Recensione

140

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A trarre maggior beneficio dalla sempre più massiccia ondata di titoli indie che inondano giornalmente il mercato è senza ombra di dubbio il genere platform, che ha visto anno dopo anno un’offerta man mano sempre più crescente e variegata. Uscito nel 2013 su Steam, 140, platform game dallo stile minimalista, è pronto a fare il proprio debutto su PlayStation 4, PS Vita, Xbox One e Wii U a partire dai primi giorni del mese di Settembre.

Versione Testata: PlayStation 4

Feel the Beat

Spirito d’osservazione e tempismo saranno alleati fondamentali per completare 140

In questi anni di platform minimalisti ne abbiamo visti a bizzeffe: dai cervellotici monologhi sull’esistenza di Thomas was Alone, alle massacranti avventure di Super Meat Boy fino ad arrivare a vie di mezzo dove arte e gameplay trovano un trait d’union che li faccia coesistere splendidamente insieme come Limbo o INSIDE. E non citiamo a caso questi due titoli visto che 140, che prende il suo bizzarro nome dalla frequenza bpm (battiti per minuto) della sua colonna sonora, è figlio di Jeppe Carlsen, già lead gameplay designer presso Playdead, qua al suo debutto come “solista” grazie al supporto di Double Fine Productions. Insomma, nomi grossi del panorama indipendente che si intrecciano per creare un gioco che fin dal suo titolo riesce a calamitare su di sé parecchia curiosità.
Come per Limbo e INSIDE e tanti altri prima di loro, 140 sceglie la strada dell’abbandono del giocatore, lasciandolo in balia del gioco stesso e delle sue crudeli e quanto mai sfiancanti dinamiche. Una volta avviato scopriremo i suoi controlli, che si limitano al solo pulsante del salto, oltre ai comandi per muoversi sul piano bidimensionale. Un minimalismo non solo stilistico ma anche concettuale, che riporta il genere dei platform 2D alle sue radici più primordiali. Nessuna indicazione su cosa fare e una sola strada da percorrere.

 

Noi, rappresentati da un quadrato che diventa triangolo quando salta o cerchio quando si muove (il tutto senza una reale utilità pratica) dovremo avventurarci all’interno del gioco, recuperando alcune sfere che ci consentiranno di avanzare nei 3 livelli che compongono 140, cercando di sopravvivere il più possibile ai suoi salti impossibili, alle sue piattaforme instabili o alle numerose trappole mortali. Spirito d’osservazione e tempismo saranno alleati fondamentali per completare 140, dovendo studiare con attenzione i pattern di certe piattaforme e capire quando sia il momento giusto per inserirsi con il salto per superare l’ostacolo.

 

recensione
Sound Shapes
Prendete una software house canadese guidata da un soggetto come Jonathan Mak (che forse conoscete già grazie ad Everyday Shooter, sparatutto “ritmico” sbarcato su Playstation 3, Playstation Portable e PC), aggiungeteci la supervisione di un artista ...

 

Pompa nelle casse
la musica rappresenta un elemento imprescindibile

Dopo i primi “passi” scopriremo che la musica rappresenta un elemento imprescindibile di questo gameplay così forzatamente minimale, creando un legame sinestetico indissolubile tra immagine e suono. Un crescendo dove proprio la colonna sonora da elemento di contorno diventa parte integrante del gameplay, andando a scandire le nostre azioni che si sincronizzeranno con il ritmo del gioco, alla stregua di altri esperimenti analoghi, uno su tutti Sound Shapes. Ed è qua che il gameplay di 140 si apre al giocatore, che le sue meccaniche così semplici ma al tempo stesso impegnative diventano uno sforzo sensoriale fra concentrazione e tempismo, “disturbati” dalle immagini acide della sua grafica vettoriale che ci vengono sparate a video e accompagnate da una colonna sonora che con quei 140 bpm viaggiano in un trip acido a suon di dubstep che segna ogni nostro passo all’interno del gioco. Il minimalismo della sua struttura e del level design viene “sporcato” proprio dalle immagini del fondale che nascono dalla musica, un caleidoscopio in movimento affascinante, ma al tempo stesso li presente per distrarci e spingerci a commettere errori, quasi a rappresentare una sorta nemico “invisibile” e silenzioso.

Platform on drugs
Il trial & error in 140 rappresenta la normalità

E una volta arrivati a fatica alla fine del livello, dovremo affrontare il boss di turno, che cambia le regole e la formula del gioco introducendo elementi estranei e obbligandoci a ragionare rapidamente sul da farsi, morte dopo morte fino che non saremo riusciti a superare il nostro ostacolo. Il trial & error in 140 rappresenta la normalità, e ogni singolo errore significherà morte istantanea. Nonostante la curva della difficoltà si innalzi fin da subito verso livelli piuttosto alti, la presenza di check point ben piazzati rende l’esperienza difficile, ma mai frustrante o proibitiva (salvo rari casi, come il boss di fine gioco, estremamente impegnativo da affrontare). E una volta terminato 140, silenziosamente continua, offrendo una nuova modalità Mirror che alza la posta in gioco rimuovendo i checkpoint e obbligando il giocatore a riaffrontare questa avventura “specchiata” senza commettere nessun errore, pena il riavvio del livello dall’inizio.
Nonostante ci troviamo di fronte ad un titolo ben realizzato e solido sul fronte del gameplay, con tante idee che rispecchiano (e riconfermano) la bravura stilistica e creativa del buon Jeppe Carlsen, il problema di 140 risiede prevalentemente nella sua durata. A nulla serve l’elevata difficoltà del gioco, per portarlo a termine basterà un’ora di gioco o qualcosa di più in base al numero di retry che impiegherete per arrivare al boss finale. Una durata che, se confrontata con la somma richiesta per portarselo a casa, 7.99€ (di per sé non una cifra così proibitiva) è decisamente fuori prezzo, facendo apparire 140 un prodotto incompleto al pari di una demo tecnica sebbene, concettualmente, il gioco sia quello, fatto e finito.

Scheda Prodotto
Data di uscita: 30/09/2016
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In conclusione...
7.5
“Chi nasce tondo non può morire quadrato”
Se dovessimo valutare 140 tenendo conto anche della sua durata, probabilmente raggiungerebbe a stento la sufficienza. L'ultima fatica di Jeppe Carlsen è un'opera di concettualismo videoludico dove le idee di game design prendono vita e si fondono in un unica massa sinestetica fatta di immagini e musica, offrendo un'ora o poco più di intenso e buon gameplay, che purtroppo di esaurisce fin troppo velocemente. Se siete alla ricerca di un prodotto che sappia intrattenervi maggiormente, probabilmente 140 non è il titolo che fa per voi. Se invece amate sperimentare e dare voce a progetti indipendenti dove le idee e l'audacia di tentare nuove strade hanno il sopravvento su tutto, allora è il caso di dargli una possibilità, magari approfittandone in occasione di qualche sconto.
Gameplay minimalista
Audio e immagini in perfetta sinestesia
Esperienza concreta e solida...
x ...ma dura troppo poco
x Per alcuni la difficoltà potrebbe essere un ostacolo
x Prezzo alto relativamente alla longevità

due parole sull'autore
Giacomo è il nonno del gruppo e giocatore fin dall'alba dei tempi. Finché non crepa, potete leggere i suoi deliri senili su queste pagine, che sopravviveranno al loro autore anche se chiudessimo il sito entro l'anno.
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