Anteprima
di
il 29 luglio 2016, 12:37

Se con Contrast il team di Compulsion Games aveva attirato la nostra attenzione, pur non riuscendo ad esprimersi come sperato, la maturità sembra arrivare con il loro secondo ed ambizioso progetto, We Happy Few. Disponibile dal 26 Luglio in Early Access su Steam e Game Preview su Xbox One al prezzo di 29.99€, abbiamo messo mano sul gioco, attualmente completo al 50%, passando qualche ora nel felice mondo di We Happy Few.

Versione Testata: Xbox One

Meglio felici per sbaglio, che tristi per scelta
Nel mondo di We Happy few l’imperativo è essere felici

Sullo sfondo di una guerra mai avvenuta tra Russia e Inghilterra, ci ritroveremo immersi in una società distopica, dove l’imperativo è essere felici. Una felicità apparente, forzata, impostaci tramite una pillola chiamata Joy, che rende tutto bello anche quando la realtà è ben altra. Il gioco inizierà con il nostro protagonista, un certo Arthur Hastings, alle prese con il suo lavoro diventato ormai un’azione meccanica e ripetitiva. Qualcosa però passerà nella testa di Arthur, un’immagine sbiadita del passato, un ricordo del fratello che riaffiora offuscato dall’uso della droga della felicità. Decidendo di non assumere più pillole, la realtà inizierà a farsi chiara di fronte ai nostri occhi, dipingendo un quadro spaventoso fatto di follia e pazzia. Spaventati e in preda al panico, mentre “gli altri” cercheranno di farci prendere forzatamente la nostra dose di felicità, riusciremo a scappare, iniziando così la nostra fuga per la salvezza.

 

 

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù
Il mondo “aperto” di We Happy Few è un posto inospitale, sgradevole e decadente

We Happy Few è un’avventura in prima persona che unisce elementi survival ad altri (semplici) gestionali, che influenzeranno gli esiti della nostra partita. Una volta fuori dalla safehouse dove inizieremo il gioco, ci troveremo in uno dei quartieri di Wellington Wells. La nostra missione è chiara, dovremo fuggire dall’isola dove ci troviamo e per farlo dovremo affidarci alle risorse sparse in giro per la città. Fin dai primi minuti il crafting sarà una delle attività principali di We Happy Few, e regolerà non solo lo sviluppo del personaggio ma anche la progressione all’interno del gioco, diventando uno dei mezzi con il quale risolvere le numerose quest con cui avremo a che fare. Il mondo “aperto” di We Happy Few è un posto inospitale, sgradevole e decadente. Essendo noi Downer, ovvero i ribelli che si rifiutano di prendere la Joy, saremo visti di cattivo occhio dagli altri abitanti, costantemente osservati in ogni nostra singola mossa e soggetti ad attacchi frequenti da parte dei “nemici”. La vita del Downer non sarà semplice e per uscirne vittoriosi dovremo fare delle scelte obbligate, come quella di ricorrere alla pillola di tanto in tanto, ben consci degli effetti collaterali pur di sopravvivere. Avvalersi della pillola renderà il mondo più piacevole, e ci permetterà di “mimetizzarci” con gli altri abitanti, che vedendoci felici non ci degneranno di troppe attenzioni.

La gestione del personaggio sarà una costante durante le nostre partite, dove anche un solo valore fuori posto potrà costarci la vita. Dovremo continuamente buttare un occhio sui vari indicatori a schermo, che ci forniranno i dettagli sul nostro stato, dal livello di sonno a quello della fame o della stanchezza. Varcata la soglia del punto critico dovremo in qualche modo agire di conseguenza, magari rimpinzandoci lo stomaco con qualche cibo raccolto qua e là, stando attenti che non sia andato a male rischiando che ci causi intossicazioni e vomito, o dormendo, riposando così i valori della stamina. Ma saranno molti gli elementi da tenere in considerazione e che in un modo o nell’altro coinvolgeranno il crafting. Ad esempio durante i combattimenti rischieremo di essere feriti gravemente, finendo per perdere sangue fino alla morte. Dovremo quindi procurarci i materiali per creare bendaggi e prodotti curativi, o ancora (legato allo sviluppo di qualche quest secondaria) confezionare una protezione per recuperare del miele e non venir punti da uno sciame di api. Anche l’inventario e la sua organizzazione mostra un lato survival: potremo contenere solamente un numero cospicuo di oggetti (anche se potrà essere ampliato leggermente recuperando degli estensori) e dovremo decidere quali oggetti dare priorità, sacrificando beni preziosi pur di recuperate un item indispensabile per la risoluzione di qualche missione.
A proposito delle sidequest, queste ci danno un assaggio della varietà di quelle che potremo trovare in We Happy Few. Alcune di quelle che abbiamo avuto modo di provare ci hanno messo di fronte a semplici compiti, come curare qualche personaggio in difficoltà o salvarlo dall’attacco dei nemici, altre più impegnative prevedevano il ritrovamento di determinati oggetti, il tutto con un sistema di acquisizione e svolgimento simile a quanto già visto in titoli come Fallout o The Wither.

