Il sole picchia così forte da rendere l’apertura delle tapparelle una prova di coraggio, prova che evito volentieri di superare pur di non interrompere quell’eclissi artificiale da salotto che mi fa godere di qualche grado in meno. Salvo poi accorgermi che è tutto inutile, perché tapparelle o meno, dovrò lasciare quel piccolo fragile riparo. Il solito percorso pieno di demoni e turbe mi aspetta, con l’ulteriore malus da fuoco di stagione. La lotta è dura ma finalmente arrivo al solito citofono, un suono gracchiante certifica che è arrivato per l’ennesima volta quel giorno del mese.
Dons: «Salve doc!»
Dottore: «Buonasera, si accomodi!»
Il mio cervello bolle e non so se sia colpa del caldo o dell’ansia.
Dottore: «È passato un po’ di tempo, come sta?»
Mi verrebbe da rispondere “benissimo con la sua aria condizionata”
Dons: «Mi ha lasciato doc!»
Annuisce senza tradire emozioni, come a dirmi, non fermarti, va avanti.
Dons: «L’ho inseguita , saranno stati giorni, forse settimane, in certi momenti sembravano anni.»
Dottore: «Cosa la spingeva a farlo?»
Romanticamente avrei voluto rispondere L’AMORE. Ma non era così, perlomeno non solo.
Dons: «L’illusione di poter capire fino in fondo, un’illusione così forte da essere stato disposto ad andare su Carcosa, un altro pianeta.»
Dottore: «Ne è valsa la pena?»
Le mie mani agguantano le mie rotule mentre penso “Domanda semplice, risposta impossibile.”
Dons: «A volte sembrava di sì, a volte mi veniva da chiedermi cos’è che ci facessi in quel posto sperduto.»
Dottore: «Come si è sentito durante questa specie di inseguimento?»
Dons: «Un po’ come la cappella sistina.»
Dottore: «In che senso?»
Dons: «Ha presente le dita di Dio e di Adamo che quasi si sfiorano ma che non si toccheranno mai? Così mi sentivo io, a volte mi sembrava quasi di arrivare ad una risposta soddisfacente, ma era solo un’ombra inafferrabile.»
La mia fronte umida segnalava che l’aria condizionata non è abbastanza per il calore che sale da dentro.
Dottore: «Avverto un senso di frustrazione.»
Dons: «Sì, era più che frustrante, ogni tanto mi è capitato anche di raggiungerla, di parlarci, ma non era un vero contatto, come vedersi attraverso una porta a vetro senza serratura.»
Dottore: «È successo spesso?»
Il mio cervello ripercorre in un attimo tutti i tentativi di contatto più o meno reciproci, questo non aiuta la mia temperatura interna.
Dons: «Non tantissime volte credo, e soprattutto non allo stesso modo. A volte erano dei contatti un po’ più profondi, a volte un semplice segno della sua presenza o del suo passaggio e nulla più.»
Dottore: «Come li interpretava?»
Dons: «Non saprei con certezza, a volte li vedevo come segni positivi, delle tracce lasciate affinché la seguissi per riabbracciarla.»
Dottore: «Quindi segni positivi?»
Dons: «Non proprio, nei momenti più lucidi li vedevo per quel che forse effettivamente erano, semplici segni del suo passaggio che testimoniavano che non era rimasta lì ad aspettarmi, avrebbe potuto se solo lo avesse effettivamente voluto.»
La pesantezza di quella lucida consapevolezza per un attimo mi ha fatto temere che la sedia sotto di me non potesse reggerne il peso emotivo, rischiando di farmi andare a gambe all’aria.
Dottore: «Essendo qui di fronte a me vuol dire che ad un certo punto ha deciso di desistere, o sbaglio?»
Dons: «Non fa una piega.»
Dottore: «Cosa l’ha spinta a questa decisione?»
Dons: «Una visione, ogni volta che immaginavo di raggiungerla e di stare finalmente di nuovo al suo fianco, ci vedevo diversi, fuori posto, come se fossimo noi ma solo esternamente, né io né lei meritavamo di rinunciare a noi stessi per provare a salvare noi due.»
I miei occhi lucidi mal celano il dolore generato da tale verità.
Dottore: «Direi che la sua ricerca sia stata tutt’altro che infruttuosa, non ha trovato quello che cercava, ha trovato quello che le serviva.»
Dons: «A malincuore direi proprio di sì.»
La mia sedia può tirare un sospiro di sollievo.
Dottore: «Come si è sentito in quel momento?»
Dons: «Proprio come un turista nella cappella sistina, può desiderare quanto vuole che quelle dita si tocchino prima o poi, ma non è in suo potere farlo accadere.»
Dottore: «Dobbiamo accettare che non tutto può essere capito fino in fondo, a volte dobbiamo semplicemente fidarci che quella sia la cosa migliore per noi. Fidarci delle parole di chi ci ha amato anche se non riusciamo a coglierne l’essenza al cento per cento.»
Dons: «Credo proprio di si, lasciar andare è importante, magari certe vite prima o poi torneranno a toccarsi. Nel frattempo la cosa migliore da fare è vivere invece che attendere.»
Dottore: «Mi sembra che lei sappia bene cosa fare.»
Dons: «Sì, anche se tra il dire e il fare c’è di mezzo Saros.»
Dottore: «Alla prossima?»
Dons: «Alla prossima.»
Dedicato al mio primo “Ti Amo” detto e ricevuto.
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