Quattro anni. Sono passati quattro anni dalla mia ultima vacanza – e dall’ultima volta che ho visto il mare da vicino. Perché? Lavoro, covid, ancora lavoro. Tantissimi piani, troppi per deciderne uno in tempo. E un’insicurezza personale alla base di tutto ciò che è la mia giornata. Era da tanto che non vedevo il mare da vicino. Il vero mare, almeno, perché nei videogiochi ne ho visto fin troppo.

Tutto ‘sto maledetto fotorealismo deve avermi davvero fatto sentire la mancanza. Del mare e del mondo intero, che non si riesce mai a visitare tutto. Ma di nuovo, quando la grafica è fin troppo realistica e l’ambientazione è ladrata dal mondo reale qualcosa forse scatta nella testa.

Una malattia? Non so, si può chiamare malattia uscire di casa perché un gioco ti ha ispirato a farlo?

Ho giocato troppo a un gioco e ce l'ho ancora stampato in testa. Parte mille.

Il fatto è che, porco cane, Assassin’s Creed avrà pure perso quanto aveva del credo degli Assassini, ma in quanto a scenari sa offrirne ancora di belli davvero. Lo fa Valhalla, con le sessioni di sincronizzazione dal cucuzzolo delle montagne che aprono la vista su pianure verdi, piccole città e l’oceano al largo dell’Inghilterra.

E lo faceva davvero, davvero bene Odyssey. Lo faceva esplodendo sulla mappa una tavolozza di colori mediterranei – alberi, colline, piante, il mare. Era così bravo a farlo che ho perso davvero un sacco di tempo in modalità Foto, o semplicemente a guardarmi intorno dimentico di star giocando.

Dimentico di star giocando.

A un certo punto, forse, ho proprio dimenticato che io non ero là dentro. Tutto quel verde, quei colori, mi hanno inghiottito senza che potessi controllare cosa accadeva. Il Dualsense non funzionava più – anzi, non lo avevo nemmeno più in mano. Avevo solo davanti il mare: quella vasta, enorme distesa azzura di cui in qualche modo sentivo l’odore.

E prima ancora che potessi accorgermene stavo guardando una prenotazione WizzAir sullo schermo del mio PC. Tanto tempo era passato da quando sono riuscito a tirarmi fuori da Odyssey, ma la Grecia non se n’era mai andata da quell’angolino della mente che mi urlava di riposare un po’. Solo un po’, solo una settimana, anche se non basterà. Sarà sufficiente il posto giusto. Uno che ti ispiri davvero.

La Grecia.

Guardavo una prenotazione per Corfù fatta davvero troppo tardi, quando le altre destinazioni volevano tutto il mio conto in banca per una settimana di riposo. La fissavo e pensavo, Io la voglio esplorare, perché Odyssey m’aveva traviato fino al non voler star fermo sulla stessa spiaggia sette giorni. E quindi ho noleggiato un destriero. No, non un cavallo: uno Zip. (Un cavallo sarebbe stato più veloce, ma la stoicità c’era tutta)

Dimentico di quel limite tra la Grecia virtuale e quella reale.

Strade deserte. Stretti sentieri asfaltati, logorati dal tempo anche se non in condizioni pietose (certo non come molte strade del centro Italia). Fermo un attimo il destriero sul primo spiazzo buono per una sosta. A una distanza che il mio terrore delle altezze definisse “sicura” guardo oltre lo strapiombo, in mezzo al verde. Case qua e là, circondate da alberi e colline. Mi rimetto in strada, costeggiando file di ulivi che frusciano nel silenzio.

Al primo paesino ho mollato lì il destriero in un posto libero a caso, via verso la costa. Verso il mare. Piedi scalzi sulla sabbia, nell’acqua, occhi all’orizzonte sulle isole visibili al largo. Sguardo perso tra il cielo azzurro, il mare blu e l’oceano di verde greco da cui qualche edificio spunta come ciuffi d’erba.

Costeggio il mare, verso uno spiazzo privo di folla quasi fatto apposta per passeggiare. E lì le vedo: pietre. Di varie dimensioni, appoggiate l’una sopra l’altra. Un cairn. Una strutturina costruita con cura, un waypoint che originariamente rappresentava la memoria dei caduti e che ho conosciuto grazie a un altro Assassin’s CreedValhalla. Le osservo per un po’, poi entro in modalità foto alla ricerca di uno scatto artistico e introspettivo il più possibile con un’isola e le nuvole sullo sfondo.

E poi via. Verso la stessa scena, più e più volte ancora. Una lunga strada, una spiagga, un cairn, il punto di passaggio di più viaggiatori prima di me.

Quando ho davvero riaperto gli occhi ero seduto sull'aereo di ritorno.

Ero davvero stanco. Stanco di tutto – lavoro, vita, anche dei videogiochi. Tanto più che io Odyssey non l’ho nemmeno mai finito, per quanto mi piacesse. Vertevo in una situazione di burnout che ritenevo quasi al limite dell’irrecuperabile, vivevo della volontà di far cose che poi non riuscivo a spingermi a fare.

Eppure le immagini di quel gioco non me le sono mai tolte dalla testa. La calma, i colori, i panorami. Pur non avendo mai ripreso in mano le redini della storia di Alexios io non ho dimenticato quanto mi aveva ispirato quel che avevo visto attorno a lui.

Così ho prenotato tutto. Su un’altra isola, certo, che sulla mappa di Odyssey non si vede nemmeno da lontano ma che è pur sempre la Grecia che mi aveva tanto ispirato. Ho preparato tutto e messo lo zaino in spalla, partendo da solo verso un posto mai visto solo perché un gioco m’aveva ispirato a farlo. Lo avevo scelto come un viaggio introspettivo – una sorta di reset, per ricominciare in qualche modo da capo. Osservare, pensare, capire. Eppure non ho trovato quasi nulla di quello che cercavo, né introspezione né risposte. Nulla oltre a un po’ di altrettanto desiderato relax.

E ci ho trovato anche dei cairn, quelle strutture di pietre una sull’altra che in Valhalla creano momenti di concentrazione e riflessione immersi in un panorama spesso mozzafiato. Saranno sassi uno sull’altro, ma per me sono stati un messaggio. Sono stati la conferma che questo viaggio io lo dovevo fare, e farlo adesso. Che partire solo perché un gioco mi aveva “ispirato bene” non è stata una minchiata.

Che sta passione per i videogiochi che mi porto dietro da una vita come una palla al piede non è stata uno sbaglio.

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