenti raccolti o delle cadute effettuate. A questa modalità si aggiunge un Photo Mode che ci permette di immortalare i momenti più belli del gioco, applicando filtri e modificando l’immagine a piacere, con la possibilità mantenere attivi tutti gli effetti anche in game.

Verdetto
8.5 / 10
Balla balla, ballerina
Commento
Così come per Journey e ABZÛ, anche per Bound vale lo stesso trattamento. Siamo di fronte ad un esperienza che viaggia sul filo dell'opera d'arte, un'installazione artistica interattiva, e come tale non è un titolo alla portata di tutti. Amore incondizionato o odio viscerale, senza mezze misure, Bound è un'avventura da a vivere (e rivivere) in ogni suo istante, apprezzandone tutti gli elementi e le sfumature che rendono unico il suo essere e il suo stile, che cercherà in ogni istante di stimolare i nostri sensi. Potremmo lamentarci della durata, del suo gameplay approssimativo o del costo in se del gioco, forse troppo altro per quello che offre, ma sarebbero tutte critiche sterili per un esperimento artistico che cerca di elevarsi sopra una massa ormai omologata verso determinati modelli ludici, lasciando un segno nel cuore di tutti quelli che decideranno di affrontare questo magico e curioso viaggio nel mondo astratto di Bound.
Pro e Contro
Forte ispirazione artistica
Storia emozionale
Graficamente unico

x Non per tutti i palati
x Gameplay risicato
x Durata irrisoria