Sorrido sempre ciao
l’uso della pillola modifica la nostra percezione del mondo

Pur trovandoci in una versione preliminare, dove ancora molti degli aspetti sono abbozzati o in una fase iniziale dello sviluppo, la parte gestionale del personaggio offre già un’idea chiara di cosa ci troveremo davanti nel gioco finale, suggerendoci quello che sarà un titolo impegnativo al quale dovrà essere data la dovuta attenzione per essere portato a termine. Ci sono comunque molti aspetti che dovranno essere rivisti e che molto probabilmente verranno corretti in base al feedback ricevuto da questa versione anticipata del gioco. Ad esempio, pur essendo un’introduzione interessante all’interno di un’avventura in prima persona, abbiamo trovato che i timer che gestiscono le varie aree da controllare (fame, sonno, sete, ecc) agiscano molto velocemente, interrompendo con troppa frequenza le nostre normali attività, costringendoci a ricercare nuove risorse o per riposare. Anche l’IA dei nemici merita sicuramente qualche ritocco, in particolar modo sulla loro capacità di reagire in base alle nostre azioni. Quando saremo Downer, tenderanno ad arrabbiarsi fin troppo spesso, o ad accorgersi di quello che stiamo facendo, ad esempio recuperando degli oggetti o entrando in determinate case, anche quando non si trovano effettivamente nel nostro raggio d’azione, innescando situazioni potenzialmente mortali, che uniti ad una difficoltà ben sopra la media potrebbe trasformarsi in un fattore di frustrazione per i meno pazienti. A “peggiorare” il fronte difficoltà troviamo poi alcune dinamiche roguelike, come la permadeath, che porta al game over e alla perdita dei progressi fatti, e la generazione casuale delle mappe di gioco, rendendo ogni run una “novità”. Fortunatamente per venire incontro anche ai giocatori meno “hardcore” e più indirizzati ad un’esperienza di gioco meno sfiancante e più canonica è stata inserita un’opzione per disabilitare la morte definitiva, che ci vedrà ricominciare dall’ultima safehouse visitata mantenendo intatti tutti i progressi fatti.

Anche graficamente siamo ancora ad un livello dello sviluppo acerbo. Bug di varia natura, un frame rate ballerino, texture e compenetrazioni poligonali che necessitano ancora di molto lavoro. Per il resto l’ispirazione artistica è tanta. Il reimagining di un mondo distopico ambientato negli anni 60 unisce elementi tipici di quel periodo alla visione distorta data dalle pillole di Joy, con un risultato efficace e disturbante, che agisce particolarmente sul piano psicologico. Interessante poi come l’uso della pillola modifichi la nostra percezione del mondo, rendendo tutto estremamente solare, felice e colorato, per poi ripiombare nell’oscurità e decadenza della realtà una volta svanito l’effetto. Il motore del gioco offre anche l’alternanza del ciclo giorno/notte, che oltre a modificare le atmosfere del gioco influisce anche sul gameplay, rendendo disponibili determinate quest a seconda dell’ora della giornata.
Presente il doppiaggio (così come i testi a schermo) al momento nella sola lingua inglese, dalle voci ben caratterizzate e dallo spiccato accento “british”.

In conclusione...
Lontano dalle aspettative che lo avevano già etichettato come un "semplice" clone di BioShock, We Happy Few ci ha colpito per la sua anima survival. Un titolo con una sua forte identità, sia ludica che stilistica e dalle buone idee che, nonostante la fase ancora prematura del progetto (soggetta a numerose modifiche prima della release finale), è riuscita a darci una buona impressione e a farci ben sperare sull'esito finale del gioco, purtroppo ancora troppo lontano. Da questo primo assaggio We Happy Few si è dimostrato originale ed impegnativo, forse poco adatto a chi cerca qualcosa di più abbordabile, ma a noi si sa, le cose semplici non piacciono troppo.
Grande atmosfera e stile
Dinamiche survival e gestionali interessanti
Alto livello di sfida
x Alcune meccaniche legate alla gestione del personaggio necessitano una revisione
x Poco adatto a chi cerca un FPS più classico
x Uscita ancora lontana

due parole sull'autore
Giacomo è il nonno del gruppo e giocatore fin dall'alba dei tempi. Finché non crepa, potete leggere i suoi deliri senili su queste pagine, che sopravviveranno al loro autore anche se chiudessimo il sito entro l'anno.
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